sabato 27 settembre 2014

Il Generale Mori ed il mancato arresto di Provenzano




Processo d'appello per la mancata cattura di Bernardo Provenzano: secondo la procura  il mancato Arresto di Bernardo Provenzano, localizzato grazie alla soffiata del capo infiltrato  Luigi Ilardo  in un casolare di Mezzojuso nel 1995 sarebbe soltanto uno degli episodi imputati alla condotta di Mori .
Mori "eseguiva intercettazioni abusive sui Suoi Superiori, stilava Esposti Anonimi, alcuni dei Quali redigeva recandosi nell'agenzia di stampa di Mino Pecorelli, direttore della Rivista Nota Op", alla mancata perquisizione del covo di Riina nel gennaio del 1993, alla fuga di Nitto Santapaola.
"Assumere rilevanza probatoria in QUESTO Processo - Scrivono Oggi Scarpinato e Patronaggio - Il Fatto Che invece il Generale Mori, pur essendo Venuto a Conoscenza da Fonti qualificate Quali Paolo Bellini e Angelo Siino di taluni Aspetti di   STRATEGIA della Tensione , non non abbia svolto alcuna Attività investigativa, ma neppure, Tenuto Conto della SUA passata Esperienza di  uomo dei Servizi  e delle querelare Amicizie con esponenti della  Destra eversiva  e della  massoneria , SI SIA ATTIVATO per allertare comunque le Istituzioni ".

martedì 9 settembre 2014

GLADIO " stay-behind" "demagnetize"

Operazione Gladio


Cossiga:"i fondatori di Gladio erano Moro, Taviani, Di Martino con il supporto tecnologico di Enrico Mattei"

Interventi in aula su Gladio 1991:
"La versione che ci è stata data dell’operazione Gladio è chiaramente una versione contraffatta, non credibile e che fa acqua da tutte le parti. La vera storia di questa vicenda nasce dalla imposizione da parte di una potenza occupante –gli Stati Uniti- che hanno costituito ed organizzato nel nostro paese strutture armate clandestine preesistenti a quell’accordo che ora chiamiamo operazione Gladio. Questa storia comincia con lo sbarco degli americani in Sicilia…"

Negli anni cinquanta era avvertito negli ambienti NATO il pericolo di un nuovo conflitto sul suolo europeo. In caso di attacco da parte dell'Unione Sovietica e dei suoi alleati, questa avrebbe occupato inizialmente i Paesi dell'Europa occidentale, in quanto le forze corazzate sovietiche avrebbero potuto agevolmente travolgere le prime linee di resistenza. Si ipotizzava che una prima linea di resistenza effettiva avrebbe potuto essere approntata sul fiume Reno. Questo avrebbe comunque comportato la perdita di buona parte della Germania Occidentale, dell'Italia settentrionale e della Danimarca.
Gladio è il nome in codice di una struttura paramilitare segreta di tipo stay-behind ("stare dietro", "stare al di qua delle linee") promossa durante la guerra fredda dalla NATO, per contrastare un eventuale attacco delle forze del Patto di Varsavia ai Paesi dell'Europa occidentale.
Il termine Gladio è utilizzato propriamente solo in riferimento alla stay-behind italiana. Il gladio era il simbolo dell'organizzazione italiana, mentre quello internazionale era la civetta. La presenza di una struttura stay-behind in Italia risale al 1949, seppure con un nome diverso da Gladio. In una relazione del Comitato Parlamentare sui servizi segreti del 1995 si legge che
« In base a quanto risulta dalle indagini giudiziaria è fuor di dubbio che in epoca precedente alla creazione di Gladio sia esistita un'altra organizzazione denominata "Duca", con le stesse finalità e struttura analoga, di cui sappiamo ben poco e che dovrebbe essere stata sciolta intorno al gennaio 1995 (ma in vari documenti acquisiti dall'Autorità giudiziaria si parla di organizzazione "Duca - Gladio").»
Gladio viene costituita con un protocollo d'intesa tra il Servizio italiano e quello statunitense in data 26 novembre 1956, nel quale però vi era stato un esplicito riferimento ad accordi preesistenti: nella relazione inviata dal presidente del Consiglio Giulio Andreotti alla Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo e sulle stragi il 17 ottobre 1990 verrà segnalato che con quella intesa tra SIFAR (al cui comando, al tempo della stesura del protocollo, era da poco stato posto Giovanni De Lorenzo) e CIA erano stati "confermati tutti i precedenti impegni intervenuti nella materia tra Italia e Stati Uniti".
Nel giugno 1959 il Servizio segreto italiano entrò a far parte del "Comitato di pianificazione e coordinamento", organo di SHAPE (Supreme Headquarters Allied Powers Europe). Nel 1964, del "Comitato clandestino alleato (ACC)", emanazione del suddetto Comitato di pianificazione e coordinamento e costituito tra paesi che intendevano organizzare una resistenza sul proprio territorio, in caso di aggressione dall'Est e, a quanto sembra, anche nell'eventualità di "sovvertimenti interni", ovvero tentativi di colpo di stato interni.
L'ipotesi di finanziamenti a Gladio da parte della CIA, posti in essere per lo meno fino al 1975, era già stata avanzata nel 1990 dal generale Giovan Battista Minerva (ufficiale del Sifar e poi del Sid, in servizio con il compito di direttore amministrativo tra il 1963 ed il 1975), durante le indagini sull'incidente dell'aereo Argo 16.
L'esistenza di Gladio, sospettata fin dalle rivelazioni rese nel 1984 dal membro di Avanguardia Nazionale Vincenzo Vinciguerra durante il suo processo, fu riconosciuta ufficialmente dal presidente del Consiglio italiano Giulio Andreotti il 24 ottobre 1990, che parlò di una "struttura di informazione, risposta e salvaguardia". L'esistenza della struttura tuttavia era già esplicitamente rivelata nel libro edito nel 1979 (edizione italiana 1981) da William Colby La mia vita nella CIA.
Durante la seconda guerra mondiale gli Alleati avevano coordinato l'attività dei movimenti resistenziali nei paesi occupati dall'Asse attraverso una rete di organizzazioni, coordinate da una speciale branca dei servizi d'informazione del Regno Unito, il SOE (Special Operations Executive). Il SOE venne dismesso dopo la fine del conflitto, ma fu riattivato all'inizio degli anni cinquanta, come nucleo di una nuova organizzazione che aveva il compito di porre in essere una rete di resistenza nei vari paesi europei, nel caso questi fossero stati occupati dall'Armata Rossa o nel caso i comunisti avessero preso il potere attraverso un colpo di stato.
Un primo gruppo di nazioni (Stati Uniti, Regno Unito, Francia) costituì dunque il Clandestine Planning Committee (CPC), Comitato per il coordinamento, per pianificare, in caso d'invasione, le attività comuni svolte dai rispettivi servizi d'informazione in supporto alle operazioni militari dell'Alleanza atlantica. La struttura di coordinamento era sottoposta alla direzione del comando supremo delle forze alleate in Europa: SHAPE, ovvero Supreme Headquarters Allied Powers Europe.




Coordinamento SHAPE 
La NATO era consapevole che le truppe stanziate in Europa occidentale non erano sufficienti a respingere una invasione dell'Armata Rossa in un conflitto diretto senza ricorrere all'uso delle armi nucleari.
Le organizzazioni "stay-behind" della NATO rappresentavano quindi una possibilità di continuare a combattere in attesa dell'intervento degli Stati Uniti che, data la distanza geografica dall'Europa, sarebbe giocoforza arrivato in un secondo momento. Le sue cellule clandestine erano destinate a "stare nascoste" (o "al di qua delle linee", da cui il nome in inglese stay behind) in territori controllati dal nemico e comportarsi come movimenti di resistenza, conducendo atti di sabotaggio e di guerriglia. Vennero considerate altre forme di resistenza clandestina e non convenzionale, come operazioni "false flag" (attentati e simili operazioni rivendicate sotto falsa bandiera per fomentare divisioni politiche) e attacchi terroristici.
L'idea di costruire questa rete segreta venne a ex ufficiali del SOE (Special Operations Executive, Direzione delle Operazioni Speciali) britannico, un'organizzazione del Ministero della Guerra economica che aveva operato durante la seconda guerra mondiale nei Paesi dove si erano costituiti dei governi fascisti o filo-nazisti (Norvegia, Francia e Italia). L'idea inglese fu subito accolta dagli Stati Uniti e si decise anche, per mantenere la segretezza, di tenerla fuori dalle organizzazioni militari tradizionali, vale a dire fuori dai comandi NATO. Nacque così Stay Behind Net.

Segretezza
L'esistenza di queste forze militari NATO clandestine rimase un segreto strettamente sorvegliato durante tutta la guerra fredda fino al 1990.
In Italia dell'esistenza di Gladio erano informati i vertici politici del paese: Presidente della Repubblica, Presidente del Consiglio, Ministro della Difesa, come pure i vertici militari. La struttura di Gladio era invece sconosciuta al Parlamento. Francesco Cossiga, che fu informato dell'esistenza della struttura nel 1966, quando entrò per la prima volta al governo, come sottosegretario alla difesa, dichiarò che "gli accordi per creare Stay Behind in Italia furono conclusi da Aldo Moro e Paolo Emilio Taviani". Inoltre Andreotti gli spiegò che aveva rivelato il segreto su Gladio perché "ormai, caduto il Muro di Berlino, non vi era più alcuna ragione per non raccontare come stavano davvero le cose".


Divulgazione del segreto
Nel 1990 il primo troncone della rete internazionale fu reso pubblico in Italia: ciò avvenne con l'autorizzazione data dal presidente del consiglio Andreotti al giudice Casson di accedere agli archivi del SISMI per accertare il ruolo di depositi NASCO nella strage di Peteano, e con due successive comunicazioni del medesimo Andreotti, una scritta alla Commissione bicamerale di inchiesta sulle stragi ed una orale alle Assemblee delle due Camere.
In Italia il suo nome in codice era Gladio, la parola che indica la corta spada a doppio taglio usata dai Romani. Il governo ne ordinò lo scioglimento il 27 luglio 1990.
Dopo avere appreso della scoperta, il Parlamento Europeo stilò una risoluzione criticando aspramente il fatto:
« Queste organizzazioni operavano e continuano ad operare del tutto al di fuori della legalità dal momento che non sono soggette ad alcun controllo parlamentare [e] richiedono una piena indagine sulla natura, struttura, intenti e ogni altro aspetto di queste organizzazioni clandestine. »
Al momento solo Italia, Belgio e Svizzera condussero indagini parlamentari, mentre l'amministrazione del presidente americano George H. W. Bush rifiutò di commentare, essendo nel mezzo dei preparativi per una guerra contro Saddam Hussein nel Golfo Persico, e temendo potenziali danni per l'alleanza militare."


Gladio, la strategia della tensione e le ingerenze estere in Italia
Dopo la divulgazione del segreto, coincidente approssimativamente con la dissoluzione dell'Unione Sovietica e con la conseguente fine della guerra fredda, pur non esistendo nulla di accertato, sono state fatte molte ipotesi sulle relazioni intrattenute da questa organizzazione, o da parti deviate di essa, con l'eversione di destra o di sinistra o con attentati o con tentativi di colpo di stato avvenuti in Italia. Già precedentemente si era comunque parlato di tale organizzazione (ne parla per esempio Moro nel suo memoriale scritto nel 1978 durante i giorni della prigionia), e la sua esistenza era comunque ovviamente nota nell'ambito dei vertici politici, dei ministri competenti, dei vertici militari e dei servizi segreti.
Nel 2000 il rapporto del Gruppo "Democratici di Sinistra-L'Ulivo", stilato in seno ad una Commissione parlamentare, concludeva che la strategia della tensione era stata sostenuta dagli Stati Uniti d'America per "impedire al PCI, e in certo grado anche al PSI, di raggiungere il potere esecutivo nel paese", identificando anche i Nuclei per la Difesa dello Stato non come un gruppo autonomo, ma come una delle operazioni portate avanti da Gladio con questi scopi.


Le dichiarazioni di Vincenzo Vinciguerra 
L'ex terrorista Vincenzo Vinciguerra confessò nel 1984 al giudice Felice Casson (alcuni anni prima delle dichiarazioni ufficiali sull'esistenza di Gladio e della rete stay-behind) di aver compiuto l'attentato terroristico di Peteano il 31 maggio 1972, nel quale tre carabinieri erano rimasti uccisi (fino all'interrogatorio di Vinciguerra, erano state le Brigate Rosse ad essere accusate dell'attentato). Durante il processo, Vinciguerra spiegò come fosse stato aiutato dai servizi segreti italiani e come fuggì nella Spagna franchista dopo la strage di Peteano. L'ex terrorista, sentito nello stesso anno anche nel processo relativo alla strage di Bologna, parlò apertamente dell'esistenza di una struttura occulta nelle forze armate italiane, composta sia da militari che da civili, con finalità anti-invasione sovietica, ma che, potendo questa anche non avvenire, era stata in grado di coordinare le varie stragi per evitare che anche internamente il paese si spostasse troppo a sinistra; questo, sempre secondo la testimonianza dell'ex terrorista, a nome della Nato e con il supporto dei servizi segreti e di alcune forze politiche e militari italiane. Il 3 luglio 2001, dopo quattro anni di processo, il Tribunale di Roma assolse Fulvio Martini, Paolo Inzerilli e Giovanni Invernizzi dall'accusa di falsa testimonianza in merito alle presunte relazioni tra Gladio e la strage di Peteano.


Le dichiarazioni del Generale Maletti
Il generale Gian Adelio Maletti, ex capo del Reparto D del SID del controspionaggio italiano, dichiarò nel marzo del 2001 che la CIA avrebbe potuto promuovere il terrorismo in Italia. Lo stesso Maletti in diverse interviste e nell'audizione davanti alla Commissione Stragi citò più volte l'interessamento degli USA nei confronti di alcune personalità e di alcuni reparti militari, tra cui alcuni di quelli che poi furono coinvolti in alcuni dei diversi tentativi di golpe avvenuti in Italia (Golpe Borghese e Golpe Bianco).
Lo stesso Maletti venne ascoltato il 21 marzo 2001 dal tribunale di Milano, relativamente ai processi su Piazza Fontana Maletti dichiarò che esisteva una "regìa internazionale" delle stragi relative alla strategia della tensione. Su domanda della difesa dichiarò tuttavia di non avere prove.  Dichiarò nello stesso interrogatorio che la CIA finanziasse sia il SID (con cui c'era tuttavia una collaborazione unilaterale per quello che riguarda il lavoro di intelligence del servizio: "Il rapporto tra il Sid e la Cia è stato di inferiorità. Chiedevamo notizie, ma non ce ne davano.") che Gladio (la base di capo Marrargiu, secondo Maletti effettivamente impiegata da Gladio, sarebbe stata realizzata grazie a fondi statunitensi, fatto quest'ultimo confermato anche dall'ex presidente Francesco Cossiga nella sua audizione davanti alla Commissione Stragi). In un'intervista rilasciata dopo la deposizione, Maletti confermerà la sua convinzione che gli Stati Uniti avrebbero fatto di tutto per evitare uno spostamento a sinistra dell'Italia e che simili azioni avrebbero potuto essere state attuate anche in altri paesi.
La Cia alcuni mesi dopo respingerà esplicitamente le accuse.


La struttura organizzativa di Gladio
Il 1 ottobre 1956 era stata costituita, nell'ambito dell'Ufficio "R" del SIFAR, una Sezione Addestramento, denominata S.A.D. (Studi Speciali e Addestramento del Personale). La S.A.D. ai cui responsabili verrà demandato il ruolo di Coordinatore Generale dell'Operazione "Gladio", si articolava in quattro gruppi:
Gruppo Supporto Generale;
Gruppo Segreteria Permanente ed Attivazione delle Branche Operative;
Gruppo Trasmissioni;
Gruppo Supporto Aereo, Logistico ed Operativo.
Alle dipendenze della S.A.D. venne posto il Centro Addestramento Guastatori (C.A.G.) e la Struttura Segreta N.A.T.O. Stay Behind "Gladio", la quale era così strutturata:
Unità di Comando
1 Nucleo Informativo
1 Nucleo Propaganda
1 Nucleo Evasione e Fuga
2 Nuclei Guerriglia
Unità di Pronto Impiego "Stella Alpina" (Friuli-Venezia Giulia)
Unità di Pronto Impiego "Stella Marina" (Trieste)
Unità di Pronto Impiego "Rododendro" (Trentino-Alto Adige)
Unità di Pronto Impiego "Azalea" (Veneto)
Unità di Pronto Impiego "Ginestra" (Laghi Lombardi)
ogni Unità di Pronto Impiego era costituita da:
1 Nucleo Informativo
1 Nucleo Propaganda
1 Nucleo Evasione e Fuga
2 Nuclei Guerriglia
2 Nuclei Sabotaggio
per un totale di 40 Nuclei. Inoltre, esistevano altre 5 Unità di Guerriglia di Pronto Impiego in regioni di particolare interesse. Esistevano, a partire dal 1963 fino al 1972, altresì, 139 Depositi "Nasco". Gli Statunitensi dotarono la Struttura anche di un aereo Dakota C47, nome in codice "Argo-16", fornito per le operazioni di trasporto.




DOCUMENTI



sabato 6 settembre 2014

GIOVANNI DE LORENZO



Figlio di un ufficiale di carriera dell'Arma di artiglieria, seguì ancora bambino il padre dalla natia Sicilia a Genova, dove si laureò in ingegneria navale. Successivamente divenne ufficiale di artiglieria. Durante la seconda guerra mondiale, col grado di tenente colonnello partì per la Russia con l'ARMIR, come vice-capo dell'ufficio operazioni.
Dopo l'8 settembre 1943 divenne partigiano, operando dapprima sul fronte alpino, poi nella Roma occupata, quale comandante del Centro R del Servizio Informazioni Militare; come tale, entrò in rapporti diretti e riservati con i vertici del CLN e del CLNAI, dai quali vennero poi molti importanti esponenti della politica repubblicana.


L'incarico al SIFAR (1955-1962)
Nel 1955 assunse il comando del SIFAR. Nel Servizio portò a compimento un annoso processo di trasformazioni strutturali e di indirizzo che dalle ceneri del precedente, esiguo e disordinato Servizio Informazioni Militari (SIM) generarono un organismo corposo, ordinato ed in parte finalmente anche efficiente. I rapporti tra De Lorenzo e Gronchi, presidente della Repubblica, furono stretti e frequenti (i loro mandati furono peraltro quasi contemporanei). Forse oltre le previsioni istituzionali.
Giovanni de LorenzoSecondo il giornalista Renzo Trionfera, Enrico Mattei, favorevole ad un secondo mandato per il Presidente uscente (con cui aveva intessuto amicizia quando era ministro dell'industria ed egli lottava per non chiudere l'Agip), avrebbe offerto un miliardo di lire a Gronchi per corrompere alcuni elettori al fine di rieleggerlo. De Lorenzo, sempre secondo questa tesi, sarebbe stato colui che si sarebbe materialmente occupato della distribuzione delle bustarelle. Ma la vicenda era molto più complessa: il presidente uscente Gronchi, sponsor storico dell'ascesa di Mattei, competeva per il Quirinale con Segni e, con minori chances e solo come eventuale outsider, con Fanfani, allora presidente del Consiglio. Il 28 marzo del 1962 il Sifar di De Lorenzo annotava che Giuseppe Saragat aveva promesso all'Internazionale Socialista che Mattei sarebbe stato ridimensionato, anzi defenestrato, e che la non rielezione di Gronchi sarebbe stata condizione opposta dal leader socialdemocratico a Fanfani, "non proprio sfavorevole" ad un ricambio al vertice dell'Eni (Fanfani aveva ripetutamente sfoggiato notevoli virtuosismi dialettici per "spiegare" agli americani il cosiddetto "neoatlantismo" matteiano).
Un deputato vicino a Segni, Vincenzo Russo, fece pressione su Mattei affinché questi non favorisse la rielezione di Gronchi: Mattei sparì da Roma per alcuni giorni.Gronchi, come si sa, non fu rieletto, ma si è supposto che abbia continuato ad avere rapporti privilegiati con De Lorenzo, visto che il 22 luglio dello stesso anno inviò il suo segretario Emo Sparisci ad avvisare Mattei che l'OAS aveva ricevuto incarico di "convincere" il condottiero dell'Eni a desistere dalla lotta contro le "sette sorelle", informazione che solo dal Sifar poteva provenire al politico.
Tecnicamente ed operativamente, il Sifar funzionava molto bene sotto questo comando. Ricevuti ausilii tecnologici e istruttori da Servizi di paesi alleati, De Lorenzo siglò con questi accordi riservati come il Piano Demagnetize, nei quali il Sifar assumeva un ruolo, vista la portata, in precedenza riservato alle sole autorità politiche governative. Iniziava per il generale italiano una fase in cui avrebbe assunto in proprio una sorta di "delega" alla sicurezza nazionale, scavalcando il governo, in genere poco interessato, e manlevando il Quirinale (altro polo istituzionale costituzionalmente interessato) dall'occuparsi dei dettagli. Come l'ENI di Mattei in campo economico, così il Sifar di De Lorenzo in campo militare e strategico: entrambi sopperivano alla scarsa dedizione dei politici eletti per la gestione di materie vitali con l'accentramento di poteri in capo a due condottieri in molte cose simili.
E, se a differenza del settore economico-petrolifero l'indirizzo di gestione strategica non era così nitidamente distinto da interessi potenziali di paesi terzi, come l'ENI, invece, anche il Sifar agiva con piena efficienza. Non solo il Servizio disponeva di ottime informazioni dall'esterno, che a volte poteva addirittura scambiare con servizi omologhi di paesi alleati (fatto con pochi ed episodici precedenti nella storia delle varie organizzazioni di intelligence italiane), ma aveva informazioni estremamente particolareggiate su tutto quanto riguardava l'interno.
A posteriori si seppe infatti che durante il suo lungo comando (sette anni), De Lorenzo aveva iniziato una gigantesca opera di schedatura degli esponenti più in vista di tutte le istituzioni e di tutti i gruppi sociali (ma sarebbe più opportuno dire che aveva "ripreso" e abbondantemente superato una tradizione delle polizie nazionali che con l'OVRA di Arturo Bocchini e con l'archivio segreto di Benito Mussolini aveva già operato schedature di vasta portata). Vi erano stati tentativi di ripristino di questa attività con Mario Scelba, ma nulla a paragone di quanto sarebbe successo con De Lorenzo.
Dopo il suo passaggio al Servizio, fu detto umoristicamente da Andreotti, in Italia di ignoto era rimasto solo il Milite: politici, sindacalisti, imprenditori, uomini d'affari, intellettuali, religiosi (Papa compreso, in tutto circa 4.500) e naturalmente militari (tutti gli ufficiali superiori, nessuno escluso), furono indagati, così come tutti gli stranieri, e su ciascuno si raccolsero notizie circa frequentazioni, preferenze religiose e politiche, abitudini pubbliche e private. Avrebbe fatto non poco rumore, in seguito, la scoperta che di Saragat si fossero minuziosamente catalogate addirittura le marche e le quantità (non esigue) di alcoolici usualmente ingeriti. L'indagine, che veniva estesa anche alle amicizie dei soggetti osservati (secondo alcune stime, già 157.000 erano i "titolari" di fascicoli individuali), avrebbe quindi raccolto dati, direttamente o indirettamente su una quota davvero ingente della popolazione.
Dai circa duemila fascicoli stilati poco dopo la sua nomina, si passò ai circa 17.000 del 1960, finché nel 1962 il numero dei fascicoli ammontava a 117.000, stimati in 157.000 dalla commissione Beolchini; il giudizio (politico) della commissione sulla qualità delle schedature sarebbe stato in realtà poco lusinghiero, avendole definite forzosamente enfatizzate su difetti e chiacchiericci e sottintendendone quindi finalità ricattatorie. I fascicoli furono fatti distruggere da Andreotti nel 1974, al suo ritorno al ministero della Difesa. Divenuto generale di divisione, restò a capo del Servizio per effetto di un'intervenuta legge (che Montanelli definì ad personam) grazie alla quale il comando del Servizio veniva equiparato a comando di grande unità, consentendogli di conservarne la guida e di ricavarne vantaggi di carriera, come la possibilità di accedere a comandi prestigiosi.



Comandante dei Carabinieri (1962-1965) 
Il 15 ottobre 1962 fu nominato Comandante generale dei Carabinieri, in un frangente internazionale di massima allerta (nell'imminenza della crisi di Cuba) e, per quanto riguarda l'Italia, solo pochi giorni dopo l'apertura del Concilio Vaticano II (che registra una certa freddezza fra Santa Sede e USA) e pochi giorni prima della morte di Mattei, che aveva da poco ottenuto un indiretto appoggio dall'Osservatore Romano.
Ottenuta quasi a fil di lama, strappata al generale Aloja per il decisivo parere del PCI, la nomina di De Lorenzo pareva incontrare il gradimento generale: delle sinistre, dei moderati e dei conservatori. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, Fanfani inviò subito in missione riservatissima ed urgente il fidato Ettore Bernabei, presidente della RAI, a conferire con Arthur Schlesinger, ufficialmente per trattare dei rapporti Stati Uniti-Vaticano.
Suo vice sarebbe stato quel Giorgio Manes con cui presto sarebbe entrato in urto e che poi avrebbe redatto una nota relazione accusatoria sui fatti dell'estate del 1964. Al comando generale di viale Romania, De Lorenzo si insediò con piglio e decisione, determinato a mettere ordine in una gigantesca struttura disorganizzata. Il suo comando è certamente quello più noto della storia dell'Arma ed è forse anche quello più ricco di significato, avendo apportato alla Benemerita innovazioni di primaria importanza fra le quali la reimpostazione in chiave militare dell'apparato.
Dal suo nuovo incarico riuscì a mantenere sempre un ruolo di primo piano nella vita della Repubblica, continuando ad avere contatti continui con il SIFAR ed il Quirinale. Ne sono testimonianza gli eventi svoltisi nel luglio 1964 in seguito alla crisi del Governo Moro I. Il giorno 15 De Lorenzo venne infatti ricevuto dal Presidente della Repubblica Antonio Segni nell'ambito delle consultazioni per la formazione del nuovo Governo. Segni lo ricevette (in realtà insieme ad altri militari a lui superiori) per sapere se a suo giudizio delle eventuali elezioni anticipate avrebbero potuto turbare l'ordine pubblico. De Lorenzo rispose che "la situazione è controllata e controllabile senza fare nulla, senza fare piani". Di piani, nello specifico di piani di contingenza, De Lorenzo si intendeva bene, essendo considerato il massimo artefice della programmazione e dello sviluppo del Piano Solo.


Capo di Stato Maggiore dell'Esercito (1965-1967) 
Nel dicembre 1965 fu promosso Capo di Stato Maggiore dell'Esercito Italiano, ancora una volta con il gradimento delle sinistre. La sua nomina fu infatti vista con favore oltre che da Aldo Moro, anche da esponenti della sinistra moderata come Pietro Nenni e Giuseppe Saragat (i quali si fidavano di un ex partigiano come De Lorenzo), ma fu invisa a qualche generale (come Paolo Gaspari, comandante della regione militare meridionale, che si dimise stilando una lettera estremamente polemica e che ebbe una moderata circolazione negli ambienti militari superiori).


Scontro Aloja - De Lorenzo
Passato (22 dicembre 1965) Giuseppe Aloja dal ruolo di comandante di Stato Maggiore-Esercito a quello (più importante) di capo di Stato Maggiore-Difesa (mentre allo S.M. Esercito gli subentrava De Lorenzo), ne approfittò per allargare a tutte e tre le forze armate l'esperienza dei corsi di ardimento, da lui stesso patrocinati inizialmente nel solo esercito, con accese reazioni da parte della stampa di sinistra.
Questo avvenimento scatenò peraltro un aspro conflitto tra i due generali, che avrebbe determinato il definitivo declino militare di De Lorenzo. Un prodromo di tali ostilità fu rappresentato dal cosiddetto scandalo delle "mine d'oro": un curioso "pellegrinaggio" di mine da un capo all'altro del suolo nazionale, messo in atto per avvantaggiare talune imprese preposte allo sminamento. Emerse il nome del generale Aldo Senatore, uomo assai vicino ad Aloja, e l'indiscrezione, come sarà dimostrato più tardi, scaturiva dal ricco "fondo documentale SIFAR" (dove regnava Allavena, alleato di De Lorenzo). In aprile 1966, De Lorenzo osò sconfessare la linea Aloja —che malgrado le polemiche non desisteva dai "suoi" corsi di ardimento— abolendoli per quanto riguardava l'esercito (di cui De Lorenzo, ricordiamo, era da poco divenuto capo di stato maggiore). Tale "insubordinazione" fu bollata dal furente Rauti come una "bordata neutralista".
Al di là degli antagonismi personali, Aloja appariva l'araldo di una concezione —emersa dal Parco dei Principi,— che teorizzava la necessità di un più avanzato (anche psicologicamente) approntamento delle forze che avrebbero difeso l'Occidente in uno scontro di cui si presentiva l'imminenza, laddove De Lorenzo, pur essendo un indubbio "falco atlantico", non riteneva che le misure di sicurezza già esistenti richiedessero una speciale intensificazione. Nel maggio 1966 trapelò la notizia dell'improvvido acquisto dagli USA di carri M60A1, un tank inadatto al trasporto ferroviario per la sua mole incompatibile con le nostre gallerie.
Poiché tale fornitura militare era stata approvata da Andreotti ed Aloja, si trattava di un altro "siluro" del SIFAR, ma a cadere sarà la testa di Allavena: solo figuratamente, perché il generale destituito venne contemporaneamente riassegnato al Consiglio di Stato, dopo un infruttuoso tentativo di riciclarlo nella Corte dei conti. Ad ogni modo, la permanenza di Allavena al Consiglio di Stato terminerà nel 1967, per aver egli asportato numerosi fascicoli del servizio, prima di passare il testimone al suo successore, ammiraglio Eugenio Henke. Il nuovo assetto del servizio segreto, nel frattempo ridenominato Servizio Informazioni Difesa (SID), non consentiva più di mantenere il coperchio sulle attività di dossieraggio care a De Lorenzo, che abbiamo ampiamente descritto. In particolare, gli risultò fatale il fatto di aver sistematicamente spiato e schedato lo stesso Capo dello Stato. Il 15 aprile 1967, dopo che aveva rifiutato un'uscita di scena più discreta ed onorevole,De Lorenzo fu destituito dall'incarico di capo dello Stato Maggiore dell'esercito.
Nello stesso momento —essendo divenute parzialmente conoscibili le conclusioni della commissione Beolchini — suscitò notevole scalpore la rivista L'espresso titolando a caratteri cubitali, in copertina:
«14 luglio 1964: complotto al Quirinale. Segni e De Lorenzo preparavano il colpo di Stato.»
De Lorenzo poté comunque re-inventarsi un ruolo pubblico come parlamentare del partito monarchico, mentre —come abbiamo anticipato circa il "suicidio" del colonnello Rocca— la commissione parlamentare d'inchiesta, lungamente osteggiata dai democristiani, fu punteggiata da svariate morti singolari di testimoni (il 27 aprile 1969, quella del generale Ciglieri in uno strano incidente stradale; il 25 giugno dello stesso anno, il generale Manes colto da malore prima di aprir bocca in commissione).Com'era anche prevedibile, la commissione parlamentare non approdò a risultati concreti, e tese a ridimensionare la gravità delle anomalie riscontrate. Tra l'altro, in quella sede veniva disposta la distruzione dei trentaquattromila fascicoli illegali, ma evidentemente alle parole non seguirono i fatti fino al 1974, quando Andreotti ordinò di bruciarli davvero, e non si sa se in ogni caso ne siano circolate delle copie abusive anche molto tempo dopo.
I più stretti collaboratori di De Lorenzo, anche quelli di cui era emerso il coinvolgimento in azioni poco ortodosse, furono invece tutti promossi ad importanti ruoli di comando nell'Arma dei carabinieri.


L'attività politica
Alle elezioni politiche del 19 maggio 1968 De Lorenzo fu eletto alla Camera dei deputati tra le file del Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica. Nel 1971 aderì al gruppo del Movimento Sociale Italiano, fino al 1972.





DOCUMENTI
  • http://www.fondazionecipriani.it/Scritti/appunti.html


giovedì 4 settembre 2014

FRANCO FREDA




"Sulla razza non si deve discutere, non ci si deve confrontare: se mai specchiare. La razza è sangue, è nervo".. (Franco Freda)


Franco Freda nel 49
Nato a Padova  nel 1941 da padre irpino e madre veneta si avvicinò alla politica fin dal liceo. Ha presieduto la sezione San Marco del Fronte Universitario d'Azione Nazionale di Padova, il movimento universitario del Movimento Sociale Italiano.
Laureato in giurisprudenza presso l'Università di Padova, già nel 1963 abbandona l'MSI per dar vita al sodalizio tradizionalista "Gruppo di Ar", con le Edizioni di Ar, casa editrice militante nella destra neofascista sulla scia del pensiero di Julius Evola. Tra i volumi pubblicati troviamo tutti gli scritti di Adolf Hitler, incluso il "Mein Kampf", numerosi volumi revisionisti tra cui "Auschwitz: fine di una leggenda" di Carlo Mattogno, i principali testi di Friedrich Nietzsche con l'originale tedesco a fronte, ma pure autori come Nikolaj Roerich, l'artista russo candidato al premio Nobel per la pace, Riccardo Bacchelli, Nicolàs Gòmez Dàvila, Georg Simmel, e altri.
Nel 1969 pubblicò La disintegrazione del sistema vero e proprio "libro-guida" per i nazimaoisti. Si tratta di un manifesto che avrà una grande importanza nell'ambiente neofascista degli anni a venire, costituendo un elemento di rottura con le ideologie ispirate al Ventennio, ai nazionalismi europei ed ordinovisti.



Freda teorizzò un comunismo aristocratico, una via di mezzo tra la repubblica di Platone, il Terzo Reich e la Cina di Mao.
Il sistema del quale Freda predica e intende perseguire la distruzione è quello borghese e, ne La disintegrazione del sistema, auspica che certi settori della sinistra "rivoluzionaria" attuino un'alleanza tattica, al fine di creare un unico fronte comune antiborghese.
Freda, richiamandosi a una aristocrazia ariana e sostenitore di teorie nazionalsocialiste, sino dagli anni sessanta iniziò a contestare la direzione dell'MSI, accusandola di 'tortuosità' e di compromesso con «la democrazia moribonda della Repubblica». 



L'Esperienza del Fronte Nazionale 
Nel 1990 Franco Freda promuove la costituzione del Fronte Nazionale di cui, oltre che fondatore, sarà anche il Reggente.
Freda durante una riunione del Fronte Nazionale
Freda ed il suo movimento sottolineeranno l'esigenza di difendere l'omogeneità etnica italiana ed europea, individuando nei crescenti flussi migratori non indoeuropei un pericoloso attacco alla stessa. La razza, per Freda, è un'arcaica «idea-forma», ossia un principio di differenziazione, in sé ulteriormente differenziato dalle etnie presenti al suo interno. La razza secondo la sintesi di Freda è «la forma a priori di una cultura», il suo specifico modo d'essere. Ecco spiegato perché «la varietà delle culture va dunque ricondotta alla varietà delle razze e delle etnie». L'idea di razza - afferma Freda - riacquista, in tal modo, un significato originario, col rimando a una visione del mondo ordinata secondo la dottrina platonica del kosmos. Il kosmos, ovvero un pluriverso razziale di contro all'universo del caos indifferenziato. Un pluriverso di forme (le razze) conchiuse e compiute, tra loro non omologabili e nemmeno equivalenti.
Secondo la dottrina del Fronte Nazionale ogni razza vale di per sé ed è chiamata ad occupare il proprio posto - differenziato - nel mondo, andando così a comporre appunto il kosmos. I principi del razzismo morfologico tendono a escludere sia una visione meramente biologica che una esclusivamente spirituale e culturale, che non tenga conto della prima. Nelle parole dello stesso Freda, in una delle relazioni da Reggente del Fronte Nazionale:
« Se denominiamo cultura la sintesi delle configurazioni politiche, estetiche, scientifiche, giuridiche, economiche in cui si manifesta un gruppo umano nel tempo, allora ciascuna cultura è simbolo di quel gruppo, espressione del suo radicale sentimento razziale ed etnico. »
(Franco Freda)
« Sulla razza non si deve discutere, non ci si deve confrontare: se mai specchiare. La razza è sangue, è nervo. Non pone interrogativi. È un elemento, come l'aria, come il sole, non un argomento (...) [Monologhi (a due voci), pag. 101]. Razzismo significa non disprezzo della altre razze ma fedeltà alla propria razza, riconoscimento della specifica forma di vita che la segna, rispetto a tutti i nessi, interiori ed esteriori, superiori ed inferiori che la ordinano. »
(Franco Freda)


Processo per la strage di piazza Fontana
Dal 1971 è coinvolto in diversi processi, tra cui il più famoso è quello per la strage di Piazza Fontana.
Processo di Catanzaro Freda con Giannettini
Il processo viene sottratto dalla Corte di Cassazione al tribunale di Milano, e spostato a Catanzaro e a Bari. Freda venne assolto per mancanza di prove dall'accusa di strage dalla Corte d'Assise d'Appello di Catanzaro e dalla Corte d'Assise d'Appello di Bari, sentenze confermate, nel 1987, dalla Corte di Cassazione.
Nel giugno 2005 la Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità di Freda e Ventura in ordine alla strage. Secondo la Corte, l'eccidio del 12 dicembre 1969 fu organizzato da "un gruppo eversivo costituito a Padova nell'alveo di Ordine Nuovo" e "capitanato da Franco Freda e Giovanni Ventura". Il giudizio ha valore di sola condanna morale e storica, in quanto i due imputati non possono essere messi sotto processo essendo già stati assolti irrevocabilmente dalla corte d'assise d'appello di Bari, che li ha condannati solo per le bombe sui treni.

Freda e Ventura

Diversi elementi hanno portato gli investigatori ad accusare il gruppo neofascista di Freda e Ventura: la composizione delle bombe usate in Piazza Fontana era identica a quella degli esplosivi che Ventura, pochi giorni dopo gli attacchi, aveva nascosto a casa di un amico.
I timer erano provenienti da uno stock di 50 timer a deviazione, della marca tedesca Junghans-Diehl, prodotti per il mercato italiano dalla ditta milanese GPU Gavotti, comprati il 22 settembre 1969 da Franco Freda in un negozio di Bologna. Freda ha successivamente spiegato che comprò i timer per Mohamed Selin Hamid, un supposto agente dei servizi segreti algerini (la cui esistenza è stata negata dalle autorità algerine) per la resistenza palestinese. I servizi segreti di Israele hanno dichiarato che nessun timer del genere è mai stato usato dai palestinesi.
Le borse in cui erano nascoste le bombe erano state acquistate in un negozio padovano (la stessa città in cui viveva Freda), un paio di giorni prima degli attentati.


La Cassazione ora conferma che l' eccidio del 12 dicembre 1969 fu organizzato da "un gruppo eversivo costituito a Padova nell' alveo di Ordine Nuovo" e "capitanato da Franco Freda e Giovanni Ventura". Secondo la Cassazione, così come per le corti d'appello, anche "la cellula veneziana di Maggi e Zorzi" nel 1969 organizzava attentati, ma "non è dimostrata la loro partecipazione alla strage del 12 dicembre". La corte giudica così "inattendibile" il pentito di Ordine Nuovo Carlo Digilio, mentre certifica "veridicità e genuinità" di quanto dichiarato dal supertestimone Martino Siciliano, ossia che "Siciliano ha partecipato alla riunione con Zorzi e Maggi dell'aprile '69 nella libreria Ezzelino di Padova" in cui "Freda annunciò il programma degli attentati ai treni". Tuttavia, poiché tali bombe non provocarono vittime, non è dimostrato il coinvolgimento di Maggi e Zorzi nella "strategia stragista di Freda e Ventura". In definitiva, secondo la Cassazione, "i tragici fatti del 12 dicembre 1969 non rappresentano una 'scheggia impazzita' ma il frutto di una coordinata 'acme' operativa iscritta in un programma eversivo ben sedimentato, ancorché di oscura genesi, contorni e dimensioni". Infine, la Corte definisce "deprecabile e sorprendente" la decisione di far brillare la seconda valigia-bomba inesplosa, impedendo "accertamenti di ineludibile importanza".

Gruppo di Ar 
Riguardo alla costituzione del Gruppo di Ar, nel 1982 Freda viene condannato definitivamente a quindici anni di carcere per associazione sovversiva.

Scioglimento del Fronte Nazionale 
Il Fronte Nazionale di Franco Freda è stato sciolto dal Consiglio dei ministri nel 2000, sulla base della legge Mancino.
I 49 membri del movimento, tra i quali Freda, seguendo le tesi della Procura di Verona, con la consulenza del perito Enzo Santarelli, sono stati processati e condannati (6 anni di carcere a Freda) per "costituzione di associazione avente lo scopo di incitare alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali" (sentenza della Corte di Cassazione, 7 maggio 1999).
In tale processo è stato difeso dall'avvocato Carlo Taormina.
Attualmente abita ad Avellino, la sua città d'origine dalla parte paterna.