lunedì 30 dicembre 2013

SANTO SORGE


albergo delle palme palermo riunione mafia genco russo

Santo Sorge nacque a Mussomeli, 11 gennaio 1908, viene ritenuto uno dei grandi "sconosciuti" della mafia siciliana e americana.
La sua attività criminale è associato ai crimini commessi dalla famiglia Bonanno. È stato buon amico di "Lucky" Luciano ed ha rappresentato un sicuro collegamento tra la mafia siciliana e quella nord-americana nel dopo guerra.
Sorge era un parente del boss mafioso siciliano Giuseppe Genco Russo e conosceva bene Calogero Vizzini . I suoi primi problemi con la autorità giudiziaria risalgono al 1928 nella sua città natale Mussomeli per rissa e lesioni personali gravi . Le furono respinte quando il contadino che lo accusava ritrattò, offrendo le sue scuse per aver causato problemi. Nel 1932 è stato condannato a Parigi (Francia) a sei mesi di carcere e una multa di 1.200 franchi francesi per uso di passaporto falso. Un anno dopo fu condannato a Gand (Belgio) a cinque mesi e 20.000 franchi belgi per frode.
Altre condanne per frode e assegni seguiti in Palermo nel 1937 e nel Torino, nel 1939. Nel 1948 è stato condannato a tre anni e quattro mesi su accuse vaghe per 'cospirazione politica' a Firenze (probabilmente legati allo spionaggio). Nel frattempo si è trasferì negli Stati Uniti.
Divenne cittadino naturalizzato degli Stati Uniti  a New York City, mantenendo un'immagine rispettabile in America, attraverso incarichi di amministratore in società di facciata come Rimrock International Oil Company di New York e l' Foreign Economic Research Association.

Tenente di Luciano
Era considerato un luogotenente di Lucky Luciano nel post seconda guerra mondiale per l'eroina-business, traffico di eroina prodotta in Francia da gangster corsi verso gli Stati Uniti. L' oppio necessario per produrre l'eroina erao coltivato in Turchia e Iran; trasformato in morfina base, poi trasportato dalla Siria in Libano . Da Beirut , in Libano, o di Aleppo , in Siria, la base di morfina veniva spedito ai laboratori clandestini in Francia per la conversione in eroina. 
Sorge, era un uomo con una buona educazione, probabilmente il responsabile della gestione del denaro. Grazie alla sua amicizia con Genco Russo, aveva le giuste contatti politici ad alto in Italia, anche tra membri del governo. Ha usato aziende negli Stati Uniti, Sicilia e Panama.

Incontro al Grand Hotel delle Palme 
Palermo chiude l Hotel  delle Palme   ospito  summit di mafia
Grand Hotel delle Palme oggi
Sorge era presente a una serie di incontri tra mafiosi americani e siciliani che hanno avuto luogo a Palermo tra il 12-16 ottobre 1957, presso il Grand Hotel Delle Palme a Palermo . Joseph Bonanno, Lucky Luciano, John Bonventre, Frank Garofalo e Carmine Galante tra i mafiosi americani, mentre tra i siciliani c'erano Salvatore "Ciaschiteddu" Greco e suo cugino Salvatore Greco "L'Ingegnere", Giuseppe Genco Russo, Angelo La Barbera , Gaetano Badalamenti, Calcedonio Di Pisa e Tommaso Buscetta . 
Secondo alcuni, uno dei principali temi all'ordine del giorno fù l'organizzazione del traffico di eroina a livello internazionale. L' FBI crede che questo incontro abbia istituito il traffico di eroina della Famiglia Bonanno.


Incriminato 
Nell'agosto 1965, Sorge ed altri 16 associati alla mafia americana sono stati incriminati a Palermo dal giudice Aldo Vigneri per associazione a delinquere in relazione all' incontro del 1957;insieme a Joe Bonanno, John Bonventre, Carmine Galante, Gaspare Magaddino, John Priziola , Raffaele Quasarano , Frank Coppola e Joe Adonis. Sorge non è mai stato arrestato, anche se l'Italia ha chiesto la sua estradizione. Il caso contro l'imputato è stato respinto per insufficienza di prove nel giugno 1968.
Il giudice Vigneri aveva ascoltato il pentito Joe Valachi , che gli disse:. "So Santo Sorge e so che appartiene a Cosa Nostra è la mia conoscenza personale che la sua funzione era quella di andare e venire dall'America verso l'Italia e viceversa -versa, svolgendo compiti che io non conosco. non sono mai stato in grado di capire a quale famiglia appartiene. Era un amico intimo di tutti i boss di Cosa Nostra ". Egli era molto stretto con Carlo Gambino, il capo della famiglia criminale Gambino di New York.
Morì a New York nel maggio 1972.

DOCUMENTI




lunedì 16 dicembre 2013

GAETANO BADALAMENTI "Don Tano"

don tano gaetano badalamenti


Gaetano Badalamenti nacque in una famiglia povera di Cinisi il 14 settembre 1923, ultimo di cinque figli e quattro figlie. Frequentò per breve tempo la scuola prima di iniziare a lavorare come allevatore di bovini all'età di dieci anni. Arruolato nell'esercito italiano nel 1941, disertò prima che gli alleati sbarcassero in Sicilia nel luglio 1943.
Nel 1941, prima della chiamata alle armi, Badalamenti venne denunciato per furto di bestiame; successivamente nel 1946 venne colpito da mandato di cattura per associazione a delinquere e concorso in sequestro di persona ma l'anno successivo, in seguito alle accuse di omicidio pluriaggravato e tentato omicidio con lesioni, fuggì negli Stati Uniti d'America, dove suo fratello maggiore Emanuele aveva avviato un supermarket e un distributore di benzina nella contea di Monroe, nel Michigan. Nel 1950 Badalamenti venne arrestato dalla polizia statunitense come immigrato irregolare ed estradato in Italia, dove venne assolto per insufficienza di prove dalle precedenti imputazioni e divenne il vicecapo della cosca di Cinisi, guidata dal boss Cesare Manzella. Nel 1953 però venne arrestato dalla Guardia di finanza di Palermo per contrabbando di sigarette estere e resistenza, a mano armata, a pubblico ufficiale; fu in questo periodo che Badalamenti si legò ai boss Angelo La Barbera, Rosario Mancino e Salvatore"Cicchiteddu"Greco insieme a Tommaso Buscetta, Antonino Sorci e Pietro Davì, con cui si occupò del contrabbando di sigarette e stupefacenti, venendo però coinvolto in numerosi furti di bestiame nella zona di Cinisi.
Nel 1957 Badalamenti divenne socio di Luciano Leggio, con il quale creò un servizio di autotrasporti per la costruzione dell'Aeroporto di Punta Raisi di Palermo, caduto nella sfera di influenza della cosca di Cinisi.



La salita al potere
manzella
Manzella con la coppola in testa
Nel 1963 Badalamenti divenne il capo della cosca di Cinisi in seguito all'assassinio di Cesare Manzella nel quadro della cosiddetta "prima guerra di mafia". Nello stesso periodo però Badalamenti si diede alla latitanza per non dover comparire dinanzi alle forze dell'ordine, che lo volevano interrogare sull'omicidio di Manzella e altri fatti di sangue. Denunciato più volte per associazione a delinquere, nel dicembre 1968 Badalamenti venne assolto per insufficienza di prove nel processo svoltosi a Catanzaro contro i protagonisti della prima guerra di mafia. Per queste ragioni tornò a Cinisi dopo sei anni di latitanza ma venne inviato al soggiorno obbligato presso Macherio, in provincia di Milano, continuando però a mantenere contatti con altri mafiosi siciliani residenti a Milano, con cui organizzò un traffico di stupefacenti, in collegamento con lo zio Emanuele Badalamenti, residente a Detroit e legato alla locale Famiglia mafiosa. Nel 1970 Badalamenti parteciperà ad un incontro a Milano insieme ad altri boss per discutere sull'implicazione dei mafiosi siciliani nel Golpe Borghese e, durante l'incontro, costituì un "triunvirato" provvisorio insieme a Stefano Bontate e Luciano Leggio per ricostruire la "Commissione", sciolta in seguito alla prima guerra di mafia. Nel 1971 Badalamenti venne arrestato per associazione a delinquere e traffico di stupefacenti insieme a Stefano Bontate e rinchiuso per un breve periodo nel carcere dell'Ucciardone, tornando poi a Cinisi.


Giovanni Impastato, fratello di Giuseppe Impastato, dichiarò:
« Sembrava che Badalamenti fosse ben voluto dai carabinieri, in presenza dei quali era calmo, sicuro, e con i quali parlava volentieri. Sembrava quasi facesse loro un favore non facendo accadere nulla, rendendo sicura e calma la cittadina di Cinisi. [...] Spesso si potevano vedere camminare insieme a Badalamenti e ai suoi guardaspalle. Non si può avere fiducia nella istituzioni quando si vedono braccio a braccio con i mafiosi »
(Dichiarazione resa prima dell'istituzione della commissione parlamentare antimafia.)


vito figlio gaetano badalamenti
Badalamenti col figlio alle Eolie nel 1971

Nel 1974 la "Commissione" fu ricostruita e Badalamenti venne incaricato di dirigerla. Nel 1975 però Totò Riina, reggente della cosca di Corleone in sostituzione di Luciano Leggio, fece sequestrare ed uccidere Luigi Corleo, suocero di Nino Salvo, ricco e famoso esattore affiliato alla cosca di Salemi; il sequestro venne attuato per dare un duro colpo al prestigio di Badalamenti e del suo socio Stefano Bontate, i quali erano legati a Salvo e non riusciranno ad ottenere né la liberazione dell'ostaggio, né per la restituzione del corpo, anche se Riina negò con forza ogni coinvolgimento nel sequestro.

La Pizza connection
Badalamenti diventò in pochi anni uno dei maggiori trafficanti di stupefacenti: la sua raffineria in contrada Piraineto di Punta Raisi, creata insieme al suo socio Gerlando Alberti, produceva circa 50 kg di eroina alla settimana, che venivano inviati negli Stati Uniti attraverso l'adiacente aeroporto.
Nel gennaio 1978, Badalamenti, insieme ai boss Giuseppe Di Cristina e Giuseppe Calderone, incontrò Salvatore "Cicchiteddu" Greco, giunto dal Venezuela dove risiedeva, per discutere sull'eliminazione di Francesco Madonia, capo della cosca di Vallelunga Pratameno, in provincia di Caltanissetta, il quale era sospettato di aver ordinato un fallito agguato ai danni di Di Cristina su istigazione di Totò Riina, a cui era strettamente legato; Greco però consigliò di rimandare ogni decisione a data successiva ma, ripartito per Caracas, vi morì prematuramente per cause naturali, il 7 marzo 1978. In seguito alla morte di Greco, Madonia venne ucciso il 16 marzo da Giuseppe di Cristina e da Salvatore Pillera, inviato da Giuseppe Calderone. Riina invece accusò Badalamenti di aver ordinato l'omicidio di Madonia senza autorizzazione e lo mise in minoranza, facendolo espellere dalla "Commissione" e facendolo sostituire con Michele Greco, un suo socio; Badalamenti venne anche sospeso come capo della famiglia mafiosa di Cinisi, che venne affidata a suo cugino Antonio Badalamenti.
Badalamenti fuggì in Brasile per timore di essere eliminato, soggiornando a San Paolo, da dove continuò ad inviare negli Stati Uniti eroina da Palermo e cocaina dal Sudamerica, in stretto collegamento con Salvatore Catalano, esponente della Famiglia Bonanno di Brooklyn che utilizzava pizzerie e ristoranti italiani come punti di distribuzione degli stupefacenti. Nel corso di un'indagine sul traffico di droga, gli agenti dell'FBI riuscirono ad intercettare le conversazioni di Badalamenti in Brasile, il quale parlava in codice con un suo associato negli Stati Uniti, riferendosi a spedizioni di cocaina ed eroina. Durante la seconda guerra di mafia circa 11 parenti di Badalamenti furono uccisi dai corleonesi.

gaetano badalamenti intervista





Nel 1984, sempre attraverso intercettazioni telefoniche, l'FBI scoprì che Badalamenti aveva programmato un incontro a Madrid con il nipote Pietro "Pete" Alfano, proprietario di una pizzeria ad Oregon, in Illinois, e considerato il "punto di contatto principale negli Stati Uniti" per il traffico di eroina. L'8 aprile 1984 a Madrid gli agenti dell'FBI e quelli delle polizie italiana e spagnola arrestarono Badalamenti e il figlio Vito insieme a Pietro Alfano; il 15 novembre gli arrestati furono estradati negli Stati Uniti.
Nel 1985 Badalamenti e altri diciotto imputati finirono sotto processo a New York, in quello che divenne noto come il caso "Pizza Connection". Il processo durò quasi due anni ed è stato il più lungo nella storia giudiziaria degli Stati Uniti, concludendosi il 22 giugno 1987con un verdetto di colpevolezza per Badalamenti e Salvatore Catalano, che vennero condannati a 45 anni di carcere ciascuno.
Negli anni novanta, Badalamenti rifiutò di tornare in Italia per il confronto con Tommaso Buscetta, ma comunque lo attaccò pubblicamente negando la veridicità delle dichiarazioni del pentito.
Buscetta: "Badalamenti mi disse che il mio figlioccio, Giuseppe Calo' , nel delitto Calvi era coinvolto... mi risulta che Calo' e' stato visto in compagnia di Danilo Abbruciati, quello che va a sparare al vicepresidente del Banco Ambrosiano di Milano, Rosone. Vedi che disegno? Perche' Calo' sta in compagnia di Abbruciati pochi giorni prima della sparatoria?... Non e' affatto impensabile che Calvi abbia avuto soldi mafiosi e ne abbia fatto cattivo uso". 

Il caso Pecorelli ed i contatti politici
gaetano badalamenti La corte di Cassazione nell'ottobre 2004 ha decretato che l'ex presidente del consiglio Giulio Andreotti ebbe contatti "amichevoli e talvolta anche diretti" con Badalamenti e Stefano Bontate, favoriti da Salvo Lima attraverso i cugini Salvo.
Secondo una ipotesi di alcuni magistrati e investigatori, Andreotti potrebbe aver commissionato l'uccisione del giornalista Mino Pecorelli, direttore del giornale Osservatorio Politico (OP). Pecorelli che sembra utilizzasse il giornale per ricattare personalità importanti, accettò di fermare la pubblicazione del giornale ma l'uccisione avvenne ugualmente il 20 marzo 1979. Sempre secondo l'ipotesi accusatoria, Andreotti aveva paura che Pecorelli pubblicasse informazioni che avrebbero potuto infangare la sua onorabilità. Queste informazioni avrebbero riguardato finanziamenti illegali al partito della Democrazia Cristiana e segreti riguardo al rapimento e l'uccisione dell'ex presidente del consiglio Aldo Moro ad opera delle Brigate Rosse. Il pentito mafioso Tommaso Buscetta dichiarò che stando a quanto gli aveva raccontato Gaetano Badalamenti, a commissionare l'omicidio Pecorelli fossero stati i cugini Salvo probabilmente per conto di Giulio Andreotti.
gaetano badalamenti« La tesi accusatoria nel processo prospettava che il delitto sarebbe stato deciso dal senatore Andreotti il quale, attraverso l’on. Vitalone, avrebbe chiesto ai cugini Salvo l’eliminazione di Pecorelli. I Salvo avrebbero attivato Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti, i quali, attraverso la mediazione di Giuseppe Calò, avrebbero incaricato  Danilo Abbruciati Franco Giuseppucci di organizzare il delitto che sarebbe stato eseguito da Massimo Carminati e da Michelangelo La Barbera. »
(Documento del Senato della Repubblica)
Nel 1999 la corte di Perugia dopo attenta valutazione delle carte processuali ha prosciolto Giulio Andreotti, il suo stretto collaboratore Claudio Vitalone, Gaetano Badalamenti, Giuseppe Calò, il presunto killer Massimo Carminati (uno dei fondatori del gruppo di estrema destra NAR - Nuclei Armati Rivoluzionari) e Michelangelo La Barbera.
Il 17 novembre 2002 la Corte d'appello ribaltò le condanne di Badalamenti ed Andreotti. Furono entrambi condannati a 24 anni di carcere come mandanti dell'omicidio Pecorelli.
Infine nel 2003, Giulio Andreotti è stato assolto dall'accusa di associazione mafiosa (per alcune accuse è stata pronunciata l'assoluzione, per altre la prescrizione del reato) e successivamente fu assolto assieme a Badalamenti anche dall'accusa di essere il mandante dell'omicidio del giornalista.


Condanna in Italia e ultimi anni negli Usa
radio aut giuseppe impastato
Nel 2002 la giustizia italiana ha condannato Badalamenti all'ergastolo come mandante dell'omicidio di Giuseppe Impastato, avvenuto il 9 maggio 1978; Impastato venne ucciso in modo da simulare un suicidio o un errato attentato, dopo che questi aveva pubblicamente attaccato Badalamenti e i suoi uomini. Nella sua famosa trasmissione radiofonica "Radio Aut" derise sia politici sia mafiosi e denunciava quotidianamente i crimini e gli affari dei mafiosi di "Mafiopoli" (Cinisi) e le attività di "Tano Seduto", soprannome ironico e dispregiativo dato a Gaetano Badalamenti.
Prima di giungere alla condanna, il caso di Giuseppe Impastato fu archiviato due volte, nel 1984 e nel 1992.
Gaetano Badalamenti, affetto da un tumore che aveva provocato gravi conseguenze renali e una epatite, morì per arresto cardiaco il 29 aprile 2004 all'età di 81 anni nel centro medico federale del penitenziario di Devens nel Massachusetts.
Tre anni dopo la morte, si è chiuso il procedimento iniziato nel 1982 per la confisca dei beni del boss, passati totalmente allo stato.





La beffa del superlatitante che non è più tale
Cinisi, Badalamenti junior è un uomo libero
Vito Badalamenti




pizza connection

Grazie a un tratto di penna, arriva con un provvedimento di poche righe, con cui la prima sezione della Corte d’appello di Palermo ha dichiarato estinta per prescrizione la pena inflitta a Vito Badalamenti.
L’uomo, che ha 54 anni e che è figlio del boss di Cinisi, Gaetano Badalamenti, uno dei capi storici della mafia siciliana, era inserito nella lista dei dieci latitanti più pericolosi del ministero dell’Interno: ora è un uomo libero senza più alcun mandato di cattura che possa inseguirlo.(30 marzo 2012)











domenica 15 dicembre 2013

MICHELE NAVARRA


michele navarra



« La mafia non esiste più dal 1958. È finita quell'anno, con l'uccisione del mio concittadino corleonese dottore Michele Navarra. Perché quel giorno, assieme al dottore Navarra, hanno ucciso un altro medico giovane, che aveva la moglie incinta. Ecco, quel giorno questi cosiddetti mafiosi hanno ucciso un povero disgraziato. Da quel momento finì tutto. Perché la mafia, me lo diceva sempre mio padre, aveva dei canoni di giustizia e correttezza che rispettava e faceva rispettare. Certo, non poteva mettere in carcere nessuno la mafia. Ma quando sbagliava, loro lo ammazzavano, ma solo quello. »
(Vito Ciancimino, citato in Attilio Bolzoni, Parole d'onore, 2008)

corleonesi michele navarraMichele Navarra nacque a Corleone il 5 gennaio del 1905, primogenito di otto figli di una famiglia appartenente al ceto medio; il padre Giuseppe, piccolo proprietario terriero e membro del Circolo dei nobili del paese, esercitava le professioni di geometra e maestro n
ella locale scuola agraria. Lo zio materno di Navarra era Angelo Gagliano, un mafioso corleonese assassinato nel 1930, mentre suo cugino era il mafioso Angelo Di Carlo, emigrato negli Stati Uniti nel 1926 per sfuggire alla repressione del prefetto Cesare Mori.
Nonostante avesse un carattere ribelle incline alla spavalderia, Navarra si applicò con profitto negli studi tanto che, terminate le scuole ordinarie, si iscrisse all'Università di Palermo, prima alla facoltà di ingegneria e poi a quella di medicina. Si laureò nel 1929 in medicina e chirurgia e successivamente si trasferì a Trieste per prestare servizio militare come medico ausiliario. Nel 1942 ottenne il congedo definitivo con il grado di capitano e tornò a Corleone per esercitare la sua professione.

liborio ansalone corleone  michele navarra
Liborio Ansalone
Il boss di Corleone 
Nel 1945 Angelo Di Carlo tornò a Corleone dopo aver combattuto nei marines e scelse il cugino Navarra per guidare la locale cosca mafiosa, sostituendo don Calogero Lo Bue, considerato ormai "non adeguato ai nuovi tempi"; Di Carlo e Navarra riuscirono a precedere il mafioso corleonese Vincenzo Collura, detto "mister Vincent", il quale era rimpatriato dagli Stati Uniti per prendere le redini della cosca ma dovette rinunciare, venendo però nominato vicecapo di Navarra. Dopo aver ottenuto il comando della cosca di Corleone, Navarra fece assassinare Liborio Ansalone, comandante dei vigili urbani locali che nel 1926 aveva collaborato con gli uomini del prefetto Cesare Mori per fare arrestare numerosi mafiosi a Corleone.
Nell'immediato dopoguerra Navarra era medico condotto di Corleone, medico fiduciario dell'INAM e caporeparto di medicina interna dell'ospedale di Corleone. Nel 1946, dopo l'omicidio del direttore dell'ospedale Carmelo Nicolosi per mano ignota, Navarra occupò anche quella carica, prima come reggente e poi, dal 1948, come titolare. Successivamente Navarra aderì inizialmente al Movimento Indipendentista Siciliano e costituì insieme al fratello una società di autolinee funzionante per la raccolta degli automezzi militari abbandonati dall'AMGOT, il governo militare alleato: questa società venne rilevata nel 1947 dalla Regione Siciliana e assorbita dall'Azienda Siciliana Trasporti. Navarra in quel tempo controllava anche il settore politico-economico tramite i voti: inizialmente li fece confluire al Movimento Indipendentista Siciliano, poi verso la Democrazia Cristiana, diventando capo-elettore degli onorevoli Calogero Volpe, Bernardo Mattarella e Salvatore Aldisio.

ospedale corleone michele navarra



Omicidi di Placido Rizzotto e Giuseppe Letizia
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Placido Rizzotto
Il 10 marzo 1948 scomparve Placido Rizzotto, segretario della Camera del Lavoro di Corleone. Rizzotto venne attirato in trappola da Pasquale Criscione, suo compagno del sindacato, che faceva parte della cosca di Navarra. Rizzotto aveva umiliato in pubblico Luciano Liggio: durante una rissa scoppiata nella piazza centrale di Corleone tra sindacalisti e uomini di Navarra, il sindacalista aveva infatti osato sollevare Liggio e appenderlo all'inferriata della villa comunale.
La notte in cui avvenne il delitto Rizzotto, il pastorello Giuseppe Letizia, che aveva tredici anni, era nelle campagne del feudo Malvello di Corleone ad accudire il proprio gregge. Il giorno seguente fu trovato delirante dal padre, che lo condusse all'ospedale di Corleone diretto proprio da Michele Navarra. Lì, il ragazzo, in preda di una febbre alta, raccontò di un contadino che era stato assassinato nella notte. Curato con un'iniezione, morì ufficialmente per tossicosi, sebbene si ritenga che al ragazzo possa essere stato somministrato del veleno: il piccolo Giuseppe Letizia era stato "curato" dal dott. Ignazio Aira che poco dopo la morte del giovane partì senza alcun motivo per l'Australia.



Divergenze con Liggio 
corleone michele navarraLiggio aveva costituito un'altra società di autotrasporti ed era entrato a far parte della vecchia società armentizia di Piano della Scala. Aveva in mente di prendere parte alla costruzione della diga che avrebbe irrigato oltre centomila ettari di terra.
Era un grande progetto che vedeva a capo il Principe di Giardinelli. Quest'ultimo era il rappresentante del Partito Liberale Italiano alle elezioni del 1958. Nonostante Liggio e i suoi, ai ferri corti con Michele Navarra, l'avessero aiutato nelle elezioni, a spuntarla fu la Democrazia Cristiana grazie soprattutto a Michele Navarra.
Il capomafia di Corleone non gradì il comportamento del suo campiere. Navarra era contrario alla costruzione della diga, che avrebbe portato l'acqua oltre i monti, in quanto avrebbe perso il controllo dei pozzi.
Oltre questo ci fu un altro motivo di rottura con Liggio.
Angelo Vintaloro aveva comprato dei terreni dopo aver chiesto il permesso al capozona, Michele Navarra, come si usava a quei tempi. Nonostante avesse ricevuto la protezione di Navarra, una notte di maggio vennero fatte a pezzi le botti nella cantina di Vintaloro ad opera di Liggio e il vino andò perduto. Quando a giugno il grano maturò, nessun contadino volle mietere il raccolto; così una notte venne mietuto clandestinamente e caricato sui camion di Liggio.
L'autorità di Michele Navarra era stata messa definitivamente in discussione e il boss fu costretto a dare un segnale forte. Chiese ad alcuni picciotti fidati di aspettare Liggio nella tenuta di Vintaloro e di ucciderlo. Al primo rumore, il commando uscì e iniziò a sparare ma Liggio lievemente ferito riuscì a scappare.
Il piano di Navarra fallì. Fu così che Liggio decise di eliminare Michele Navarra.

La morte
Il 2 agosto 1958 alle ore 15.30 Michele Navarra fu ucciso mentre rientrava a Corleone a bordo di una Fiat 1100 nera, accompagnato da un suo giovane collega, il dottor Giovanni Russo, che morì insieme a lui nell'agguato. La Fiat 1100 venne crivellata di proiettili e poi fatta scendere giù per una scarpata: vennero ritrovati 124 bossoli a terra, 94 proiettili nel corpo del capomafia. A sparare furono tre pistole automatiche, un mitragliatore Thompson e un mitra calibro 6.35.
Due giorni dopo vennero celebrati i funerali nella chiesa di San Martino di Corleone. Quel giorno il paese ospitò mafiosi provenienti da tutta la Sicilia. Venne proclamato il lutto cittadino.
Per l'omicidio di Navarra, Luciano Liggio fu condannato all'ergastolo.
In seguito all'omicidio di Navarra i Corleonesi iniziarono la loro ascesa alla guida di Cosa Nostra.


Michele Navarra ucciso nella sua macchina il capo dei capi
Omicidio di michele navarra



giovedì 12 dicembre 2013

ANGELO RIZZOLI "Angelone"

p2  angelo rizzoli


angelo rizzoli senior
Angelo Rizzoli Senior (1889-1970)
Angelo Rizzoli nasce a Como il 12 novembre 1943 figlio di Andrea Rizzoli, presidente dell'omonima casa editrice, negli anni settanta il primo gruppo editoriale italiano. A 18 anni scopre di essere malato di sclerosi multipla. Con l'aiuto dei medici riesce ad evitare la disabilità totale, rimarrà però claudicante alla gamba destra. A 23 anni si laurea in Scienze politiche all'Università di Pavia; ottiene la specializzazione in Media and communications alla Columbia University di New York. Nel 1970 muore il nonno Angelo senior. L'anno seguente "Angelone", così chiamato per la sua stazza imponente e per distinguerlo dal celebre nonno, entra nel consiglio di amministrazione dell'azienda di famiglia, all'età di 28 anni.
Il 12 luglio 1974 il padre Andrea decide di rafforzare la casa editrice acquistando il primo quotidiano italiano, il Corriere della Sera. Acquisendo il Corriere realizza il suo sogno di imprenditore, ma comincia a fare i conti anche con un enorme indebitamento. Il Corriere perde infatti circa 5 miliardi di lire l'anno, con un tasso di inflazione che in Italia è in costante crescita.
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Angelo rizzoli con il padre
Sede del Corriere della Sera in via Solferino
La sede del Corriere della Sera oggi in vendita

Nel 1978 eredita la presidenza del gruppo, subentrando al padre. Eredita però anche un cumulo di debiti e di aziende non più profittevoli. Pressato dal sistema bancario in pochi anni cede al Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, Licio Gelli ed altri iscritti alla loggia P2 il controllo del Gruppo Rizzoli-Corriere della Sera, il tutto all'insaputa dell'opinione pubblica. L'immagine della Rizzoli, primo gruppo editoriale italiano, è all'apice; Angelo junior è considerato un uomo di successo.

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Nello stesso anno conosce ad una festa Eleonora Giorgi: meno di un anno dopo i due si sposano (il testimone di Angelo è il manager Bruno Tassan Din), durante una convention Rizzoli a Venezia, nella cripta della Basilica di San Marco, con Eleonora già incinta di cinque mesi. Nascerà un figlio maschio, cui viene dato il nome di Andrea. Il nuovo piano industriale della Rizzoli prevede il lancio di nuovi investimenti, tra cui la fondazione di un quotidiano di taglio popolare, L'Occhio. I conti della casa editrice sono sempre in rosso. La solidità della Rizzoli-Corriere della Sera dipende ora dalle buone relazioni con i partiti politici, commistioni che il padre di Angelone aveva sempre accuratamente evitato.
arresto angelo rizzoli
Nel 1981 il Corriere della Sera è travolto dallo scandalo della Loggia P2, tra i quali iscritti c'è anche Angelone Rizzoli (tessera n° 532), così come il direttore generale del gruppo Bruno Tassan Din. Con la formalizzazione da parte del Tribunale di Milano (4 febbraio 1983), dell'amministrazione controllata per il Corriere della Sera (l'assemblea dei creditori contava ben 2138 iscritti tra cui banche, collaboratori, rivenditori e società collegate, per un totale di 65 miliardi e 670 milioni di crediti) Angelo, il fratello Alberto e Tassan Din (direttore generale) sono arrestati per bancarotta patrimoniale societaria in amministrazione controllata. L'accusa è di aver «occultato, dissipato o distratto» oltre 85 miliardi di lire.
Il fratello Alberto subisce due mesi di carcere e il sequestro dei beni, per poi essere prosciolto in istruttoria. Angelone rimane in carcere 13 mesi. Durante la detenzione del figlio, il padre Andrea è colto da infarto e muore. La sorella minore Isabella, appena diciottenne, è indagata e privata del patrimonio. Minacciata più volte di arresto, cadrà in una forte depressione e si suiciderà nel 1987, a 22 anni. Tutti i beni di Angelo Rizzoli jr, incluso il 50,2% della casa editrice rimasto in suo possesso, gli sono sequestrati e affidati ai custodi giudiziari.
Rizzoli non ne può disporre neanche dopo il ritorno in libertà: i custodi giudiziari vendono i suoi beni a chi è stato loro indicato dai giudici del Tribunale di Milano (una cordata che comprende Gemina, Montedison, Mittel e Giovanni Arvedi). Secondo Rizzoli, i beni vengono ceduti a un prezzo molto inferiore al loro valore di mercato, causandogli un notevole danno economico. «Il restante 50,2% delle mie azioni [è stato svenduto] per circa 9 miliardi, a fronte di una perizia contabile eseguita per conto del tribunale di Milano dal professor Luigi Guatri, già rettore della Bocconi, che valutava il solo patrimonio attivo, senza valori di testata e di avviamento, almeno 270 miliardi di lire».
Angelone fa causa ai compratori della sua ex casa editrice, ma l'istanza viene rigettata: il tribunale accerta la congruità del prezzo e del dissesto della società. Nello stesso annus horribilis 1984, il 19 gennaio la Corte d'Appello civile di Roma condanna Rizzoli, mentre è ancora in carcere, per condotte distrattive a danno di Cineriz. Sei mesi dopo l'uscita dal carcere inizia anche la causa di separazione con la moglie, per "incompatibilità della vita in comune". Nei mesi successivi Eleonora Giorgi chiede la metà del patrimonio del marito, valutabile in 400 miliardi di lire. Ottiene 10 miliardi di lire.
morte angelo rizzoliNel 1985 Rizzoli versa 4 miliardi di lire alla nuova proprietà del gruppo editoriale, per saldare ogni debito personale con la sua ex azienda. Dopo un lungo periodo di silenzio, negli anni novanta Angelone Rizzoli riprende l'attività come produttore cinematografico e televisivo. Tra le sue produzioni, «Padre Pio» con Sergio Castellitto, «Incompreso», «Cuore», «La guerra è finita» e «Le ali della libertà» con Sabrina Ferilli. Oggi la sua società di produzione fattura oltre 50 milioni di euro all'anno.
Angelone Rizzoli si sposò con Melania De Nichilo (conosciuta nel 1989), medico e parlamentare del PDL, da cui ha avuto due figli, Arrigo e Alberto. Ha vissuto gli ultimi anni della sua vita a Roma, nel quartiere Parioli. È scomparso proprio nella Capitale, presso il Policlinico Gemelli, nella serata dell'11 dicembre 2013 all'età di 70 anni.

angelo rizzoli


Vicende giudiziarie
Angelone Rizzoli è stato chiamato in giudizio sei volte dalla magistratura italiana. Nel 1983 viene arrestato per bancarotta fraudolenta in amministrazione controllata. È accusato di aver fatto sparire i fondi destinati all’aumento di capitale del 1981. Per questa vicenda Rizzoli venne condannato, con pena condonata, a tre anni e quattro mesi di reclusione. In un processo successivo del 1992 la Cassazione sentenziò che l'imprenditore non aveva trattenuto una parte dei fondi pagati da "La Centrale" di Roberto Calvi”. Quei fondi erano scomparsi per opera di Tassan Din, Gelli e Ortolani.
angelo rizzoli tassan din
Rizzoli e Tassandin
Tre sentenze successive, pronunciate dalla Cassazione, dalla Suprema Corte d’Irlanda e dalla giustizia elvetica, hanno riconosciuto che i fondi del falso aumento di capitale furono trasferiti sui conti Recioto, Zirka e Telada presso la Rothschild Bank di Zurigo e di lì occultati in paradisi fiscali. La sentenza del 1992 viene ribadita in corte d'appello nel 1996: Rizzoli era totalmente estraneo all’operazione, come poi dimostreranno con sentenza definitiva i magistrati milanesi che si sono occupati del crac del Banco Ambrosiano.
La Corte d'Appello Civile di Milano, nel gennaio 1996, condanna invece Rizzoli per diffamazione (fatto avvenuto nel 1984) nei confronti di Giovanni Bazoli, allora presidente del Nuovo Banco Ambrosiano. Tale giudizio si è concluso con la condanna dello stesso Angelo Rizzoli a risarcire il danno (come accertato dal Tribunale di Brescia con sentenza del 28 ottobre 1998). Nel 2006 il reato per cui fu arrestato nel 1983 è stato depenalizzato; successivamente Rizzoli ha chiesto l'archiviazione del caso. Il 20 novembre 2007 il Tribunale di Milano ha rigettato la richiesta, ma Rizzoli ha presentato ricorso avverso la sentenza. Il 26 febbraio 2009 la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso ed ha revocato la sentenza di condanna per bancarotta. Tolta l'unica condanna (in sede civile) per diffamazione, Angelone Rizzoli è incensurato davanti alla giustizia italiana.
Al termine della lunga vicenda giudiziaria (durata sei processi per 26 anni complessivi) che riguarda la casa editrice, Rizzoli ha ottenuto sei assoluzioni definitive con formula piena. Successivamente l'imprenditore ha deciso di intraprendere ogni azione legale possibile per vedere ristabilito il suo diritto nei confronti della cordata che, a suo dire, rilevò l'azienda non a prezzi di mercato ma utilizzando il ricatto del carcere. Resta infatti la grande questione di come le procure abbiano potuto accusare i dirigenti della Rizzoli di bancarotta quando l'azienda rimaneva a tutti gli effetti sul mercato. E ancora, resta fortissima l'impressione generale di un'operazione poco trasparente, considerando anche come i presunti debiti Rizzoli non siano mai arrivati nemmeno ad 1/5 del valore dei beni posseduti dall'azienda.
Nel 2010 Angelone Rizzoli ha avanzato la richiesta di risarcimento danni: nel gennaio 2012 il Tribunale di Milano ha però respinto l'istanza ed ha inoltre condannato l'imprenditore a risarcire i convenuti per "lite temeraria". Il 14 febbraio 2013 venne arrestato a Roma con l'accusa di bancarotta fraudolenta.



In un’intervista a Claudio Sabelli Fioretti, Angelone Rizzoli ha detto:
« Sono passato una sola volta in via Angelo Rizzoli, a Milano. Fu un’emozione enorme. Mi trovavo davanti a qualcosa che si chiama Rizzoli, ha sede in via Angelo Rizzoli, è stata costruita da Angelo Rizzoli e io mi chiamo Angelo Rizzoli. Sogno sempre di tornarci da proprietario. Ma Hölderlin diceva: "L’uomo è un dio quando sogna e un pezzente quando riflette". Quando rifletto mi metto il cuore in pace. Non tornerò mai più a Milano. Mai più in via Rizzoli. »
Nel 1991 rilasciò un'intervista al settimanale L'Europeo in cui fece luce sui suoi rapporti con i partiti politici nel periodo in cui fu alla testa del gruppo editoriale. Ebbe a dire:
« In quella fine degli anni settanta la classe politica italiana, senza esclusione di nessun partito, diventa famelica, dà la caccia ai soldi delle imprese. I partiti sono immense macchine elettorali, costano [così] tanto che non c'è nessun partito in grado di far quadrare i conti. »
« La pressione pluripartitica [faceva leva] su due punti di forza per incidere nelle decisioni aziendali (…). Uno era l'assillo finanziario, come sapevano egregiamente il segretario della DC Amintore Fanfani, o il presidente dell'IMI, Giorgio Cappon (…). L'altro era il potere sindacale, cui erano aggrappati il principale partito d'opposizione, il PCI, i comitati di redazione, i poligrafici. »
Il 23 agosto 2009, in un dibattito tenuto a Cortina d'Ampezzo all'interno della rassegna Cortina Incontra per la presentazione del libro "Vaticano Spa" di Gianluigi Nuzzi, ha ribadito di essere tuttora incensurato ed ha ricostruito e raccontato la sua personale esperienza giudiziaria (che definisce "persecuzione"). In un'intervista successiva Rizzoli rievoca le circostanze che determinarono, nel 1983, l'inizio del suo calvario giudiziario:
« [L'insolvenza] aziendale si verificò nel momento in cui il Banco Ambrosiano disse di aver sottoscritto un aumento di capitale, che in realtà non venne mai versato: quei soldi finirono su conti esteri e io fui accusato di aver distratto i fondi. Una trappola studiata a tavolino. »
In una lettera aperta al Corriere della Sera, Rizzoli fornisce maggiori particolari: si trattò di un aumento di capitale di 150 miliardi di lire, sottoscritto da «La Centrale Finanziaria S.p.A.» (finanziaria presieduta da Roberto Calvi). Il denaro, invece di essere depositato nelle casse della Rizzoli, fu trasferito presso alcuni conti della Banca Rothschild di Zurigo denominati Zinca, Recioto, Telada, ad opera di funzionari di quella stessa Banca fiduciari di Bruno Tassan Din e Umberto Ortolani. Rizzoli aggiunge che i vertici della Banca svizzera furono condannati a vari anni di reclusione per avere distratto circa 180 milioni di dollari di fondi destinati alla Rizzoli verso conti del cosiddetto «gruppo dei BLU» (Bruno Tassan Din, Licio Gelli, Umberto Ortolani).

RIZZOLI ALLA P2: UNA SCELTA DEL REGIME LA SPARTIZIONE DELLE TESTATE DC PSI. L'ALLEANZA TASSAN DIN PCI, SIPRA E LEGGE PER L'EDITORIA
di Massimo Teodori
A partire dall'autunno 1981 le grandi manovre per l'acquisto del »Corriere sono in pieno svolgimento con i partiti che patrocinano o fanno fallire i diversi tentativi di soluzione. A loro volta Calvi e Tassan Din li favoriscono o li ostacolano nella misura in cui possono servire a rinsaldare i rapporti con i partiti . Dapprima il sen. Bruno Visentini, presidente del PRI oltre che della Olivetti, tenta la scalata al »Corriere in sostegno di un qualche progetto di governo dei buoni tecnici e, poi, ripete il tentativo il finanziere Giuseppe Cabassi con l'assenso del PSI e di una parte della DC. Ma i socialisti insorgono contro l'ipotesi Visentini sì da arrivare nel settembre 1981 quasi a mettere in crisi il governo Spadolini con un ultimatum di Claudio Martelli; e, specularmente, nel periodo successivo, Tassan Din ostacola il progetto Cabassi enunciando la legge partitocratica che doveva guidare qualsiasi operazione: »non mi sembrava giusto vendere ad un solo partito, il PSI, che stava dietro Cabassi . In un memoriale, lo stesso direttore generale della Rizzoli specifica la sua filosofia: »Mentre intrattenevo rapporti, stipulavo accordi con Gelli, Ortolani e Calvi, dall'altra parte contemporaneamente e per tutto il periodo considerato e cioè fino al 1982, avevo stretto legami e rapporti con la Banca Commerciale, con il prof. Visentini e, in campo politico, con alcuni esponenti del Partito comunista come, ad esempio, Adalberto Minucci e Gianni Cervetti .
Fallite le diverse operazioni di vendita variamente patrocinate, verso la fine del 1981, Calvi arriva a ventilare anche la possibile ipotesi di una formale spartizione del »Corriere fra i partiti se questa estrema offerta avesse potuto risolutamente giovare alla sua posizione di fronte alla giustizia. E quel metodo di scambio politica finanza editoria giustizia che per anni aveva rappresentato la filosofia operativa dei Gelli, Ortolani e Tassan Din, viene riproposto da Calvi e dai suoi consiglieri e suggeritori Pazienza, Carboni, Wilfredo Vitalone con una soluzione formale che avrebbe consentito al presidente dell'Ambrosiano in disgrazia di incassare quell'utile non finanziario messo in rilievo al momento dell'acquisizione alla Centrale del 40% della proprietà del gruppo.
Si susseguono durante l'inverno 1981 82 riunioni, proposte e trattative sulla base di progetti spartitori. Ad alcune di queste manovre partecipa direttamente l'on. Giuseppe Pisanu, sottosegretario al Tesoro, da alcune testimonianze indicato come delegato di Piccoli e della DC a seguire la vicenda del »Corriere . Mentre si sviluppa allo stesso scopo un rapporto stretto con il PSI di Craxi e si cerca un aggancio con il PCI, Calvi mette sul piatto della propria salvezza, insieme a molti miliardi per la corruzione, anche il »Corriere , individuando nel PSI, nella DC e nel PCI gli interlocutori di sempre che potevano contribuire a ribaltare la sua precaria situazione di fronte alla giustizia e alle autorità di controllo e vigilanza finanziaria.
Certo quella di Calvi e dei suoi consiglieri era una visione paradossale e semplificata della realtà, magari distorta dall'ottica di chi si sentiva assediato. Ma, al fondo, corrispondeva alla natura dei rapporti instaurati negli anni precedenti fra il complesso piduistico e i partiti. Da parte loro, i partiti e i loro rappresentanti non fanno che confermare naturalmente in forme diverse da quelle immaginate da Calvi il loro interesse per il »Corriere , per il mantenimento o l'alterazione di determinati equilibri.
Il presidente del Consiglio, Craxi, di fronte alla commissione dichiara: »Per quanto riguarda la questione del "Corriere", c'è un punto fermo nel ragionamento di Calvi: che ogni soluzione che si possa prospettare definitiva per la sistemazione del futuro assetto del gruppo deve ottenere un vasto consenso politico di democristiani, di socialisti e di comunisti. E' ho ragione di ritenere, e ho ragione ben fondata e ben informata di ritenere, che tenesse su questo tema poi si è visto anche su altri, cioè sui finanziamenti che il Banco Ambrosiano erogava rapporti diretti con persone responsabili ed autorevoli di questi tre partiti... . Tale ragionamento di Craxi converge con le valutazioni che, dall'altra sponda della questione, avanza Angelo Rizzoli: »La classe politica ci ha fatto molte promesse e non ne ha mantenuta nessuna, ma nel cuor suo aveva in mente una cosa, portarci via il "Corriere" e, questa, è l'unica promessa che ha mantenuto .
Altre opinioni convergenti sono avanzate da protagonisti come Piccoli: »Mi occupai del "Corriere" come segretario della DC così come se ne occuparono i segretari di tutti gli altri partiti, perché tutti intervennero... ; mentre le smentite di Spadolini (»Ignoravo qualunque contatto con la società finanziaria per il nuovo gruppo del "Corriere"... Non ho mai chiesto niente, non ho ricevuto niente dal ''Corriere'' ) sono frontalmente contraddette dalla testimonianza di Angelo: »Spadolini quando era a Milano veniva tutti i lunedì di pomeriggio a trovarmi in ufficio per chiedere, per fare... Dopo di che, appena io sono uscito dal "Corriere", non si è fatto più vedere. Del resto è naturale: il rapporto con i politici è direttamente proporzionale al potere che hai... . Dal canto suo, il PCI, attraverso suoi autorevoli esponenti, intrattiene rapporti privilegiati con Tassan Din e ciò in coerenza con il giudizio che nel luglio 1980 Adalberto Minucci, incaricato del settore stampa del PCI, dava sulla situazione: »Il gruppo Rizzoli rappresenta ancora una editoria relativamente aperta al pluralismo e la mia personale convinzione è che questa sia la ragione perché si stia facendo il possibile per liquidarlo o minarne definitivamente l'autonomia .
I progetti di vendita con patrocini e veti ed i rozzi tentativi di Calvi di spartizione del »Corriere fra i partiti non arrivano a termine perché interviene la morte di Calvi e la conseguente bancarotta dell'Ambrosiano. Anche dietro le lotte che segnano il passaggio dal vecchio al nuovo Ambrosiano si intravede il problema del controllo della Rizzoli, per il quale basta richiamare solo alcuni episodi. Il socialista Nerio Nesi della Banca Nazionale del Lavoro insorge contro il democristiano Piero Schlesinger della Banca Popolare di Milano perché propone un comitato di garanti non equilibrato, leggi non lottizzato adeguatamente dal punto di vista del PSI; a sua volta il sostegno portato dal PCI alle posizioni di Tassan Din, fino a quando la decenza lo ha consentito, segna l'attestarsi dei comunisti su una linea di difesa ad oltranza di un equilibrio facente perno sul direttore Alberto Cavallari (che sostituisce Di Bella nel giugno 1981), sostenuto in un primo tempo dal garante senatore Giuseppe Branca della Sinistra indipendente e sulla forza contrattuale degli organismi sindacali dei giornalisti e dei tipografi.

DOCUMENTI


mercoledì 11 dicembre 2013

GIUSEPPE MORELLO "Piddu" "Joe l’artiglio"





Giuseppe Morello nacque a Corleone, in provincia di Palermo, il 2 maggio 1867 da Calogero Morello e Angela Piazza; fù soprannominato "l'artiglio" per una deformità alla mano destra, che aveva il solo dito mignolo.
Giuseppe Morello mano neraNel 1872 il padre Calogero morì e nell'estate 1873 la madre si risposò con Bernardo Terranova, esponente di spicco della cosca di Corleone, nella quale avrebbe fatto ammettere anche il figliastro Giuseppe insieme ai propri figli Vincenzo, Nicola e Ciro, nati dal matrimonio con Angela Piazza.
Morello emigrò negli Stati Uniti d'America nel 1892, alla vigilia di un processo per omicidio e per contraffazione di denaro in cui era coinvolto. La madre, il patrigno e i fratellastri lo seguirono nella primavera del 1893, lavorando con lui nelle piantagioni di canna da zucchero in Lousiana e di cotone in Texas. Infine nel 1897 Morello si trasferì a New York insieme ai fratellastri Vincenzo, Nicola e Ciro Terranova, con cui fondò una cosca di falsari ed estortori con base a Manhattan ed East , di cui entrarono a far parte anche i mafiosi Ignazio Lupo e Vito Cascio Ferro. La cosca di Morello era anche coinvolta nelle attività criminali della «Mano Nera», che consistevano in estorsioni all’interno della comunità italiana di Little Italy, accompagnate da sfregi, danneggiamenti e minacce di morte per coloro che rifiutavano di comprare i dollari falsi stampati dalla banda di Morello. Nel 1900 Morello venne arrestato per falsificazione di banconote, che venivano stampate in Sicilia e importate negli Stati Uniti nel doppiofondo di lattine d’olio.


little italy mano nera
Little Italy ad inizio secolo

Nel 1903 Morello fu il principale sospettato del famigerato «delitto del barile» (il corpo orribilmente sfigurato del mafioso siciliano Benedetto Madonia, membro della sua banda, fu trovato chiuso in un barile abbandonato in una strada) ma ne uscì indenne. Inoltre nel 1909 Morello fu sospettato di aver ordinato l'assassinio del detective Joe Petrosino insieme al suo sodale Vito Cascio Ferro, ritenuto l'esecutore materiale dell'omicidio, avvenuto a Palermo nella centrale Piazza Marina. Infine nello stesso anno i servizi segreti statunitensi di New York riuscirono ad incriminare Morello con una serie di imputazioni, compresa la falsificazione di banconote, e a farlo condannare a venticinque anni di carcere, da cui però venne scarcerato già nel 1919.
Nel 1920, Morello tornò in Sicilia per ottenere aiuto dai mafiosi di Corleone per liberarsi di una «sentenza di morte» pronunciata contro di lui dal mafioso siciliano Salvatore D'Aquila, capo di una cosca a Brooklyn. Infine Morello fu risparmiato e tornò a New York, dove nel 1922 affidò la propria cosca al mafioso Giuseppe Masseria e si riservò il titolo di consigliere.
Il 15 agosto 1930 Morello venne ucciso nel suo ufficio di East Harlem, probabilmente da un killer che agiva su ordine del mafioso Salvatore Maranzano, che attraverso lui voleva colpire il nemico Giuseppe Masseria, dando inizio alla cosiddetta «Guerra castellammarese».


Giuseppe Morello omicidio
Luogo dell'omicidio di Morello



Boss della famiglia Genovese

Giuseppe Morello
1897 - 1909
Nicola Terranova
1910 - 1916
Vincenzo Terranova
1916 - 1920
Giuseppe Morello
1920 - 1922
1922 - 1931
1931 - 1946
1946 - 1957
1957 - 1969
Philip Lombardo
1969 - 1981
1981 - 2005
Daniel Leo
2005 - Attualmente