venerdì 16 dicembre 2016

EDOARDO AGNELLI

EDOARDO AGNELLI SUICIDIO OD OMICIDIO



Lui in Italia non si sentiva sicuro, aveva paura di essere ucciso e tutte le volte che questa paura diventava più pressante scappava in Iran per essere protetto. Però i suoi rapporti con gli Usa erano pessimi, in particolare lui aveva continue scaramucce, discussioni con Henry Kissinger. (Marco Bava)

Edoardo Agnelli,nato a New York nel 1954, era uno dei due figli di Marella Caracciolo di Castagneto e Gianni Agnelli, azionista di riferimento e presidente della FIAT.

1968
Compie gli studi superiori al Liceo classico Massimo d'Azeglio di Torino, poi frequenta l'Atlantic College nel Regno Unito e l'Università di Princeton negli USA, dove consegue una laurea in lettere moderne. Designato dal padre come eventuale successore al vertice dell'azienda di famiglia, ben presto rivelerà scarso interesse per i beni materiali, dedicando maggior attenzione a temi filosofici e spirituali. A 22 anni polemizza sulla stampa contro Margherita Hack, difendendo i valori dell'astrologia. Compie viaggi in India, dove incontra il Maestro Sathya Sai Baba, e successivamente si reca a Teheran, dove rimane colpito dalla figura mistica dell'ayatollah Khomeini e si avvicina all'Islam sciita. In seguito torna molte volte in Iran, così come in Kenya, dove viene arrestato il 20 agosto del 1990, a Malindi, poiché trovato in possesso di eroina, venendo successivamente assolto dalle autorità locali.



Agnelli viene inoltre prosciolto nell'autunno dello stesso anno dall'accusa di spaccio di stupefacenti in base alla legge n. 685 del 1975 riguardante la "modica quantità per uso personale". La sua posizione di inquisito era sorta da un'inchiesta su un giro di droga nella "Roma Bene" in seguito al decesso per overdose d'eroina, avvenuto il 6 giugno 1988, di Ranieri Ferrara Santamaria, figlio di un noto avvocato capitolino, nonché amico dello stesso Edoardo.In seguito alla testimonianza fornita da questi (che comporta perfino l'ammissione della propria tossicodipendenza) al Giudice istruttore Stefano Meschini e ai riscontri delle intercettazioni telefoniche di alcune conversazioni tra l'imputato e la vittima vengono rinviate a giudizio trenta persone. Tra queste ultime figurano i nomi di alcuni spacciatori, nonché di diversi appartenenti al mondo dello spettacolo e all'alta società romana.






Nelle rare interviste concesse alla stampa, afferma di voler prendere le distanze dai valori del capitalismo e sostiene di volersi dedicare a studi di teologia. Edoardo Agnelli non nasconde di simpatizzare per il marxismo-leninismo in chiave mistica e verso l'Iran sciita; secondo voci non confermate negli ultimi anni cambia persino nome, assumendo un nome islamico. Compare in pochissime occasioni pubbliche e in qualche manifestazione religiosa o antinuclearista.







I tentativi di inserirlo in attività collaterali del grande gruppo aziendale di famiglia, tra cui anche una breve esperienza nel Consiglio d'Amministrazione della Juventus nel 1986, non danno buon esito.








La morte

La mattina del 15 novembre 2000 il suo corpo senza vita viene trovato da un pastore cuneese, Luigi Asteggiano, presso la base del trentacinquesimo pilone del viadotto autostradale Generale "Franco Romano" della Torino-Savona, nei pressi di Fossano. La sua Croma scura, con il motore ancora acceso e il bagagliaio socchiuso, era parcheggiata a lato della carreggiata del viadotto che sovrasta il fiume Stura di Demonte. La magistratura conclude presto le indagini formulando l'ipotesi del suicidio.







Il libro sulla morte

Nel 2009 esce il libro Ottanta metri di mistero - La tragica morte di Edoardo Agnelli di Giuseppe Puppo nel quale viene rilanciata l'idea dell'omicidio di Edoardo Agnelli: nessuno lo ha visto buttarsi da quel viadotto in un tratto di autostrada dove transitavano otto vetture al minuto. Inoltre Edoardo in quel periodo zoppicava e utilizzava il bastone, quindi è probabile che abbia impiegato almeno due minuti per arrampicarsi sul parapetto dell'autostrada per gettarsi di sotto, aumentando quindi le probabilità di essere visto. Altre perplessità vengono sollevate dalle condizioni del corpo, ritrovato con bretelle allacciate e mocassini ai piedi, nonostante il volo di ottanta metri e la mancanza di indicazioni dei suoi ultimi spostamenti da parte della sua scorta. Seguono poi la rapida rimozione e sepoltura del cadavere, senza effettuarne l'autopsia. Puppo afferma infine che da ben tre fonti diverse ha raccolto l'informazione che, poche settimane prima della morte di Edoardo, qualcuno cercò di fargli firmare un documento, in cui gli si chiedeva di rinunciare a tutti i suoi diritti di gestione in Fiat in cambio di un'ingente somma di denaro e immobili. Edoardo, dopo essersi consigliato con alcuni amici, si rifiutò di sottoscrivere.





Secondo alcune teorie del complotto, Edoardo Agnelli, che, come si è accennato, negli ultimi anni della sua vita si era molto avvicinato, e forse già convertito, all'Islam sciita, sarebbe stato ucciso su commissione da ignoti per paura che l'eredità della famiglia Agnelli potesse passare in mano a un fervente musulmano. L'attendibiltà di questa ricostruzione complottista, sarebbe confermata dal fatto che, alla morte di Gianni Agnelli, la sua eredità sarebbe finita all'unico suo figlio superstite, ossia alla sorella di Edoardo, Margherita, sposata con Alain Elkann, figlio di un banchiere ed industriale di religione ebraica.


                                             




Edoardo è sepolto a Villar Perosa nella tomba-cappella accanto al cugino Giovanni Alberto Agnelli, agli zii Umberto e Giorgio e di fronte al padre, nella monumentale tomba di famiglia che sovrasta il cimitero di Villar Perosa.






Chi possiede la Fca e l'eredità scomparsa di Giovanni Agnelli





IL tentativo (vero o falso) di rapire Giovanni Agnelli




sabato 5 novembre 2016

CARDINAL POLETTI

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“Riguardo al fatto di Emanuela Orlandi, per trovare la soluzione del caso, andate a vedere chi è sepolto nella cripta della Basilica di Sant’Apollinare e del favore che Renatino fece al cardinal Poletti, all’epoca” (telefonata anonima)

Ugo Poletti, nato ad Omegna il 19 aprile 1914, fu ordinato sacerdote il 29 giugno 1938.



Fu prima pro-vicario e poi vicario generale della diocesi di Novara. Papa Pio XII, il 12 luglio 1958 lo elesse vescovo titolare di Medeli ed ausiliare di mons. Gilla Vincenzo Gremigni, arcivescovo-vescovo di Novara, che lo consacrò il successivo 14 settembre nella cattedrale della diocesi.




Il 7 gennaio 1963, alla morte del proprio vescovo, venne eletto vicario capitolare di Novara, per essere chiamato, l'anno successivo, a Roma a dirigere le Pontificie Opere Missionarie.




Il 26 giugno 1967 fu nominato da papa Paolo VI arcivescovo di Spoleto.




Due anni dopo, il 3 luglio 1969 fu nominato arcivescovo titolare di Cittanova e secondo vicegerente di Roma, divenendo così uno dei più stretti collaboratori del cardinale Angelo Dell'Acqua, vicario di Roma, alla cui improvvisa morte, venne nominato, il 13 ottobre 1972, pro-vicario generale di Roma.




Papa Paolo VI lo elevò al rango di cardinale nel concistoro del 5 marzo 1973 con il titolo dei SS. Ambrogio e Carlo. Il 6 marzo fu nominato Vicario Generale della Diocesi di Roma e il 26 marzo successivo anche arciprete dell'Arcibasilica di San Giovanni in Laterano.




Sempre polemico nei riguardi delle amministrazioni della capitale, il 12 febbraio 1974, insieme a don Luigi Di Liegro, organizzò un convegno rimasto celebre con il titolo "Sui mali di Roma", anche se il titolo ufficiale era "La responsabilità dei cristiani di fronte alle attese di giustizia e di carità nella diocesi di Roma". Iniziato nella basilica di San Giovanni in Laterano, il convegno segnalò le debolezze e le carenze di Roma, indicandone i responsabili.




Partecipò ai due conclavi del 1978.




Nel 1986 nominò padre Gabriele Amorth esorcista della diocesi di Roma, chiedendogli di affiancare l'allora esorcista in carica padre Candido Amantini.

enrico de pedis tomba apollinare
Enrico De Pedis
Il 26 agosto 1986 fu incaricato da papa Giovanni Paolo II di erigere il primo Seminario Redemptoris Mater a Roma, dopo che gli iniziatori del Cammino neocatecumenale avevano presentato l'idea al Pontefice.



Dal 1985 al 1991 fu presidente della Conferenza Episcopale Italiana. In tale veste firmò con Franca Falcucci, allora Ministro della Pubblica Istruzione, l'intesa per l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole italiane.




Il 17 gennaio 1991 rinunciò, per raggiunti limiti d'età, agli uffici di cardinale vicario di Roma e di arciprete dell'Arcibasilica Lateranense, contestualmente venne nominato arciprete della Basilica di Santa Maria Maggiore.







Come risulta dai documenti trovati dalla giornalista RAI Raffaella Notariale nel 2005, fu lui ad autorizzare la sepoltura del criminale Enrico De Pedis (membro della banda della Magliana) nella cripta della Basilica di Sant'Apollinare: tale richiesta venne perorata dall'allora vicario di Sant'Apollinare, don Pietro Vergari, e si giustificava con la presunta attività filantropica verso i poveri della basilica svolta dal De Pedis.


Sabrina Minardi: "Il cardinale stava molto, molto, molto in confidenza con Renato. Grandi sorrisi, chiacchieravano amabilmente. Si misero a chiacchierare pure in disparte, mi ricordo ancora le mosse di Renato: si metteva le mani in faccia, a coprire la bocca, mentre parlava. Quando doveva parlare di cose serie e c'era gente faceva così: non si fidava neanche dei muri".



Il suo nome compare nella lista Pecorelli, pubblicata il 12 settembre 1978 sulla rivista OP Osservatore Politico dal giornalista Mino Pecorelli, la quale conteneva i nomi degli appartenenti alla massoneria nell'ambiente ecclesiastico, assieme a quelli di vescovi e cardinali come Paul Marcinkus, Dino Monduzzi, il vescovo di Albano Luigi Bonicelli, l'arcivescovo di Ravenna Salvatore Baldassarri, il cardinale Pappalardo e molti altri.




Si spense, per un improvviso attacco cardiaco, mentre era ricoverato presso il Policlinico Gemelli per erisipela, il 25 febbraio 1997. È sepolto nella Basilica di Santa Maria Maggiore.





venerdì 19 agosto 2016

BERNARDO PROVENZANO "Binnu u' Tratturi"


Bernardo Provenzano, detto Binnu u' Tratturi (Bernardo il trattore, per la violenza con cui falciava le vite dei suoi nemici).


Nato a Corleone da una famiglia di agricoltori venne ben presto mandato a lavorare nei campi come bracciante agricolo insieme con il padre Angelo, abbandonando la scuola (non finì la seconda elementare). Fu in questo periodo che Provenzano cominciò una serie di attività illegali, specialmente il furto di bestiame e generi alimentari, e si legò al mafioso Luciano Liggio, che lo affiliò alla cosca mafiosa locale. Nel 1954 Provenzano venne chiamato per il servizio militare ma venne dichiarato "non idoneo" e quindi riformato. Secondo le indagini dell'epoca dei Carabinieri di Corleone, in quel periodo Provenzano cominciò a occuparsi di macellazione clandestina di bestiame rubato nei terreni della società armentizia di contrada "Piano di Scala" a Corleone insieme con Liggio e la sua banda. Il 6 settembre 1958 Provenzano partecipò a un conflitto a fuoco contro i mafiosi avversari Marco Marino, Giovanni Marino e Pietro Maiuri, in cui rimase ferito alla testa e arrestato dai Carabinieri, che lo denunciarono anche per furto di bestiame e formaggio, macellazione clandestina e associazione per delinquere.

Il 10 settembre 1963 i Carabinieri di Corleone denunciarono Provenzano per l'omicidio del mafioso Francesco Paolo Streva (ex sodale di Michele Navarra) ma anche per associazione per delinquere e porto abusivo di armi: Provenzano si rese allora irreperibile, dando inizio alla sua lunga latitanza. Nel 1969 Provenzano venne assolto in contumacia per insufficienza di prove nel processo svoltosi a Bari per gli omicidi avvenuti a Corleone a partire dal 1958.

Secondo le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Antonino Calderone, Provenzano partecipò alla cosiddetta «strage di viale Lazio» (10 dicembre 1969), che doveva punire il boss Michele Cavataio: durante il conflitto a fuoco, Provenzano rimase ferito alla mano ma riuscì lo stesso a sparare con la sua Beretta MAB 38; Cavataio rimase a terra ferito e Provenzano lo stordì con il calcio della Beretta, finendolo a colpi di pistola. Sempre secondo Calderone, Provenzano «era soprannominato "u' viddanu" e anche "u' tratturi". È stato soprannominato "u' tratturi" da mio fratello con riferimento alle sue capacità omicide e con particolare riferimento alla strage di viale Lazio, nel senso che egli tratturava tutto e da dove passava lui "non cresceva più l'erba"».

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Secondo i collaboratori di giustizia Tommaso Buscetta e Totuccio Contorno, nel 1974 Riina e Provenzano divennero i reggenti della Famiglia di Corleone dopo l'arresto di Liggio, ricevendo anche l'incarico di reggere il relativo "mandamento".
Nel marzo 1978 Giuseppe Di Cristina, capo della Famiglia di Riesi, si mise in contatto con i Carabinieri e dichiarò che «Riina Salvatore e Provenzano Bernardo, soprannominati per la loro ferocia "le belve", sono gli elementi più pericolosi di cui dispone Luciano Leggio. Essi, responsabili ciascuno di non meno di quaranta omicidi, sono stati gli assassini del vice pretore onorario di Prizzi» ed erano anche responsabili «su commissione dello stesso Leggio, dell'assassinio del tenente colonnello Giuseppe Russo»; in particolare, Di Cristina dichiarò che Provenzano «era stato notato in Bagheria a bordo di un'autovettura Mercedes color bianco chiaro alla cui guida si trovava il figlio minore di Brusca Bernardo da San Giuseppe Jato».

Ai vertici di Cosa Nostra
Secondo le indagini dell'epoca dei Carabinieri di Partinico, Provenzano trascorreva la sua latitanza prevalentemente nella zona di Bagheria ed effettuava ingenti investimenti in società immobiliari attraverso prestanome per riciclare il denaro sporco; sempre secondo le indagini, le società immobiliari restarono in intensi rapporti economici con la ICRE, una fabbrica di metalli di proprietà di Leonardo Greco (indicato dal collaboratore di giustizia Totuccio Contorno come il capo della Famiglia di Bagheria)
Nel 1981 Provenzano e Riina scatenarono la cosiddetta «seconda guerra di mafia», con cui eliminarono i boss rivali e insediarono una nuova "Commissione", composta soltanto da capimandamento a loro fedeli; durante le riunioni della "Commissione", Provenzano partecipò alle decisioni e all'organizzazione di numerosi omicidi come esponente influente del "mandamento" di Corleone e protesse più volte con l'intimidazione la carriera politica di Vito Ciancimino, principale referente politico dei Corleonesi: infatti negli anni successivi il collaboratore di giustizia Nino Giuffrè dichiarerà che Riina e Provenzano «non si alzavano da una riunione se non quando erano d'accordo».
Nel 1993, dopo l'arresto di Riina, Provenzano fu il paciere tra la fazione favorevole alla continuazione degli attentati dinamitardi contro lo Stato (Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano) e l'altra contraria (Michelangelo La Barbera, Raffaele Ganci, Salvatore Cancemi, Matteo Motisi, Benedetto Spera, Antonino Giuffrè, Pietro Aglieri): secondo il collaboratore di giustizia Vincenzo Sinacori, Provenzano riuscì a porre la condizione che gli attentati avvenissero fuori dalla Sicilia, in "continente", mentre l'altro collaboratore Salvatore Cancemi dichiarò che, durante un incontro, lo stesso Provenzano gli disse che "tutto andava avanti" riguardo alla realizzazione degli attentati dinamitardi a Roma, Firenze e Milano, che provocarono numerose vittime e danni al patrimonio artistico italiano.
Dopo gli arresti di Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca e Vito Vitale, Provenzano avviò la cosiddetta "strategia della sommersione" perché mirava a rendere Cosa Nostra invisibile dopo gli attentati del 1992-93, limitando al massimo gli omicidi e le azioni eclatanti per non destare troppo l'attenzione delle autorità al fine di tornare a sviluppare gli affari leciti e illeciti: tale strategia venne decisa nel corso di alcuni incontri a cui parteciparono lo stesso Provenzano insieme con i boss Benedetto Spera, Nino Giuffrè, Tommaso Cannella e il geometra Pino Lipari, il quale non era ritualmente “punciutu” ma poteva partecipare agli incontri perché era il prestanome più fidato di Provenzano.


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La latitanza
Il 22 luglio 1993 Salvatore Cancemi, reggente del "mandamento" di Porta Nuova, si consegnò spontaneamente ai Carabinieri e decise di collaborare con la giustizia, dichiarando che la mattina successiva avrebbe dovuto incontrarsi con il latitante Pietro Aglieri (capo del "mandamento" di Santa Maria di Gesù), per poi raggiungere Provenzano in una località segreta, offrendosi di aiutarli a organizzare una trappola; l'informazione però venne considerata non veritiera dai Carabinieri, i quali erano convinti che Provenzano fosse morto poiché dopo un decennio la moglie e i figli erano tornati a vivere e a lavorare a Corleone, decidendo quindi di non sfruttare l'occasione.
Il 31 ottobre 1995 il boss Luigi Ilardo (reggente mafioso della provincia di Caltanissetta) divenne confidente del colonnello Michele Riccio del ROS e gli rivelò che avrebbe incontrato Provenzano in un casolare nei pressi di Mezzojuso; Riccio allertò il colonnello Mario Mori ma non gli furono forniti uomini e mezzi adeguati per intervenire, i quali non riuscirono a localizzare con esattezza il casolare indicato da Ilardo. Successivamente, il 10 maggio 1996 Ilardo venne ucciso poco dopo aver cominciato la sua collaborazione con la giustizia. Riccio accusò Mori e i suoi superiori di aver trattato la faccenda con superficialità, dando inizio a varie inchieste giudiziarie che ancora non hanno chiarito la vicenda.
Nel novembre 1998 gli agenti del ROS dei Carabinieri condussero l'indagine denominata "Grande Oriente", che era partita dalle confidenze rese da Ilardo e portò all'arresto di 47 persone, accusate di attività illecite e di aver favorito la latitanza di Provenzano; tra gli arrestati figurarono anche Simone Castello e l'imprenditore bagherese Vincenzo Giammanco, accusato di essere prestanome di Provenzano nella gestione dell'impresa edile "Italcostruzioni SpA".
Nel novembre 2003 venne arrestato l'imprenditore Michele Aiello, accusato di essere il prestanome di fiducia di Provenzano: infatti, secondo il collaboratore di giustizia Nino Giuffrè, Provenzano aveva investito denaro sporco nella clinica Villa Santa Teresa, centro oncologico all'avanguardia a Bagheria di proprietà di Aiello. Per queste ragioni, nel 2011 Aiello verrà condannato in via definitiva a quindici anni e mezzo di carcere per associazione di tipo mafioso, corruzione e accesso abusivo alla rete informatica della Procura.
Nel gennaio 2005 la DDA di Palermo coordinò l'indagine "Grande mandamento", condotta dagli agenti del Servizio Centrale Operativo e del ROS dei Carabinieri, che portò all'arresto di 46 persone nella provincia di Palermo, accusate di aver favorito la latitanza di Provenzano e di aver gestito il recapito dei pizzini destinati al latitante; l'indagine rivelò anche che nel 2003 alcuni mafiosi di Villabate avevano aiutato Provenzano a farsi ricoverare in una clinica di Marsiglia per un'operazione chirurgica alla prostata, fornendogli documenti falsi per il viaggio e il ricovero. Uno degli arrestati, Mario Cusimano (ex imprenditore di Villabate), cominciò a collaborare con la giustizia e rivelò agli inquirenti che la carta d'identità usata da Provenzano per andare a Marsiglia era stata timbrata da Francesco Campanella, ex presidente del consiglio comunale di Villabate: nel settembre 2005 anche Campanella cominciò a collaborare con la giustizia e confermò di essere stato lui a timbrare il documento.

L'arresto
Le indagini che portarono all'arresto di Provenzano si incentrarono sull'intercettazione dei famosi pizzini, i biglietti con cui comunicava con la compagna e i figli, il nipote Carmelo Gariffo e con il resto del clan.




Dopo l'intercettazione di questi pizzini e alcuni pacchi contenenti la spesa e la biancheria, movimentati da alcuni staffettisti di fiducia del boss, i poliziotti della Squadra mobile di Palermo e gli agenti della Sco riuscirono a identificare il luogo in cui si rifugiava Provenzano.
Individuato il casolare, gli agenti monitorarono il luogo per dieci giorni attraverso microspie e intercettazioni ambientali, per avere la certezza che all'interno vi fosse proprio Provenzano.



L'11 aprile 2006 le forze dell'ordine decisero di eseguire il blitz e l'arresto, a cui Provenzano reagì senza opporre la minima resistenza, limitandosi a chiedere che gli venisse fornito l'occorrente per le iniezioni che doveva effettuare in seguito all'operazione alla prostata. Il boss confermò la propria identità complimentandosi e stringendo la mano agli uomini della scorta e venne scortato alla questura di Palermo.
Il questore di Palermo successivamente confermò che per giungere alla cattura le autorità non si avvalsero né di pentiti né di confidenti.
Il casolare (il proprietario del quale venne arrestato) in cui viveva il boss era arredato in maniera spartana, con il letto, un cucinino, il frigo e un bagno, oltre che una stufa per il freddo e la macchina da scrivere con cui compilava i pizzini.

Carcere e morte
Dopo il blitz viene portato alla questura di Palermo e poi al supercarcere di Terni, sottoposto al regime carcerario dell'art. 41-bis. Dopo un anno di carcere a Terni, viene trasferito al carcere di Novara a seguito di alcuni malumori degli agenti di Polizia Penitenziaria che si occupavano della sua detenzione.
Dal carcere di Novara, il boss ha più volte tentato di comunicare con l'esterno in codice. Il ministero della Giustizia ha deciso di aggravare il carcere duro per Provenzano, applicandogli il regime di 14-bis in aggiunta al 41 bis dell'ordinamento penitenziario, che prevede l'isolamento in una cella in cui sono vietate la televisione e la radio portati.



Il 19 marzo 2011 viene confermata la notizia di un cancro alla vescica. Lo stesso giorno viene annunciato il trasferimento dal carcere di Novara a quello di Parma dove il 9 maggio 2012 il boss tenta il suicidio infilando la testa in una busta di plastica con l'obiettivo di soffocarsi ma il tutto viene sventato da un agente di polizia penitenziaria.
Il 23 maggio 2013 la trasmissione televisiva Servizio pubblico manda in onda un video che ritrae Provenzano nel carcere di Parma durante un incontro con la moglie e il figlio datato 15 dicembre 2012; l'ex boss appare fisicamente irriconoscibile, affaticato e mentalmente confuso, tanto da non riuscire a prendere in mano la cornetta del citofono per parlare con il figlio. Durante il colloquio Provenzano non riesce neanche a spiegare con chiarezza al figlio l'origine di un'evidente ferita alla testa, prima dichiara di essere stato vittima di percosse, e successivamente di essere caduto accidentalmente. Il 26 luglio seguente la procura di Palermo dà l'ok per la revoca del 41-bis a Bernardo Provenzano. Il motivo è da imputare a condizioni mediche.
Il 9 aprile 2014 per l'aggravarsi delle sue condizioni viene ricoverato all'ospedale di San Paolo di Milano, proveniente dal centro clinico degli istituti penitenziari di Parma. Nell'estate 2015 la Cassazione lo rimanda comunque al 41 bis per tutelare al meglio la sua salute perché altrimenti in un altro reparto sarebbe a rischio sopravvivenza.
Sempre ricoverato all'ospedale San Paolo di Milano, muore il 13 luglio 2016 all'età di 83 anni. Il questore di Palermo ha disposto che vengano vietati i funerali. La decisione è stata presa per motivi di ordine pubblico.

Processo Trattativa Stato-Mafia
Il 24 luglio 2012 la Procura di Palermo, sotto Antonio Ingroia e in riferimento all'indagine sulla Trattativa Stato-Mafia, ha chiesto il rinvio a giudizio di Provenzano e altri 11 indagati accusati di concorso esterno in associazione di tipo mafioso e "violenza o minaccia a corpo politico dello Stato". Gli altri imputati sono i politici Calogero Mannino, Marcello Dell'Utri, gli ufficiali Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, i boss Giovanni Brusca, Salvatore Riina, Leoluca Bagarella e Antonino Cinà, il collaboratore di giustizia Massimo Ciancimino (anche "calunnia") e l'ex ministro Nicola Mancino ("falsa testimonianza").








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lunedì 15 agosto 2016

MANO NERA (BLACK HAND)




MANO NERA 

La Mano Nera (in lingua inglese Black Hand) furono delle bande che praticavano estorsioni all'interno delle comunità italiane nelle città statunitensi all'inizio del XX secolo

Il termine prese piede nei primi del Novecento e derivava dall'abitudine degli estorsori di inviare lettere minatorie alle loro vittime, le quali erano contrassegnate dall'emblema del teschio e tibie incrociate o dall'impronta di una mano nera, accompagnate da minacce di morte, di sfregi e di danneggiamenti: questa tipologia di crimine si diffuse da New York a Chicago, San Francisco e New Orleans, compiuta da strozzini siciliani, calabresi e napoletani.


Web HostingUno dei delitti più atroci compiuti dalla mano nera avvenne nel paesino di Péllaro nei pressi di Reggio Calabria il 4 settembre del 1910. Un emigrante calabrese a New York, Giuseppe Ruvolino, partecipa a una rapina organizzata dal clan mafioso al quale si è affiliato per poter sopravvivere. Il colpo fallisce e la polizia lo cattura. Sotto promessa della libertà fa il nome dei suoi complici pur conoscendo il rischio a cui va incontro. A seguito della delazione ottiene la libertà come promessogli, ma consapevole che lo "sgarro" equivale alla condanna a morte da parte dell' organizzazione mano nera cui appartiene, lascia gli USA e con l'intera famiglia rientra in Calabria nella speranza di sottrarsi alla vendetta dei compagni. Ma si sbaglia, la notte del 4 settembre 1910 uno o più malviventi mascherati penetrano nella sua abitazione ed lo uccidono barbaramente con asce e coltelli e sterminano tutta la famiglia, composta dalla moglie e da sei figli, il più piccolo dei quali ha appena quattro mesi. Si racconta che i vicini, accorsi alle grida, udirono una delle bambine invocare con voce rotta dal pianto: "zio non mi ammazzare", ma invano. Nessuno parlò e gli assassini rimasero sconosciuti alla Giustizia.



I principali capibanda che compirono questo tipo di estorsione furono i siciliani Giuseppe Morello e Ignazio Lupo, che strangolavano e bruciavano le vittime che rifiutavano di pagare,e i cumparielli napoletani Enrico Alfano e Pellegrino Morano.
Nel romanzo Vita di Melania G. Mazzucco ambientato nella New York di inizio Novecento vengono descritti vari episodi criminosi legati alla Mano Nera.


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Per meglio capire le vicende della Mano Nera puoi approfondire i profili di Vito Cascio Ferro e Joe Petrosino.




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Vito Cascio Ferro


Prima della Mafia Piu della Mafia, La Mano Nera (1973)




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