martedì 30 aprile 2013

ALBERT ANASTASIA "The mad hatter"





Albert Anastasia
Umberto Anastasio nacque a Parghelia, all'epoca in provincia di Catanzaro, il 26 settembre 1902. Nel 1917 si trasferì clandestinamente negli Stati Uniti d'America insieme al fratello Antonio, venendo assunto come scaricatore di porto a Brooklyn. Fu qui che Anastasio iniziò ad occuparsi di attività illecite insieme al fratello, venendo arrestato nel 1920 per l'omicidio di un collega, che fu da lui accoltellato; condannato a morte, trascorse diciotto mesi nel braccio della morte del carcere di Sing Sing, ma la sentenza venne annullata perché i testimoni oculari ritrattarono la loro confessione. Anastasio tornò in libertà e decise di "americanizzare" il suo nome in Albert Anastasia, venendo nuovamente arrestato nel 1922 per omicidio, ma venne rilasciato perché le accuse decaddero; l'anno successivo venne arrestato per possesso di un'arma illegale, venendo condannato a due anni di carcere.



Per via della sua sinistra "fama", Anastasia venne assunto come guardaspalle del mafioso siciliano Giuseppe "Joe" Masseria, venendo spregiativamente chiamato «il calabrese» per via delle sue origini. Durante il Proibizionismo, Anastasia si unì alla banda del gangster Lucky Luciano, occupandosi del furto di camion carichi di alcolici destinati ad altre bande. Nel 1931 Anastasia faceva parte della squadra di killer che uccise Joe Masseria su ordine di Luciano, che voleva porre fine alla cosiddetta «Guerra castellammarese»; Dopo aver fatto uccidere il suo rivale Salvatore Maranzano, Luciano fece collocare Anastasia nella Famiglia guidata dal boss Vincent Mangano, che lo nominò capodecina. Fu in questo periodo che Anastasia, insieme al gangster Lepke Buchalter, fondò la Murder, Inc., un gruppo di killer italiani ed ebrei che compivano omicidi a pagamento per conto della «Commissione». Nel 1940 però Abe Reles, uno dei killer della Murder, Inc., venne arrestato per omicidio e decise di collaborare con la giustizia per evitare la pena di morte, accusando i suoi sodali, compresi Buchalter e Anastasia, che per questo fu soprannominato "Lord high executioner" dalla stampa statunitense finché Reles venne ucciso facendolo cadere dalla finestra dell'hotel dove era tenuto sotto custodia. Per riabilitare la sua immagine, Anastasia si arruolò nell'esercito degli Stati Uniti (si veda lo sbarco in Sicilia) durante la seconda guerra mondiale e divenne sergente tecnico, riuscendo a rimanere con le truppe di stanza in Georgia grazie alla corruzione dei suoi superiori.



Nel 1951 Anastasia fece sparire Vincent Mangano e fece uccidere suo fratello Philip, venendo accettato dalla «Commissione» come nuovo capo della sua Famiglia, specialmente da Frank Costello, boss della Famiglia Luciano. Nel 1955 Anastasia venne condannato ad un anno di carcere per evasione fiscale e scontò la sua pena in un penitenziario del Michigan, continuando a gestire la sua Famiglia anche dalla prigione. Nel 1957 Anastasia scelse il suo capodecina Carlo Gambino come vicecapo dopo aver fatto assassinare il suo predecessore Frank Scalise; Gambino però si legò troppo a Vito Genovese, che mirava a prendere il comando della Famiglia di Frank Costello. Lo scopo dei due era quello di eliminare Anastasia e Costello per rilevarne le rispettive Famiglie: il 2 maggio 1957 Costello venne ferito di striscio da un killer di Genovese e decise di cedergli il comando della Famiglia.
Infine Genovese e Gambino ordinarono anche l'omicidio di Anastasia: la mattina del 25 ottobre 1957 Anastasia andò dal suo barbiere al Park Sheraton Hotel, accompagnato dal suo guardaspalle, che però uscì subito perché d'accordo con i killer; appena sedutosi sulla poltrona, entrarono due killer che lo uccisero a colpi di pistola. Dopo l'uccisione di Anastasia, il comando della sua Famiglia passò a Carlo Gambino.









lunedì 29 aprile 2013

GIOVANNI PANDICO "O pazzo"







Giovanni Pandico (nato il 24 giugno 1944) è un ex camorrista italiano membro della Nuova Camorra Organizzata (NCO). Nel 1983, dopo dodici anni di reclusione, decise di collaborare con la giustizia italiana diventando un pentito . Le sue rivelazioni  portarono all'arresto di 856 affiliati alla NCO il 17 giugno del 1983, un giorno definito dalla stampa napoletana come il giorno nero della NCO. 

Primi anni
Giovanni Pandico è nato a Sassari, in Sardegna , dove suo padre era un tenente dell'esercito italiano. 
Poco dopo la seconda guerra mondiale, la madre lo portò a Liveri , un altro picco
lo centro alle porte di Napoli , dove il nonno greco aveva preso la residenza. 
All'età di 15 anni, entrò nel carcere minorile del Filangeri, centro di detenzione minorile napoletano, dove trascorse alcuni anni; a 19 venne arrestato per aver tentato di far saltare la caserma dei Carabinieri e quindi rinchiuso a Poggioreale.
E 'stato durante questo periodo che incontrò il capo della NCO, Raffaele Cutolo. Secondo la sua successiva testimonianza in aula, Pandico fu iniziato alla camorra di Cutolo l'8 dicembre 1963, dal classico rito del battesimo del sangue: un piccolo taglio sulla base del dito indice della mano destra.
Il 18 giugno del 1970, due giorni dopo il suo rilascio dalla prigione, si recò in municipio con l'intenzione di uccidere il sindaco di Liveri, Nicola Nappi. Nella sua furia attraversò i corridoi del municipio, uccise prima Giuseppe Gaetano, un supervisore che cercò di bloccarlo, poi sparò e uccise Guido Adrianopoli, un impiegato che era apparso nel corridoio per vedere cosa stava succedendo. Infine sparò e ferì il sindaco ed il dipendente, Pasquale Scola, che stavano cercando di trovare protezione sotto la scrivania del sindaco. 
Pandico fu arrestato il giorno seguente e immediatamente confessò il delitto. Dopo un breve esame psichiatrico che evitò a Pandico di affrontare il processo, fù definito un "individuo paranoico puro, in grado però di capire molto bene la propria situazione". Come risultato, è stato condannato per omicidio plurimo, tentato omicidio e condannato a 30 anni di reclusione, in totale.


Carriera nella NCO
In carcere, Pandico inizia a leggere documentazione legale e ben presto iniziò ad aiutare gli altri detenuti nei loro casi aiutando per lo più gli analfabeti. Fù presto trasferito nel carcere di Porto Azzurro, dove fu assunto dall'amministrazione penitenziaria per aiutare altri detenuti nello scrivere lettere personali ed appelli ai giudici. Più tardi, andò al carcere di Ascoli Piceno, che era una roccaforte tradizionale del NCO. Trasferito in una cella accanto a Cutolo e assistette il boss del crimine nella sua routine quotidiana, che comprendeva fare il caffè per lui, servirgli il cibo, ma, soprattutto, scrisse lettere per conto di Cutolo, utilizzando un timbro con la sua firma. 
Con il nuovo status di scirttore di Cutolo vide notevolmente incrementato il suo prestigio e la posizione all'interno dell'organizzazione. Si era ormai guadagnato una reputazione come un "uomo d'onore". Tuttavia, fu sempre in contrasto con i più giovani, i membri più decisi del boss che lo disprezzavano a causa della sua arroganza e del suo apparire come quello che sapeva sempre tutto. E 'stato solo l' interesse di Cutolo verso Pandico che impedì ogni violenza nei suoi confronti.


Diventare un Pentito
Tuttavia, le cose sarebbero cambiate drasticamente per Giovanni Pandico, quando, a seguito dello scandalo della vicenda Cirillo , il presidente Sandro Pertini intervenne personalmente per trasferire Cutolo nel carcere di massima sicurezza sull'isola dell' Asinara , Sardegna. Pandico si rese conto che i leader più giovani della organizzazione lo avrebbero preso di mira. Dopo aver tentato, senza successo, di migliorare la sua posizione tramite un' incontro con la dirigenza NCO, ha chiesto all'amministrazione penitenziaria di metterlo in isolamento. Due giorni dopo, il 21 marzo 1983, convocò il direttore del carcere e ha annunciò il suo desiderio di disertare dalla NCO e collaborare con le autorità.


La decisione di Giovanni Pandico di diventare un pentito fù una grande sorpresa per le forze dell'ordine italiane perché, anche se lui aveva trascorso gli ultimi dodici anni in prigione, non avevano mai sospettato fosse un membro della NCO. Pandico presto si è rivelò uno dei pentiti più importanti ad essere mai coinvolto nel maxiprocesso contro la NCO. Era il secondo membro più anziano della NCO a diventare informatore, il primo è Pasquale Barra , che resosi conto che Cutolo era disposto a lasciarlo uccidere, decise di pentirsi. Una settimana dopo aver annunciato la sua decisione, fù trasportato in elicottero al Centro Operativo dei Carabinieri, dove la sua visita era molto atteso dai pubblici ministeri, Lucio Di Pietro e Felice Di Persia. 
Nella sua confessione ai due procuratori distrettuali, Pandico si è presentato come uomo tradito ed espresse la sua delusione per l'organizzazione:
"Ho intenzione di raccontare tutto quello che so l'organizzazione denominata NCO cui appartenevo e da cui voglio dissociarmi perché le regole d'onore che avevano caratterizzato la NCO fino ad ora, non esistono più. Un'organizzazione perfetta in cui ho creduto, con una divisione di regole e gerarchie sempre rispettate, è ora sotto la volontà arbitraria di persone diverse che non si basano su i capi della organizzazione e per la mancanza di disciplina vanno contro l'interesse comune della organizzazione, producendo un inutile quantità di violenza e di terrore. ho pensato molto su questo, e ho deciso di parlare. Voglio farlo in piena spontaneità, avendo capito l'inutilità di appartenere ad una organizzazione priva di tutte le regole ". 
Dopo più di una settimana di interrogatori e 300 pagine di deposizione, Pandico è stato identificato come un vero pentito.Nel complesso, più di 1.000 in seguito sarebbe state incriminate per il delitto di associazione mafiosa chiamata la Nuova Camorra Organizzata.
Dopo la sua prima testimonianza era percepito come il più affidabile dei pentiti dalla stampa, così come dalle forze dell'ordine. I giornali italiani lo ha soprannominarono "il supercomputer" , per la sua straordinaria memoria e ricchezza di informazioni che aveva prodotto in aula. 
Francesco Pazienza
Tra le sue molte rivelazioni importante fu l'affermazione che l'ex ufficiale del Sismi, Francesco Pazienza avevano incontrato l'assassino turco fallito, Mehmet Ali Agca , nella sua cella del carcere di Ascoli Piceno di Roma. Stessa affermazione fù fatta anche da Agca nel suo processo. Dalla sua prigione di New York, Pazienza negò di aver mai visitato Agca. 
Nella prima serie di prove risultanti dal 1983 giro di vite, la testimonianza di Pandico insieme a quelli di molti altri pentiti, come Pasquale Barra, Giovanni Melluso e Luigi Riccio sono stati trovati affidabile e abbastanza convincente per diventare un fattore significativo nelle convinzioni di oltre 800 imputati .Tuttavia, molte delle accuse di Pandico furono poi dimostrati infondati, e molti degli imputati condannati sono stati rilasciati. 


Falsa testimonianza contro Enzo Tortora
Giovanni Pandico fu uno degli otto pentiti che hanno accusato falsamente il popolare conduttore Enzo Tortora di appartenera alla Nco e di traffico di cocaina. Affermò di aver ricevuto
queste informazioni direttamente da Raffaele Cutolo, nel corso di una discussione presumibilmente nel carcere di Ascoli Piceno, nella seconda metà del 1981. Pandico ha sottolineato che il compito di Tortora all'interno dell'organizzazione era quello di vendere la droga e portare il denaro all'estero.
Egli ha sostenuto che Tortora stato menzionato accidentalmente mentre si discute di uno stock di farmaci, quando Cutolo avrebbe detto: ". cerchiamo di non comportarsi come Tortora", "quello con il pappagallo" Tuttavia, Cutolo sarebbe stato riferiva a un misfatto commesso da Tortora, che è, uno stock di droga del valore di 50 o 60 milioni di lire che egli era in debito con l'organizzazione e soprattutto con Barbaro e Alcamo, uno stock che Tortora aveva presumibilmente venduto ma non pagato al sottufficiale durante gli anni tra il 1977 e il 1978. Tortora fù incarcerato per anni prima di essere prosciolto (morì di cancro poco dopo).



domenica 28 aprile 2013

MINO PECORELLI




Notizie, si sa, a un certo livello non esistono. Esistono invece “fughe di notizie”. Cioè quelle soffiate, quelle “indiscrezioni” con cui ciascun centro di potere in questa Repubblica pluralistica cerca di condizionare, ammonire, minacciare altri centri di potere. In questo senso, parlare di “giornalisti-spia” è parlare di acqua fresca. Il giornalista è insieme una spia e il suo contrario. Spia in quanto per accedere a certe informazioni deve stabilire dei contatti con determinati centri di potere, magari tappandosi il naso, ma senza timori virginali sul candore delle proprie mani. Antispia, perché offre subito al suo pubblico ogni indiscrezione della quale entra in possesso. Il giornalista, insomma, può correre il rischio di diventare uno strumento altrui, può non comprendere subito dove andranno a sfociare iniziative determinate alle sue spalle, ma certo mai e poi mai uno che ha il vizio delle penna potrà prestarsi alle clandestine omertà del mondo spionistico.
Mino Pecorelli – OP, 17 dicembre 1976





Carmine Pecorelli, nacque in un piccolo paese del Molise. Nel 1944, appena sedicenne, si arruolò nel contingente degli Alleati attivo nella zona, quello anticomunista comandato dal generale polacco Władysław Anders. Dopo la fine della guerra si diplomò a Roma; successivamente si trasferì a Palermo, dove si laureò in Giurisprudenza nella locale università. Tra la fine degli anni cinquanta e i primi anni sessanta lavorò nella capitale come avvocato. Divenne un esperto di diritto fallimentare e fu nominato capo ufficio stampa del ministro Fiorentino Sullo, iniziando così ad entrare nell'ambiente del giornalismo.





La carriera giornalistica
Nella primavera del 1967 Pecorelli cambiò mestiere, dedicandosi al giornalismo a tempo pieno. Lavorò al periodico Nuovo Mondo d'Oggi (prima mensile poi settimanale di “politica, attualità e cronaca”), una rivista caratterizzata dalla ricerca e pubblicazione di scoop negli ambienti di potere. Pecorelli divenne socio dell'editore Leone Cancrini. L'esperienza del settimanale fu, per lui, un trampolino di lancio. Strinse molte amicizie: alcune durarono poco, altre segnarono un passo importante nel suo curriculum. L’ultimo scoop, però, non fu mai pubblicato, perché intervenne l’Ufficio affari riservati del Ministero dell’Interno che trovò un accordo per far chiudere la rivista il 2 ottobre 1968.


Pecorelli decise così di proseguire da solo l'attività e fondò una propria agenzia di stampa. OP-Osservatore Politico fu registrato al Tribunale di Roma il 22 ottobre 1968 con sede in via Tacito 90. OP (come fu subito chiamato) trattava di politica, in particolare di scandali e retroscena, e comunque di chi - in qualche modo - aveva qualche potere in Italia, fornendo notizie in anteprima raccolte dallo stesso Pecorelli, grazie alle sue numerosissime aderenze in molti ambienti dello Stato, e accompagnate da accurate analisi elaborate dal giornalista.
La testata (il cui nome coincideva con l'acronimo di "ordine pubblico"), divenne presto molto nota ed ebbe anche una certa centralità in ambiti politici, militari e di intelligence, costituendo una sorta di elitaria fonte di informazione specializzata: politici, dirigenti statali, militari, agenti segreti la leggevano con frenetica costanza per scorgervi acute indicazioni su cosa era successo o sagaci previsioni su cosa stava per accadere. Di diffusione settoriale, la "velina" settimanale di OP era destinata ad una selezionata lista di abbonati, che comprendeva le alte sfere militari, politiche ed industriali del Paese.
Nel marzo del 1978 Pecorelli annunciò la decisione - piuttosto sorprendente - di trasformare l'agenzia in un periodico regolarmente in vendita nelle edicole. L'operazione stupì sia perché Pecorelli stesso non disponeva del denaro necessario per una simile avventura editoriale (infatti lo stesso giornalista chiese spesso a personaggi di spicco delle sovvenzioni pubblicitarie per la sua rivista) ma soprattutto per lo stupefacente tempismo tra il primo numero del settimanale OP e la strage di via Fani a Roma, con cui iniziò il periodo dei 55 giorni del sequestro di Aldo Moro.

Il periodico si occupò a più riprese del rapimento e dell'omicidio dello statista democristiano, arrivando a fare rivelazioni sconcertanti (ad esempio sulla falsità del Comunicato n. 7, quello del Lago della Duchessa); altri bersagli privilegiati di Pecorelli furono Giulio Andreotti ed in particolare la conventicola di politici, industriali e faccendieri che alimentava la sua corrente: esemplare l'episodio di una cena in cui il braccio destro di Andreotti, Franco Evangelisti, cercò di convincere Pecorelli, con un assegno di 300 milioni di lire, a non pubblicare un reportage sugli assegni milionari che il bancarottiere Nino Rovelli aveva girato al capo della sua corrente.
Nei numero 27, 28, 29 di “Op”, ottobre 1978, il giornalista scrive: “Non credo all’autenticità del memoriale, o alla sua integrità, e alle banalità che sono state riportate alla luce. Moro non può aver detto quelle cose e solo quelle cose arcinote; non era stupido, dicendo solo quelle cose, sapeva che non sarebbe uscito vivo dalla prigione. Quindi c’è dell'altro. Così ora sappiamo che ci sono memoriali falsi e memoriali veri. Questo qui diffuso è anche mal confezionato. Ma con l’uso politico di quello vero, e anche con il ritrovamento di alcuni nastri magnetici dove “parla” a viva voce Moro, ci sarà il gioco al massacro. Inizieranno i ricatti. Con questa parte recuperata, la bomba Moro non è scoppiata come molti si aspettavano. Giulio Andreotti è un uomo molto fortunato.”
Altri rimarcabili scandali regolarmente pubblicati su OP furono quello dell' Italpetroli e la presunta presenza di una loggia massonica in Vaticano (scoop pubblicato all'indomani dell'elezione di Albino Luciani al soglio pontificio che coinvolgeva Boggia, Marcinkus e Villot).

In sede giudiziaria si è ampiamente dibattuto se Pecorelli fosse un ricattatore professionista, visto il tenore e gli argomenti della quasi totalità delle sue inchieste, ma tale tesi è stata bocciata dopo l'esame patrimoniale eseguito dopo il suo assassinio: il giornalista risultava perennemente indebitato con tipografie e distributori del proprio giornale ed il suo spartano tenore di vita non poteva certo essere paragonato con quello di chi avrebbe ricattato. La morte del discusso personaggio segnò anche la fine della breve vita di OP: l'agenzia prima e la rivista poi erano alimentate esclusivamente dalle notizie che Pecorelli raccoglieva in prima persona dalle sue fonti, allocate nel mondo politico, nella Loggia P2 (cui risultò affiliato egli stesso) ed all'interno dell'Arma dei Carabinieri e dei Servizi.



Il delitto
La sera del 20 marzo 1979 Mino Pecorelli fu assassinato da un sicario che gli esplose quattro colpi di pistola in via Orazio a Roma, poco lontano dalla redazione del giornale. I proiettili, calibro 7,65, trovati nel suo corpo sono molto particolari, della marca Gevelot, assai rari sul mercato (anche su quello clandestino), ma dello stesso tipo di quelli che sarebbero poi stati trovati nell'arsenale della banda della Magliana, rinvenuto nei sotterranei del Ministero della Sanità. L'indagine aperta all'indomani del delitto seguì diverse direzioni, coinvolgendo nomi come Massimo Carminati (esponente dei Nuclei Armati Rivoluzionari e della banda della Magliana), Antonio Viezzer, Cristiano e Valerio Fioravanti.
Tutti vennero prosciolti il 15 novembre 1991; successivamente, le ipotesi sul mandante e sul movente fiorirono a grappoli: da Licio Gelli e la mafia, fino ad arrivare ai petrolieri ed ai falsari di Giorgio De Chirico (Antonio Chichiarelli appartenente pure lui alla Banda della Magliana). La supposta relazione tra l'omidicio Moro e quello di Pecorelli, teoria che attualmente gode del maggior credito, emerse solo più tardi.




Effetti giudiziari 
Il 6 aprile 1993, il pentito Tommaso Buscetta, interrogato dai magistrati di Palermo, parlò per la prima volta dei rapporti tra politica e mafia e raccontò, tra le altre cose, di aver saputo dal boss Gaetano Badalamenti che l’omicidio Pecorelli sarebbe stato compiuto nell’interesse di Giulio Andreotti.
La magistratura aprì un fascicolo sul caso; in questo faldone vennero nel tempo ad aggiungersi, per effetto delle deposizioni di alcuni pentiti della "banda della Magliana": il senatore Giulio Andreotti, l'allora pm Claudio Vitalone, Badalamenti, Giuseppe Calò, Michelangelo La Barbera, Carminati e diversi altri personaggi di quella stagione della storia italiana.
Il 24 settembre 1999 fu emanata la sentenza di assoluzione per tutti gli imputati "per non avere commesso il fatto". Il 17 novembre 2002, la corte d'assise d'appello di Perugia condannò Andreotti e Badalamenti a 24 anni di reclusione come mandanti dell'omicidio. La corte d'appello confermò invece l'assoluzione per i presunti esecutori materiali del delitto. Il 30 ottobre 2003 la Corte di Cassazione annullò senza rinvio la condanna inflitta in appello a Giulio Andreotti e a Badalamenti.


Giornalista, cronista e storico 
Pecorelli aveva una singolare predisposizione, quasi un dono, nello scorgere immediatamente fra le righe di uno scarno comunicato o nella banalità di una semplice frase indizi rivelatori di oscuri collegamenti, occulte manovre, recondite intenzioni. Dotato di spiccato senso storico e grandissimo conoscitore della realtà politica, militare, economica e criminale italiana, riusciva a tradurre gli apparentemente innocui avvenimenti in corso in pezzi giornalistici che registravano con scarna fedeltà "chi faceva cosa" in Italia. Va detto che il corpus delle sue edizioni è stato oggetto di una mole impressionante di smentite (soprattutto dopo la sua morte), ma una minima parte di esse ha poi resistito in sede giudiziaria di fronte a querele o ad altri procedimenti.
Si è discusso se Pecorelli avesse, nelle sue analisi, inviato talvolta messaggi in codice. La particolarità del lavoro che svolse, sia per gli argomenti trattati che per il modo in cui li trattò, fece sì che molte delle sue indicazioni potessero essere sinteticamente definite da altri colleghi "profezie", come ad esempio le note righe sul "generale Amen", nome dietro al quale molti hanno letto la figura del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa: sarebbe stato lui che - secondo la narrazione di Pecorelli - durante il sequestro Moro avrebbe informato il ministro dell'Interno Francesco Cossiga dell'ubicazione del covo in cui era detenuto (ma, sempre stando a questa ipotesi, Cossiga non avrebbe "potuto" far nulla poiché obbligato verso qualcuno o qualcosa). Il generale Amen, sostenne Pecorelli nel 1978 senza mezzi termini, sarebbe stato ucciso; per il movente, infilò fra le righe un'allusione alle lettere che Moro scrisse durante la sua prigionia.
Nel gennaio del 1979 va al carcere di Cuneo proprio con Dalla Chiesa. Cercano il Memoriale di Aldo Moro. È vicino alla scoperta di inquietanti verità. Teme per la sua stessa vita. È minacciato. Nel giornale compare una nota “a futura memoria”: “I nostri lettori e coloro che ci stimano saprebbero riconoscere immediatamente la mano che ha armato chi vorrà torcerci anche solo un capello”. (si veda articolo:gli incontri segreti di Pecorelli su Moro).
Racconta Romolo Cardellini, caporedattore di OP: “Fino dal 1975 era Vito Miceli, capo del SID, a inviare quotidianamente le sue note velenose contro Gianadelio Maletti, capo dell’ufficioD, con il quale solo dopo il suo arresto, Mino stringerà amicizia. Questi generali per un motivo o per l’altro ce l’avevano con Andreotti, si sentivano usati e buttati via come un’amante tradita. E la loro rabbia trovava sfogo nei trafiletti di Mino.”
«Il rebus di Mino – racconta Sergio Tè attuale direttore di OP – era la sua solitudine. Aveva una gestione militare delle sue fonti: nessuno sapeva chi incontrava. Gli unici che entravano in redazione, che io ricordi, erano i carabinieri che in motocicletta ci portavano i plichi riservati da qualche ministero o dall’Arma, o qualche brigatista che ci portava i comunicati, e noi ovviamente dicevamo che li avevamo trovati da qualche parte».

Pecorelli e la P2
Giovanni Leone nel 1985, sette anni dopo le sue dimissioni del 15 giugno 1978, e al Corriere della Sera disse che c’era «la P2 nella congiura contro di me», ribadendo poi alla Stampa, nel 1991, che «io fui vittima di un complotto. A organizzarlo furono i servizi segreti, la P2 e Mino Pecorelli guidati abilmente dal Pci». Bettino Craxi alla Commissione d’inchiesta sulla P2: «Gelli mi disse: “Ma noi con una campagna di stampa siamo in condizione di cambiare il presidente della Repubblica”». Pecorelli agiva per conto di Gelli?
Nella campagna stampa contro Leone entrò di tutto: innanzitutto l’affare Lockheed, con le tangenti per la vendita di aerei militari a politici italiani (a questa vicenda si riferisce il celebre discorso di Moro sul «Non ci faremo processare nelle piazza»); abuso edilizio; frode fiscali. E, last but not least, i comportamenti pubblici e privati, specie sessuali, della famiglia Leone. Il bombardamento di Op fu a tutto campo, non risparmiò nessuno, e presto sbocciò anche sulla pagine della grande stampa, alimentandosi nell’arena della politica, che proprio in quel 1978 fu squassata dalla vicenda Moro. Dc e Pci in fondo trovarono in Leone il capro espiatorio: «Fu la prima vittima delle campagne mediatiche e, dopo Moro, la più grande vittima della Dc», per Francesco Cossiga (nella puntata di La storia siamo noi dedicato al caso Leone).
Sul Colle, secondo Pecorelli, è tutto un «Fornicolì, fornicolà!». «Moglie, figli, amici, guardie, collaboratori del presidente, tutti schiavi dei propri sensi. Nulla per esempio, impedisce al capo dell’ufficio stampa “di far fronte alle stressanti richieste di una giovane russa dal fascino slavo dalla quale si sente irresistibilmente attratto. KGB e figli maschi”, augura sempre più perfida Op. Sul Colle se la spassano tutti. Meno il presidente», scrive Filippo Ceccarelli in Il letto e il potere. Storia sessuale della Prima Repubblica.
Se la spassa, insinua Op, innanzitutto la moglie, Donna Vittoria, che pagò soprattutto la colpa di essere la più bella, insieme a Veronica Lario, tra le mogli che in Italia abbiano accompagnato un capo di Stato o di governo. Su di lei abbondano le “notizie riservate” circa le di lei frequentazioni. Sulle montagne innevate di Roccaraso, dice Pecorelli, «i migliori maestri di sci facevano a gara nell’insegnarle i rudimenti dell’affascinate e rigida disciplina. I più intraprendenti furono ricambiati con infinito affetto. Da alcuni anni attendono invano il ritorno della bruna signora, pronti a ripetere le passate esperienze». E ancora: «C’è a Roma una persona che due mesi fa a Londra, nei pressi del Covent Garden Hotel, ha dato libero sfogo al proprio hobby per la fotografia. È riuscita a ritrarre insieme, molto vicini, un Lama e un Leone. Anzi una Leonessa». Sulla Leonessa, pochi dubbi; così come facilmente riconoscibile è l’altro “animale”, Luciano Lama, leader della Cgil. Sorge il legittimo dubbio se sia ancora giornalismo, o non piuttosto un bestiario (al quale Pecorelli, visto il cognome, appartiene a pieno titolo). Dal sindacato al corpo diplomatico, poi, l’allusione si fa ancora più pesante: «Se ambasciator non porta pene… allora non piace a vittoria!».
pecorelli op massoneria nel vaticano e italcasseIn un articolo del ’74, il direttore di Op dichiara molto chiaramente la sua linea, e scrive: «Gli appunti maggiori si riferiscono non tanto alla figura del Presidente quanto alla sua famiglia e ad alcune persone delle quali ama circondarsi Mauro Leone. Milita nella più sfrenata sinistra Dc; per i suoi spostamenti erotico-politici dispone di auto ed aerei militari; si comporta con sfrontatezza ed ostentazione del potere. C’è poi la vicenda giudiziaria, ancora da chiarire, con un noto settimanale per la storia dei due assegni Italcasse».
Potere, sesso, affari illeciti: le coordinate di sempre per un assalto senza tregua. E di tanto in tanto, ritornano in ballo i servizi segreti: «Il presidente Leone ha recentemente dichiarato di non aver mai ricevuto il gen. Miceli. Secondo le rivelazioni estive di un settimanale, avrebbe delegato tale incarico a suo figlio Mauro. Con il quale Miceli non avrebbe mai intrattenuto rapporti anche perché sono note le qualità iettatorie del Principe Ereditario. A noi tuttavia risulta che Leone ha usufruito di molteplici favori dell’ex Capo del Sid. Favori ottenuti anche tramite l’avvocato Umberto Ortolani e il prof. Antonio Lefebvre».
Il fuoco è giornaliero. E sempre più pesante: «Al Quirinale piovono a giorni alterni accuse mediocri, ma appunto per questo ancora più infamanti. Prima la storiella di Mauro che scorrazza l’amico Rizzoli per le vie della drogata Roma notturna; poi sempre l’ineffabile Mauro che sbarca ad Ischia in elicottero, protetto da unità militari di terra mare ed aria. Oggi l’ultima accusa parla di abuso edilizio. Risulta che al Quirinale sarebbe stato distrutto un edificio denominato “La Cavallerizza”, costruito nel 1905. Poiché nel centro storico è assolutamente proibita ogni demolizione, il Presidente si è reso responsabile di abuso edilizio.
Sembra che “La Cavallerizza” potesse sembrare una pesante allusione allo sport preferito dalla signora Vittoria».
Di questa e ancora più dozzinale stoffa Pecorelli vestirà la sua campagna. Campagna di cui va fiero, perché culminata addirittura con le dimissioni del Capo, dopo le quali agiterà come uno scalpo i suoi articoli prodotti sul tema raccogliendoli in un dossier di quattro puntate, intitolato Op contro Leone. Sette anni di guerra.
Proprio quegli articoli reggeranno la struttura di uno dei pamplhet più clamorosi del decennio. È Giovanni Leone. La carriera di un presidente, di Camilla Cederna, una delle grandi firme del giornalismo italiano. Il libro esce nel marzo del ’78, vende 700mila copie, con 22 ristampe in sette mesi: ci sarà un processo, con la Cederna condannata a un risarcimento miliardario, anche se la giornalista non arretrerà di un passo sulle sue tesi, anzi «quel libro l’avrei scritto un po’ più duro» (Mixer, 30 marzo 1986). Tempo prima, ma dopo Op, è iniziata un’aggressiva campagna stampa dell’Espresso, condotta da Gianlugi Melega, che viaggia affianco al movimentismo dei Radicali (Melega sarà eletto in Parlamento nel ’79 proprio con i Radicali). Anche il giornalismo italiano vive come modello l’onda lunga del caso Watergate: un’inchiesta giornalistica che abbatte il potente, in quel caso nientemeno che il presidente Usa, Nixon. A Roma la situazione precipita: Moro è ammazzato, il 9 maggio ‘78. Comunisti e democristiani di fatto stringono il cerchio intorno al capo dello Stato, che getta la spugna. (fonte:Alberto Alfredo Tristano)


Ortolani: entrai nella P2 per colpa di Pecorelli
Il finanziere Umberto Ortolani, interrogato ieri dalla seconda Corte d' assise di Roma nell' ambito del processo contro la loggia massonica P2, ha spiegato come avvenne il suo ingresso nella massoneria e i suoi rapporti con Licio Gelli. "Contattai il venerabile nel ' 73", ha raccontato, "avevo bisogno di qualcuno che mi aiutasse a frenare i virulenti attacchi di Mino Pecorelli su Op contro di me. Alcune persone mi indicarono Gelli come l' uomo che mi poteva aiutare". Erano gli anni 70 e su Op infatti, secondo quanto ha detto in aula l' ex banchiere, erano comparsi alcuni articoli in cui si diceva che se l' Argentina voleva salvarsi doveva liberarsi di alcuni uomini, in particolare dello stesso Ortolani. Il quale, ha spiegato ieri, aveva molti interessi in quel paese e tra questi la proprietà di un importante istituto di credito, il ' Banco Continental'. Gelli, secondo quanto è stato detto in aula, prese in considerazione la richiesta d' aiuto di Ortolani ma per agire chiese una controparte: l' avvocato doveva iscriversi a quella che lui definì un' associazione culturale. Ortolani ha detto d' aver aderito alla proposta pur non ignorando che di massoneria si trattava. Nonostante ciò gli attacchi di Pecorelli, anche se meno virulenti, continuarono.
(da Repubblica 1993)

Filmografia da vedere:

il divo

venerdì 26 aprile 2013

CIRO CIRILLO






Ciro Cirillo (Napoli, 1921) è un politico italiano.
Il 27 aprile 1981, all'epoca del suo mandato da assessore regionale ai lavori pubblici in Campania, Cirillo venne sequestrato dalle Brigate rosse a Torre del Greco. Il suo sequestro, durato 89 giorni, fu al centro di durissime polemiche: a differenza del sequestro Moro, infatti, la Democrazia Cristiana optò per la trattativa con i terroristi.
La sua liberazione avvenne tramite intrecci mai del tutto chiariti, che videro probabilmente anche la mediazione di Francesco Pazienza, faccendiere legato ai servizi segreti, e Raffaele Cutolo, capo della Nuova Camorra Organizzata: per quella vicenda l'ordinanza del giudice Alemi nel 1988 chiamò in causa anche Antonio Gava.


Il rilascio




"La mia verità è dal notaio" "Ho scritto tutto, si saprà dopo la mia morte. Non voglio farmi sparare a ottant'anni"



di GIUSEPPE D'AVANZO TORRE DEL GRECO - 
Si è appena seduto e subito la mette giù, bella chiara: "Signore mio, glielo dico subito, io non le racconterò la verità del mio sequestro. Quella, la tengo per me, anche se sono passati ormai venti anni. Sa che cosa ho fatto? Ho scritto tutto. Quella verità è in una quarantina di pagine che ho consegnato al notaio. Dopo la mia morte, si vedrà. Ora non voglio farmi sparare - a ottant'anni, poi! - per le cose che dico e che so di quel che è accaduto dentro e intorno al mio sequestro, dopo la mia liberazione...". 
Alle 21,45 del 27 aprile 1981 nel garage di via Cimaglia a Torre del Greco, Napoli, le Brigate Rosse sequestrano l'assessore regionale all'Urbanistica, Ciro Cirillo. Cinque persone lo attendono nell'oscurità e quando ne vengono fuori stanno già sparando. Muoiono Luigi Carbone, agente di scorta, Mario Cancello, autista. Ciro Cirillo fu prigioniero delle Brigate Rosse per ottantanove giorni.
"Mi tenevano in una casetta di legno all'interno di un appartamento. C'era un lettino e un wc chimico. Ogni sera - ricorda Cirillo - arrivava il fiorentino, quel Senzani, e cominciava a soffocarmi di domande. C'era stato il terremoto, la Dc mi aveva messo alla testa della commissione tecnica per la ricostruzione e Senzani voleva da me "i piani". Dove tieni "i piani"? Ce li hai a casa? Andiamo a prenderli! Come se i piani fossero già pronti. Che gli dovevo dire? Che io nemmeno volevo fare l'assessore all'urbanistica? Era vero, finii lì controvoglia, a sapere che cosa mi sarebbe successo... Dunque, quello mi interrogava e io rispondevo il meno possibile. Facevo il fesso. Tu, mi diceva Senzani, sei il punto di riferimento di questo regime e io non capivo nemmeno di quale regime parlasse. Mi diceva: noi abbiamo visto che, con l'uccisione di Aldo Moro, non abbiamo avuto il rivolgimento che ci aspettavamo e abbiamo deciso di cambiare area, obiettivo e metodo. Il metodo era di cavare i soldi di un riscatto dal mio sequestro. Cominciarono a chiedermi quanti soldi avessi. Io, di soldi, non avevo poi tanti. Sì e no, una cinquantina di milioni al Banco di Napoli. E gli amici? - mi chiedevano i brigatisti - Quanto ti possono dare gli amici politici, gli amici imprenditori? Ma quali imprenditori, dicevo io...".
Negli atti, non è questa la storia. Ciro Cirillo indica ai figli gli "amici" che gli devono un favore. Per quel tale mi sono "interessato", a quell'altro ricordategli dell'appalto, a quell'altro poi ditegli di quel mio "intervento". Ciro Cirillo nella "casetta di legno" butta giù una lista di nomi. Albino Bacci, Bruno Brancaccio, Italo Della Morte, Michele Principe, presidente della Stet... Sono lunghe quelle notti nella casa di Antonio Gava sulla collina di Posillipo. Don Antonio li convoca. Gli imprenditori accorrono e si sistemano intorno al tavolo nel Cubo. Il Cubo è bianco, gigantesco, piazzato al centro del salone e protetto da due porte scorrevoli. Antonio Gava di tanto in tanto si allontana per ricevere un giornalista, per parlare con il presidente del Consiglio Arnaldo Forlani e li lascià lì a far i conti di quel possono dare o devono dare. Tutti gli imprenditori edili napoletani che avevano partecipato al sacco della città negli Anni Cinquanta e Sessanta, legati a cappio doppio alla Dc di Antonio Gava, mettono mano al portafoglio e partecipano alla "colletta". Saranno ripagati per quel gesto di solidarietà e si taglieranno, al momento opportuno, una bella fetta nella torta della ricostruzione.
Ciro Cirillo ha bevuto il suo caffè. Ora si guarda intorno soddisfatto mentre si sistema più comodamente nell'angolo del divano. "Sa che cosa mi chiedo qualche volta? Mi chiedo: "A chi devi ringraziare, Ciro?". Sa come rispondo?. "Ciro, tu non devi ringraziare nessuno perché - glielo voglio dire - quelli là, gli imprenditori mica hanno fatto grandi sacrifici. Glien'è venuto solo bene ad aiutarmi. Tanto bene e tanti affari".
I soldi degli imprenditori era necessari, ma non potevano essere sufficienti. Chi avrebbe convinto i brigatisti a intascare il denaro e a lasciar libero il prigioniero? C'era un solo uomo che aveva quel potere, pensano i dorotei. Quell'uomo era in carcere ad Ascoli Piceno e si chiamava Raffaele Cutolo, capo della Nuova Camorra Organizzata. A sedici ore dal sequestro, nel carcere di Ascoli Piceno si presenta un uomo del Sisde. E' solo la prima di una lunga teoria di visite illegali, non autorizzate, segrete. Dinanzi al camorrista sfileranno spioni, camorristi latitanti, "ambasciatori" delle Brigate Rosse, "due uomini politici di livello nazionale". Cutolo fa il prezioso, si lascia pregare e implorare. Chiede sconti di pena per i suoi, per sé perizie psichiatriche per venir fuori dalla galera, vuole appalti della ricostruzione a vantaggio delle imprese che controlla e qualche miliarduccio per la mediazione. Gli dicono: "Tranquillo, entro due o tre anni uscirai...". Cutolo ricorda: "Mi è stato promesso che sarei uscito dal carcere. Mi fecero balenare la possibilità formale della scarcerazione...". Incassato il "premio" per il presente e assicurazioni per il futuro, il camorrista offre alle Br "soldi, armi e una lista di indirizzi per eseguire le condanne a morte di magistrati antiterrorisimo e un elenco di esponenti delle forze dell'ordine". Quel che soltanto nel 1978 la Dc e lo Stato si erano rifiutati di accettare per uno statista del livello di Aldo Moro, decretandone - come sostiene oggi Francesco Cossiga - la morte, va in porto per Ciro Cirillo. Il riscatto venne pagato. Senzani intasca su un bus di Roma 1 miliardo e 450 milioni. Cutolo sdegnato dice di aver rifiutato la tangente. I suoi lo contraddicono: "Si mise in tasca una cifra che oscillò tra i 2 miliardi e 800 milioni al miliardo e mezzo". All'alba del 24 luglio 1981, Ciro Cirillo viene rilasciato in un palazzo abbandonato in via Stadera a Poggioreale.
Ciro Cirillo non appare imbarazzato. Non c'è nessun incertezza nella sua voce, nessun dubbio nelle sue parole. Si attende la domanda. Deve essere una domanda che in questi venti anni si sarà sentito fare mille volte. Ha imparato a fronteggiarla anche se, a quanto pare, sembra gradirla come una pernacchia. "Ora a questo punto, signore mio, lei mi chiederà: perché per Moro la fermezza e per lei la trattativa? Me la faccia. So che deve farmela. E allora me la faccio da solo perché conosco la risposta: la Dc non poteva tollerare altro sangue, non avrebbe sopportato un altro esponente di prima fila morto ammazzato dai terroristi. Così il segretario del partito Flaminio Piccoli e il mio amico Antonio Gava decisero di darsi da fare. Non creda alla chiacchiere sulla trattativa con Cutolo. Fu Cutolo a farsi avanti. Gli affari della camorra, con tutta quella polizia nelle strade, stavano andando a rotoli. E allora meglio offrire un aiuto e darci un taglio a quella storia". Ciro Cirillo dice proprio così, lo dice con una soddisfazione che gli fa luccicare gli occhi.
Le Br non dissiparono il gruzzolo del riscatto. Si armarono meglio. Uccisero. Nel primo anniversario del sequestro di Cirillo, il 28 aprile 1983, ammazzarono Raffaele Delcogliano, assessore campano alla formazione professionale. Lo uccisero con il suo autista, Aldo Iermano. Il 28 luglio 1982, spararono in faccia al capo della squadra mobile di Napoli, Antonio Ammaturo e al suo autista, Pasquale Paola. Assaltarono due caserme dell'Esercito. Ci rimisero la vita un soldato di leva, Antonio Palumbo, e due agenti di polizia, Antonio Bandiera e Mario De Marco. Nella camorra per due anni si scatenò la più violenta guerra della sua storia scandita da mille morti all'anno. I rivali di Cutolo videro nel patto stretto dal camorrista con i politici e gli imprenditori una definitiva minaccia per il loro potere e affari e partirono all'attacco sterminando sistematicamente gli uomini della Nuova Camorra Organizzata, minacciando i dorotei campani per goderne dei favori, assediando gli imprenditori per sciogliere il nodo che li legava a Cutolo.
"Se vuole sapere come andò dopo, glielo dico...". Ciro Cirillo è un fiume in piena. "La verità è che io sono stato umiliato, mortificato. Perché? E me lo chiede. Ero sulla cresta dell'onda. Sarei diventato ancora presidente della Regione. Avrei gestito la ricostruzione della regione. Sarei stato eletto in Parlamento. Avrei fatto il ministro. Beh, quanto meno il sottosegretario. Invece accadde che dopo la liberazione mi fecero sapere che era meglio che non mi facessi più vedere alle riunioni di partito. Nomi non ne faccio, no. Sono personaggi in auge e nomi non ne faccio. Comunque, uno di questi signori mi avvicina e mi dice: "Ciro, con la tua presenza nuoci al partito...". Capito, a me che per un soffio non ero stato accoppato dalle Br, dicono: fatti più in là, sparisci. No, non li odio. Certo, non posso considerare i Popolari di oggi dei miei amici.
Il 16 marzo 1982 l'Unità pubblica in prima pagina la notizia che per la liberazione di Cirillo erano stati coinvolti i vertici dei servizi segreti e il capo della camorra Cutolo. E' la verità sostanziale affondata dalla falsità del documento che la raccoglie. Lo scoop è l'inizio della più imponente operazione di cancellazione di prove e di morte di testimoni che abbia mai funestato un caso politico-giudiziario. Muoiono i latitanti che trattarono dentro e fuori il carcere per conto di Cutolo. Muoiono gli ufficiali dei servizi segreti che accompagnarono la trattativa. Muore l'avvocato di Cutolo che faceva da messaggero. Muore l'ambasciatore delle Brigate Rosse. Muoiono suicidi i compagni di cella del camorrista. Le Brigate Rosse si incaricano di ammazzare Antonio Ammaturo che aveva ricostruito la vicenda in un dossier spedito al Viminale e scomparso per sempre. Nonostante le difficoltà, il giudice istruttore Carlo Alemi, il 28 luglio 1988 deposita la sua ordinanza di rinvio a giudizio e scrive delle trattativa e del "patto scellerato" stretto dalla Dc con la camorra. Antonio Gava è il ministro degli Interni della Repubblica nel governo presieduto da Ciriaco De Mita. Che tuonerà: "Alemi è un giudice che si è posto fuori del circuito istituzionale". (Alemi è un uomo gentile e riservato. E lo è rimasto anche dinanzi alla persecuzione e i processi disciplinari che ha dovuto subire per quella sua indagine. Oggi è presidente del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere).
E' a suo agio Ciro Cirillo quando parla del processo. "Quello non era un processo, fu un tentativo di mettere in difficoltà il mio amico Antonio Gava. Lei sa che cosa disse la sentenza? Disse: "E' stato impossibile accertare la verità". Vede che quei quaranta fogli che ho lasciato nella cassaforte del mio notaio, prima o poi, torneranno utili? 

(12 aprile 2001)







BANDA DELLA MAGLIANA



 « Quelli della Magliana? Sanguinari, certo, però erano una banda di accattoni straccioni» M. Carminati 4/5/2014


La Banda della Magliana è il nome attribuito a quella che è considerata la più potente organizzazione criminale autoctona che abbia mai operato nella città di Roma. Il nome, attribuito alla banda dalla stampa dell'epoca, deriva da quello del quartiere romano della Magliana, nel quale risiedeva una parte dei suoi componenti.
Nata nella tarda metà degli anni settanta, la banda fu la prima organizzazione capitolina a percepire non solo la possibilità di unificare in senso operativo la frastagliata realtà della criminalità romana, ma anche a sentire l’esigenza di diversificare sia le proprie attività delinquenziali che andavano dai sequestri di persona, al controllo del gioco d'azzardo e delle scommesse ippiche, alle rapine e al traffico di sostanze stupefacenti e sia di estendere la propria rete di contatti alle principali organizzazioni criminali del Paese, da Cosa Nostra alla Camorra, nonché ad esponenti della massoneria, oltre che a numerose collaborazioni con elementi della destra eversiva, dei servizi segreti e della finanza.
Una vera e propria holding-criminale che, per anni, impose la sua legge nella capitale e la cui storia, fatta anche di legami mai del tutto chiariti con politica e intelligence deviata, racconta di una zona grigia non ancora del tutto ricostruita nei dettagli sul ruolo dell'organizzazione in molti dei cosiddetti misteri italiani, dal coinvolgimento nell'omicidio del giornalista Mino Pecorelli, al legame con il sequestro Moro, ai depistaggi nella strage di Bologna, ai rapporti con l'Organizzazione Gladio e all'omicidio del banchiere Roberto Calvi, fino al rapimento di Emanuela Orlandi e all'attentato a Giovanni Paolo II.


La nascita della Banda
« Per cogliere la genesi di questa associazione occorre andare indietro nel tempo, sino all'ultimo scorcio degli anni settanta. A quel tempo, a Roma, si registrò la tendenza degli elementi più rappresentativi della malavita locale a costituirsi in associazione. Sino ad allora, i romani, dediti ai reati contro il patrimonio, quali furti, rapine ed estorsioni, avevano consentito, di fatto, a elementi stranieri, quali, ad esempio i Marsigliesi, di gestire gli affari più lucrosi, dal traffico degli stupefacenti ai sequestri di persona. Una volta presa coscienza della forza derivante dal vincolo associativo, fu agevole per i romani riappropriarsi dei commerci criminali, abbandonando definitivamente il ruolo marginale al quale erano stati relegati in precedenza »
(Ordinanza di rinvio a giudizio)
La struttura della malavita romana storicamente è sempre stata priva di un'organizzazione verticistica o piramidale, mantenendo costantemente nel tempo la dispersione dei suoi componenti in una moltitudine di piccoli gruppi, ognuno padrone del proprio territorio, le cui entrature finanziarie erano dovute a piccoli traffici, riciclaggio, gioco d'azzardo, sfruttamento della prostituzione, contrabbando di sigarette, furti e rapine.
Tale consuetudine cambiò solo all'inizio degli anni settanta quando, con l'avvento del clan dei marsigliesi di Albert Bergamelli, Maffeo Bellicini e Jacques Berenguer trasferitisi nella capitale per iniziare un redditizio business dello spaccio di eroina e, soprattutto, dei sequestri di persona, si determinò un deciso cambiamento dei rapporti di forze all'interno della piccola e frammentata malavita capitolina che vide i marsigliesi imporre la loro legge ed esercitare un certo controllo sul territorio, facendo fare così un notevole salto di qualità alla piccola delinquenza di borgata romana.
Nel 1976 gli arresti dei principali boss del clan francese sancirono la definitiva uscit
Franco Giuseppucci
a dalla scena criminale romana dei marsigliesi creando un vuoto di potere inaspettato. Tale vuoto rese possibile l'avvento di piccoli boss romani che, fiutato l’affare, iniziarono a organizzarsi in alleanze (chiamate in gergo “paranze” o “batterie”, un nucleo di quattro o cinque elementi che si occupava di controllare la propria zona, nella quale era detenuto il potere esclusivo) coinvolgendo malavitosi provenienti dai vari quartieri capitolini come Trastevere, Testaccio, Ostiense e Magliana.
Fu questa la situazione nella quale Franco Giuseppucci, detto er Fornaretto e in seguito ribattezzato er Negro, un buttafuori di una sala corse di Ostia con molte conoscenze nell'ambiente della mala romana, doti di leadership e grande carisma, iniziò a compiere i primi piccoli reati e a comparire nei verbali della polizia. Vista la sua intraprendenza, considerato persona affidabile dai malavitosi più esperti, spesso e volentieri le varie batterie di rapinatori affidavano proprio a lui la custodia delle loro armi che, Giuseppucci, custodiva all'interno di una roulotte di sua proprietà parcheggiata al Gianicolo. Quando però, nel 1976, tale nascondiglio venne scoperto dalla polizia, Giuseppucci fu arrestato ma, grazie al vetro rotto della roulotte, in sede processuale venne a mancare il presupposto probatorio della sua consapevolezza che all'interno della roulotte fossero nascoste delle armi e la pena fu contenuta a qualche mese di detenzione.





Enrico De Pedis
« Negli anni settanta, nella zona dell'Alberone si riunivano varie "batterie" di rapinatori, provenienti anche dal Testaccio. Ne facevano parte, oltre ad alcune persone che non ricordo, Maurizio Massaria, detto "rospetto", Alfredo De Simone, detto "il secco", i tre "ciccioni", cioè Ettore Maragnoli, Pietro "il pupo", e mi sembra Luciano Gasperini - questi tre, persone particolarmente riconoscibili per la mole corporea, svolgevano più che altro il ruolo di basisti e di ricettatori - Angelo De Angelis, detto "il catena", Massimino De Angelis, Enrico De Pedis , Raffaele Pernasetti, Mariano Castellani, Alessandro D'Ortenzi e Luigi Caracciolo, detto "gigione". Tutti costoro affidavano le armi a Franco Giuseppucci, chiamato allora "il fornaretto", ancora incensurato e che godeva della fiducia di tutti. Questi le custodiva all'interno di una roulotte di sua proprietà che teneva parcheggiata al Gianicolo. All'epoca frequentavo l'ambiente dei rapinatori della Magliana, del Trullo e del Portuense. Nel corso del tempo si erano cementati i rapporti tra me, Giovanni Piconi, Renzo Danesi, Enzo Mastropietro ed Emilio Castelletti, ma non costituivamo quella che in gergo viene chiamata "batteria", cioè un nucleo legato da vincoli di esclusività e solidarietà, in altre parole non ci eravamo ancora imposti l'obbligo di operare esclusivamente tra noi, né di ripartire i proventi delle operazioni con chi non vi avesse partecipato. In particolare, negli anni precedenti il 1978, ognuna delle suddette persone operava o da sola ovvero aggregata in gruppi più piccoli o diversi. »
(Interrogatorio di Maurizio Abbatino del 13 dicembre 1992)

Maurizio Abbatino

L'unione delle batterie
Giuseppucci, una volta scarcerato, riprese la sua attività di "custode" per conto terzi, ma subì il furto del suo maggiolino Volkswagen, a bordo del quale si trovava una borsa piena di armi appartenente a Enrico De Pedis(detto Renatino, un passato da scippatore per poi passare, molto presto, alle rapine a capo di una batteria di malavitosi dell’Alberone). Giuseppucci, a seguito di alcune ricerche, venne a sapere che le armi erano entrate in possesso di Emilio Castelletti, un rapinatore che all’epoca operava in una batteria che aveva come punto di ritrovo un bar sito in via Gabriello Chiabrera, nel quartiere San Paolo, e capeggiata da Maurizio Abbatino (detto Crispino per i suoi capelli ricci e noto per il sangue freddo nelle rapine e per l'abilità come pilota di auto), e fu a questi che Giuseppucci si rivolse per reclamarne la restituzione.
« Era accaduto che Giovanni Tigani, la cui attività era quella di scippatore, si era impossessato di un'auto Vw "maggiolone" cabrio, a bordo nella quale Franco Giuseppucci custodiva un "borsone" di armi appartenenti a Enrico De Pedis. Il Giuseppucci aveva lasciato l'auto, con le chiavi inserite, davanti al cinema "Vittoria", mentre consumava qualcosa al bar. Il Tigani, ignaro di chi fosse il proprietario dell'auto e di cosa essa contenesse, se ne era impossessato. Accortosi però delle armi, si era recato al Trullo e, incontrato qui Emilio Castelletti che già conosceva, gliele aveva vendute, mi sembra per un paio di milioni di lire. L'epoca di questo fatto è di poco successiva a una scarcerazione di Emilio Castelletti in precedenza detenuto. Franco Giuseppucci non perse tempo e si mise immediatamente alla ricerca dell'auto e soprattutto delle armi che vi erano custodite e lo stesso giorno, non so se informato proprio dal Tigani, venne a reclamare le armi stesse. Fu questa l'occasione nella quale conoscemmo Franco Giuseppucci il quale si unì a noi che già conoscevamo Enrico De Pedis cui egli faceva capo, che fece sì che ci si aggregasse con lo stesso. La "batteria" si costituí tra noi quando ci unimmo, nelle circostanze ora riferite, con Franco Giuseppucci. Di qui ci imponemmo gli obblighi di esclusività e di solidarietà »
(Interrogatorio di Maurizio Abbatino del 13 dicembre 1992, con Mancini, D'ortenzi,Carminati, Colafigli)

Dall'incontro tra Giuseppucci, Abbatino e De Pedis nacque l'idea sia di abbandonare definitivamente il ruolo marginale al quale erano stati relegati in passato che le divisioni di quartiere, allo scopo di unire le sorti e appropriarsi delle attività criminali capitoline. Quella che in un primo tempo nacque come una semplice "batteria", una volta presa coscienza delle propria forza, si trasformò molto velocemente in una vera e propria "banda" per il controllo dei traffici illeciti romani e che, da li a poco, verrà conosciuta come Banda della Magliana.
«L'aver costituito una "batteria" - parlo di "batteria" perché in un primo momento ci dedicavamo quasiesclusivamente alle rapine - comportò che ognuno di noi apportasse le armi di cui disponeva, che venivano custodite inizialmente da incensurati ai quali ci rivolgevamo per questioni di sicurezza e di fiducia o da familiari o in appartamenti disabitati di cui alcuni di noi avevano la disponibilità. Nel frattempo la "batteria" si trasformò in "banda" e si allargò, come ho già riferito, integrando altri partecipi - come a esempio Marcello Colafigli, Giorgio Paradisi e Claudio Sicilia e altri gruppi come quello di Acilia e i "testaccini", talché si rese necessario provvedere altrimenti alla custodia delle armi. La differenza tra "batteria" e "banda", oltre che nel diverso numero dei partecipi, minore nella prima rispetto alla seconda, sta anche nel ventaglio più ampio di interessi criminosi della "banda", rispetto alla "batteria", la quale si dedica alla commissione di un unico tipo di reati, a esempio le rapine. La "banda", peraltro, comporta l'esistenza di vincoli più stretti tra i partecipi, vincoli che si traducono in obblighi maggiori di solidarietà tra gli associati, i quali sono, pertanto, maggiormente impegnati e tenuti a prendere in comune ogni decisione, senza possibilità di sottrarsi dal dare esecuzione alle stesse. Ad esempio, tutti gli omicidi di cui ho parlato, riconducibili alla banda, in quanto funzionali ad assicurarsi il rispetto da parte delle altre organizzazioni operanti su Roma e a imporre un predominio il più possibile incontrastato sul territorio, vennero di volta in volta decisi da tutti coloro che facevano parte della banda nel momento dell'esecuzione, di volta in volta affidata a chi aveva maggiori capacità per assicurarne il successo con il minor rischio sia personale che collettivo, soprattutto sotto il profilo preminente di assicurarsi l'impunità. Questo comportava che tutti si era parimenti compromessi, quindi tutti parimente motivati ad aiutare chi fosse stato colto in flagranza o comunque arrestato o incriminato, sia a limitare i danni processuali, sia ad avere la tranquillità di assistenza a sé e ai familiari. Inoltre, una volta costituiti in banda, sempre al fine di garantirsi l'impunità, ci imponemmo l'obbligo di non avere stretti legami di tipo operativo con gruppi esterni, che non fossero funzionali all'accrescimento dei profitti e dello sviluppo delle attività programmate, il che, unitamente alla pari compromissione, assicurava la massima impermeabilità della nostra banda, nel senso che nessuno poteva agevolmente venire a conoscere i particolari delle azioni a noi riconducibili »

Danilo Abbruciati
(Interrogatorio di Maurizio Abbatino del 13 dicembre 1992)
Ognuno dei tre portò nella nuova banda, oltre che la propria esperienza nel crimine, le proprie conoscenze, nonché le armi da utilizzare nelle azioni, anche tutta una serie di fidati sodali e compagni di vecchie batterie che andarono così a formare le varie anime della Banda. Nei testaccini di Giuseppucci e De Pedis, batteria che si muoveva tra i quartieri di Trastevere e Testaccio, ad esempio, operavano l’amico di sempre Raffaele Pernasetti detto er Palletta, Ettore Maragnoli e Danilo Abbruciati, mentre Maurizio Abbatino, che invece faceva capo proprio alla zona della Magliana, arrivarono nel gruppo Giovanni Piconi, Renzo Danesi, Enzo Mastropietro, Emilio Castelletti e poi in seguito anche Marcello Colafigli, Giorgio Paradisi e Claudio Sicilia.
A questi due gruppi se ne aggiunse poi un terzo, quello proveniente dalla zona Ostia e Acilia e capeggiato da Nicolino Selis detto il Sardo: classe 1952, piccolo di statura e pieno di tatuaggi, già da qualche anno aveva subito varie detenzioni ed era già una figura di spicco nel panorama criminale della zona sud della capitale, vantando numerosi contatti con elementi di spicco della malavita organizzata e una stretta amicizia con il boss della Nuova Camorra Organizzata, Raffaele Cutolo, conosciuto durante la detenzione in carcere. Proprio tra le sbarre di Regina Coeli, dov'era recluso per tentato omicidio e furto nel 1975, assieme a un altro detenuto comune, Antonio Mancini (detto Accattone), Selis pensò di mettere in pratica lo stesso tipo di operazione che Cutolo stava realizzando a Napoli con la sua Nuova Camorra Organizzata.
Un grande progetto criminale, un'organizzazione malavitosa ben strutturata per la gestione dello spaccio delle sostanze stupefacenti, con lo scopo ulteriore di escludere dal territorio infiltrazioni di altre bande di diversa provenienza e gettare così, dall'interno dell'istituto carcerario, le basi della trasformazione organizzativa della malavita romana, cosa che poi effettivamente avvenne, una volta liberi, con quel "patto" che, assieme agli altri due gruppi criminali, diede forma alla banda della Magliana.
« Intorno al 1975, mentre ero detenuto, insieme a Nicolino Selis, Giuseppe Magliolo e Gianni Girlando, nel carcere di Regina Coeli, si parlava del fatto che a Napoli, tal Raffaele Cutolo - allora il personaggio non era noto come poi lo sarebbe divenuto in seguito - stava mettendo in piedi un'organizzazione criminale, allo scopo di escludere dal territorio infiltrazioni di altre organizzazioni di diversa estrazione territoriale. Con il Selis, Magliolo e Girlando erano presenti, ma non si tenevano in altissima considerazione le loro opinioni - si decise di tentare su Roma la stessa operazione che Raffaele Cutolo stava tentando su Napoli... Nicolino Selis, il quale aveva una grande stima per Raffaele Cutolo e per questo era portato a emularlo, aveva trascorso diversi anni in carcere, pertanto, sebbene godesse di una notevole reputazione all'interno del mondo penitenziario, non aveva, però, grandi conoscenze all'esterno. Da parte mia, io venivo da tre anni d'intensa attività criminale e le mie conoscenze all'esterno del carcere erano più fresche e attuali, sicché, progettando un'organizzazione similare a quella che stava mettendo in piedi Raffaele Cutolo, avevo maggiori possibilità di indicare persone che potessero essere in grado e disposte a farne parte. »
(Interrogatorio di Antonio Mancini del 29 aprile 1995)
Diversi uomini della batteria di Selis furono naturalmente coinvolti in questo nuovo sodalizio, come a esempio suo cognato Antonio Leccese, Giuseppe Magliolo, Fulvio Lucioli (detto il Sorcio), Giovanni Girlando (il Roscio), Libero Mancone, i fratelli Giuseppe (il Tronco) e Vittorio Carnovale (detto il Coniglio) e Edoardo Toscano (Operaietto). Ognuno di loro riunirà le proprie conoscenze e, una volta usciti dal carcere, si uniranno ai testaccini e ai maglianesi per realizzare così il progetto criminale per la conquista di Roma.


Principali proitagonisti
Maurizio Abbatino, detto Crispino. Nato nel cuore della Magliana vecchia, prima dell'incontro con Giuseppucci era già a capo, pur giovanissimo, di una batteria di malavitosi di quartiere specializzata in rapine. Arrestato nel 1972 e nel 1974, prima per furto e resistenza a pubblico ufficiale e poi per duplice omicidio (assolto per insufficienza di prove)
Marcello Colafigli, detto Marcellone. Amico fraterno di Giuseppucci, con cui spesso si ritrova in una batteria dedita alle rapine, è introdotto da quest'ultimo nel nucleo originario della banda
Claudio Sicilia detto Il Vesuviano. Originario di Giugliano in Campania (NA) e nipote del boss Alfredo Maisto, si stabilisce a Roma nel 1978 e diviene ben presto l'anello di congiunzione della banda con la Camorra di Corrado Iacolare, Michele Zaza e Lorenzo Nuvoletta
Giorgio Paradisi, detto Er Capece. Attivo nel settore delle rapine ai camion, entra nella banda attraverso la conoscenza di Giuseppucci, con cui divide la comune passione per i cavalli e la frequentazione di ippodromi, sale corse e bische
Franco Giuseppucci, detto Er Fornaretto e poi Er Negro. Buttafuori in una bisca clandestina a Ostia, grande appassionato di scommesse e assiduo frequentatore di ippodromi e sale corsa romane, muove i primi passi nel mondo della mala a capo di una batteria di criminali del Trullo dedita soprattutto a furti e rapine. Fascista convinto e tramite del gruppo con gli esponenti dell’eversione nera e dello spontaneismo armato dei Nuclei Armati Rivoluzionari. È il primo a percepire la possibilità di unificare operativamente la frastagliata realtà della criminalità romana
Pippo Calò
Enrico De Pedis, detto Renatino. Nasce come scippatore per poi passare, molto presto, alle rapine legandosi a una batteria di malavitosi dell’Alberone. Nel 1977 è arrestato. Rappresenta il lato imprenditoriale della banda, nel tentativo di smarcamento dal crimine di strada per sedersi ai tavoli del potere, grazie anche ai suoi legami con i poteri occulti, il mondo del riciclaggio e i servizi segreti deviati
Danilo Abbruciati, detto Er Camaleonte. Pugile mancato, si lega prima a una batteria di rapinatori (la Gang dei Camaleonti) specializzata in furti nelle abitazioni, per poi entrare nel giro dellePippo Calò, "ambasciatore" di Cosa Nostra a Roma, e dalla quale, tuttavia, mantiene sempre una certa indipendenza, coltivando rapporti di collaborazione con politici corrotti, estremisti di destra, mafiosi e massoni
bische clandestine controllate dalla Banda dei Marsigliesi di Albert Bergamelli. È uno dei leader del nucleo storico della banda, cui porta in dote la sua conoscenza con
Raffaele Pernasetti, detto Er Palletta. Da giovane lavora come commerciante di frattaglie all’ingrosso, prima di fare il proprio ingresso nel crimine organizzato, introdotto da De Pedis, di cui diviene in breve uomo di fiducia e spietatissimo "braccio armato"
Ernesto Diotallevi. Faccendiere legato agli ambienti dell'estrema destra, già intorno alla metà degli anni settanta è conosciuto per la sua attività di usuraio. Viene poi introdotto nella banda da Abbruciati come suo tramite con la mafia siciliana (per via della sua amicizia con Pippo Calò), verso altre associazioni malavitose e verso il mondo economico finanziario, nel quale vanta notevoli entrature. Col tempo, poi, va a costituire l'anima finanziaria del gruppo di Testaccio-Trastevere, oltre che a occuparsi di riciclare e investire i capitali della Magliana
Enrico Nicoletti
Angelo Cassani, detto Ciletto. Amico dei fratelli Zumpano che lo presentano alla banda, cui si unisce a tutti gli effetti nel 1981 in occasione dell'omicidio di Roberto Faina, commesso dallo stesso Ciletto e da Giorgio Paradisi. Anch'egli si occupa del commercio di cocaina nelle zone di Testaccio e Trastevere
Enrico Nicoletti. Ex carabiniere e poi usuraio e truffatore, conosce De Pedis nel carcere di Regina Coeli e diviene prima l'anima finanziaria del gruppo di Testaccio-Trastevere (attorno al quale girano anche esponenti dell'eversione nera del tempo), poi il cassiere dell'intera banda, che lo considera un personaggio presentabile e con le conoscenze giuste (come, per esempio, l'allora giudice e senatore Claudio Vitalone). Tramite lui, il gruppo reinveste i proventi delle attività illecite in attività commerciali e immobiliari, incrementando enormemente il capitale dei boss della Magliana.
Nicolino Selis
Nicolino Selis, detto Il Sardo. Nato in Sardegna, a Nuoro, ben presto si trasferisce nella capitale divenendo, in poco tempo, uno dei padroni incontrastati del traffico di droga e delle rapine nella zona di Ostia. Si occupa principalmente di tenere i contatti tra l'organizzazione e la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo, da lui conosciuto anni prima in carcere e di cui diviene il referente su Roma per il traffico di droga, il riciclaggio e la vendita di armi
Giovanni Girlando, detto Gianni il Roscio. Luogotenente di Toscano, si unisce alla batteria di Selis con cui, nel 1976, realizza una serie di furti e rapine a mano armata in banche e uffici postali. Arrestato dopo la rapina al treno Chiusi-Siena, è condannato a 5 anni e 10 mesi di carcere. Una volta libero si dedica al traffico di droga, attività che prosegue anche all'interno della banda
Fulvio Lucioli, detto Il Sorcio. Nel 1976 entra a far parte della batteria capeggiata da Selis che, per i seguenti due anni, fino al suo arresto, mette a segno un incredibile numero di rapine a mano armata. Durante la carcerazione accetta la proposta di Toscano di entrare a far parte della neonata banda ricevendo, ancora tra le sbarre, una stecca di trecentomila lire alla settimana
Antonio Mancini detto l'Accattone. Originario del quartiere San Basilio, inizia la propria carriera criminale fin da giovanissimo, in una batteria specializzata nell’assalto ai treni. Nel 1976, durante uno dei suoi tanti soggiorni nel carcere di Regina Coeli, ha modo di stringere ulteriormente i rapporti con Selis e di sposare appieno il suo progetto di tentare su Roma la stessa operazione di controllo del territorio che il camorrista Raffaele Cutolo stava realizzando sulla piazza di Napoli. Cosa che poi effettivamente avviene, una volta liberi, con quel patto che, assieme agli altri due gruppi criminali, da forma alla banda della Magliana
Libero Mancone. Primo arresto nel 1970 per furto aggravato, anche lui coinvolto nella banda da Selis
Gianfranco Urbani, detto Er Pantera. Uomo "più di parole che di pistole" e basista della batteria di Selis, è anche ben inserito nel traffico degli stupefacenti, grazie anche ai suoi contatti con grossi spacciatori thailandesi. Ancora carcerato, accetta la proposta di entrare a far parte della neonata banda, ricevendo fin dall'inizio una "stecca" di trecentomila lire alla settimana. Punto di contatto e tramite con esponenti di primo piano della 'Ndrangheta come Paolo De Stefano, Giuseppe Piromalli e Pasquale Condello
Angelo De Angelis, detto Er Catena. Pregiudicato, con diversi precedenti penali a suo carico, si vantava di far parte di un gruppo massonico per il quale agiva e da cui riceveva protezione a livello poliziesco e processuale. Trafficante di stupefacenti, attività che prosegue anche nella banda, è accusato dai componenti della stessa di tagliare la cocaina che era incaricato di vendere e per questo ucciso
Alessandro D'Ortenzi (detto Zanzarone). Malavitoso con precedenti per associazione per delinquere, rapina, furti, ricettazione, detenzione di armi, ricopre una posizione marginale all'interno della banda ma, dati i suoi trascorsi giudiziari e una certa familiarità con specialisti in psichiatria, è utilizzato per ottenere perizie psichiatriche compiacenti. Costituisce, in particolare, il punto di contatto tra la banda e il professor Aldo Semerari


Il sequestro del Duca Grazioli
Il debutto come banda vera e propria, che fino a quel momento aveva vissuto essenzialmente solo di rapine, fu il sequestro del duca Massimiliano Grazioli Lante della Rovere.
«Fu Franco Giuseppucci a proporci il sequestro del duca Massimiliano Grazioli, operazione alla quale aderimmo e che effettivamente portammo a compimento. Giuseppucci aveva avuto a sua volta l'indicazione dell'ostaggio da tal Enrico (Mariotti, n.d.r.) gestore di una sala corse a Ostia, il quale frequentava il figlio del duca Massimiliano con cui condivideva la passione per le armi. Si trattava di un salto di qualità rispetto alle rapine che sino a quel momento costituivano la nostra principale attività. Ovviamente il sequestro di persona richiedeva una maggiore organizzazione sia logistica che di impegno personale. Pertanto, mentre iniziavano i pedinamenti del sequestrando prendemmo anche contatto, da un lato, con Giorgio Paradisi, il quale conosceva il Giuseppucci a ragione della comune passione per i cavalli e frequentazione di ippodromi, sale corse e bische, con il predetto "Bobo", nonche' con altra persona, di cui non ricordo le generalità e dall'altro lato, con una banda di Montespaccato, della quale ricordo facevano parte Antonio Montegrande, siciliano »
(Interrogatorio di Maurizio Abbatino del 25 novembre 1992)
La sera del 7 novembre 1977, lasciata da poco la sua tenuta di Settebagni a bordo della sua BMW 320, il Duca venne bloccato all'incrocio di via della Marcigliana con via Salaria da due auto: una Fiat 131 guidata da Maurizio Abbatino ed un'Alfetta con al volante Renzo Danesi e sulle quali c'erano anche Giuseppucci, Paradisi, Piconi, Castelletti e Colafigli che, incappucciati, lo fecero scendere a forza per poi caricarlo a bordo di una delle auto e successivamente trasportarlo in diversi nascondigli provvisori. Inizialmente venne rinchiuso in un appartamento di Primavalle, poi trasferito in una località sull'Aurelia e infine nel napoletano.
A causa dell'inesperienza nel campo però la banda non riuscì a gestire al meglio il sequestro e dovette chiedere aiuto ad un altro gruppo criminale, una piccola banda di Montespaccato. La prima telefonata di richiesta del riscatto arrivò alla famiglia del Duca un'ora dopo il sequestro: "Preparate dieci miliardi". La banda era infatti a conoscenza delle disponibilità monetarie dei Grazioli che, oltre a qualche proprietà, come a esempio l’ampia tenuta di Settebagni, solo qualche tempo prima aveva venduto il quotidiano romano Il Messaggero. Nei giorni successivi le trattative continuarono frenetiche, con la famiglia che chiedeva continuamente prove sulle condizioni di salute del rapito. I rapitori inviarono loro una foto Polaroid nella quale l'ostaggio teneva in mano una copia del giornale fiorentino La Nazione acquistato appositamente in Toscana per depistare le indagini.

Le richieste dei sequestratori scesero poi di molto e, il 14 febbraio, arrivò il messaggio che stabiliva il contatto finale per il pagamento. Il figlio del Duca, Giulio Grazioli, avrebbe dovuto far pubblicare, sul quotidiano romano Il Tempo, un annuncio di accettazione delle condizioni dei sequestratori: «Gambero rosso tutte le specialità marinare, pranzo a prezzo fisso, lire 1500 (a significare un miliardo e mezzo, ndr)». Il pagamento avvenne attraverso una modalità simile a quella di una caccia al tesoro e con tutta una serie di complesse segnalazioni e di messaggi lasciati nei vari punti di Roma, per evitare che la famiglia potesse essere seguita dalle forze dell'ordine. Alla fine di un lungo tragitto, il figlio del Duca Grazioli, consegnò la borsa con il denaro lanciandola da un ponte dell'autostrada Roma-Civitavecchia dove, a raccoglierla c'erano Danesi, Piconi e Castelletti.
Il frutto del riscatto venne "steccata" in parti eguali tra i vari gruppi interni alla banda e poi riciclata in Svizzera tramite Salvatore Mirabella, un milanese della banda di Francis Turatello ed inserito nel giro delle bische clandestine.
« La somma del riscatto venne ripartita in ragione del cinquanta per cento a quelli di Montespaccato, che avevano in custodia l'ostaggio, e del cinquanta per cento a noi, ognuno dei due gruppi, doveva detrarre dalla propria parte la "stecca", rispettivamente, per il basista Enrico e per il telefonista. Le quote spettanti a ciascun gruppo, si ridussero del dodici per cento, costo del cambio delle banconote in franchi svizzeri. Debbo ancora aggiungere che Enzo Mastropietro, il quale aveva partecipato alla preparazione del sequestro, non poté partecipare però all'esecuzione in quanto poco prima era stato arrestato. Ciò nonostante, venne a lui riservata una quota di lire venti milioni e una quota di lire quindici milioni venne riservata a Enrico De Pedis, il quale come ho già detto era anch'egli detenuto, in considerazione dei suoi stretti rapporti con Franco Giuseppucci. »
(Interrogatorio di Maurizio Abbatino del 25 novembre 1992)
La famiglia Grazioli attese a lungo ed invano il promesso rilascio dell'ostaggio. Quello che non potevano allora sapere era che, durante la prigionia, era avvenuto un imprevisto decisivo: uno dei componenti di Montespaccato, infatti, si era fatto vedere in faccia dal Duca ed a causa di questo contrattempo l'ostaggio venne ucciso ed il suo corpo mai fatto ritrovare.
« L'ostaggio non venne mai rilasciato, sebbene al momento del pagamento del riscatto fosse ancora in vita. Il gruppo di Montespaccato ci informò del fatto che aveva visto in faccia uno dei carcerieri di tal che ci fu detto che non si poteva fare a meno di ucciderlo. A questa decisione, la quale non fu nostra, non ci opponemmo, in quanto l'individuazione dei complici poteva significare anche la nostra individuazione. Pertanto il Montegrande e compagni diedero corso all'esecuzione alla quale non partecipammo. Nulla sono in grado di riferire di preciso circa le modalità esecutive dell'omicidio. So soltanto che il fatto è avvenuto nel napoletano, dove l'ostaggio era stato trasferito in una casa di campagna appartenente a familiari di persone del gruppo di Montespaccato, in quanto anche la seconda 'prigione' di Roma era diventata insicura per il protrarsi della durata del sequestro. So altresì che il cadavere venne sepolto, ma non sono in grado di dire dove. »
(Interrogatorio di Maurizio Abbatino del 25 novembre 1992)
Nonostante le cose non si fossero svolte tutte come la banda le aveva previste, anche a causa della morte dell'ostaggio, il sequestro si rivelò un vero e proprio successo per il neonato gruppo. Aveva contribuito a cementare ulteriormente i rapporti al suo interno, confermando l'idea che unire le forze di più batterie non era solo possibile ma che avrebbe portato loro enormi ed ulteriori vantaggi.



L'omicidio di Franco Nicolini 
«"Roma è nelle nostre mani". La droga poteva arrivare e andare indifferentemente a uomini della mafia, della camorra, della 'ndrangheta, dell'eversione nera, di organizzazioni mediorientali. Agli ex rapinatori cresciuti nelle batterie di quartiere, passati al giro più grosso delle bische e delle scommesse clandestine e diventati in pochi anni impresari di morte attraverso il traffico di droga, non interessava servire ed essere serviti da questa o quella banda. »
(da Ragazzi di malavita di Giovanni Bianconi)
La ragione per la quale un gruppo così disomogeneo e numericamente modesto riuscì a raggiungere per la prima volta il pressoché totale controllo delle attività criminali in una metropoli come Roma è da ricercarsi essenzialmente nei metodi utilizzati e, primo tra tutti, quello degli omicidi. Tale pratica, mai troppo utilizzata in passato da parte della mala romana, venne utilizzata dalla banda al fine di estendere il suo controllo su tutta la città, attraverso la sistematica eliminazione fisica degli avversari, intendendo in questo modo ottenere il risultato ulteriore di intimorire chi avesse voluto interferire con i suoi progetti di crescita. Questa situazione di precario equilibrio generava nel sodalizio il timore che qualcuno dei vari boss potesse prendere il sopravvento rispetto agli altri, per cui esisteva la regola che ogni azione rilevante dovesse essere approvata dai vari gruppi.
Il debutto di fuoco fu l'uccisione di Franco Nicolini, detto Franchino er Criminale, all'epoca padrone assoluto di tutte le scommesse clandestine dell'ippodromo Tor di Valle e le cui attività illegali suscitarono ben presto l'interesse della nascente banda, anche se il motivo primario del suo omicidio fu da ricercarsi in un torto fatto subire a Nicolino Selis nel corso di un periodo di comune detenzione; questo avvenne nel 1974 quando, durante una rivolta dei detenuti, Nicolini si schierò dalla parte delle guardie carcerarie per ristabilire l’ordine e, agli insulti di Selis, rispose schiaffeggiandolo in pieno volto di fronte agli altri detenuti.
« Alla richiesta di meglio precisare il movente dell'omicidio di Franco Nicolini, ribadisco quanto in proposito ho già dichiarato nei miei precedenti interrogatori: chi aveva motivi per volere la morte di "Franchino il Criminale" era Nicolino Selis, il quale ci chiese di aiutarlo nell'impresa per saggiare la nostra affidabilità nel momento in cui vi era la prospettiva di realizzare la fusione tra il nostro e il suo gruppo. All'epoca, stante l'interesse alla integrazione dei due gruppi, non chiedemmo al Selis di spiegarci puntualmente le ragioni per cui voleva commettere l'omicidio, d'altra parte il Selis ci disse che si trattava di un suo fatto personale e ci era noto, al riguardo, che tra il Nicolini e il Selis, vari anni prima, durante una comune detenzione dei due, vi erano stati dei violenti screzi, nel carcere di Regina Coeli. Al progetto del Selis di uccidere il Nicolini, non solo non ci opponemmo, ma lo aiutammo, sia per le ragioni sopra esposte, sia perche' anche il Giuseppucci vi era in qualche modo interessato, essendo disturbato dalla presenza del Nicolini presso l'ippodromo di Tor di Valle. Per maggior chiarezza, il Giuseppucci riusciva quasi sempre a condizionare l'andamento di qualche corsa, il Nicolini, da parte sua, essendo un allibratore di un certo calibro e avendo un sostanziale controllo dell'ippodromo, spesso intralciava i programmi del primo »
(Interrogatorio di Maurizio Abbatino del 11 febbraio 1993)
La sera del 25 luglio del 1978, nel momento in cui la gente cominciava a defluire dall'ippodromo dopo l'ultima corsa, nel parcheggio antistante due auto attesero l'arrivo di Nicolini: Renzo Danesi e Maurizio Abbatino erano alla guida rispettivamente, di una Fiat 132 e di una Fiat 131, a bordo delle quali si trovavano Enzo Mastropietro, Giovanni Piconi, Edoardo Toscano, Marcello Colafigli e Nicolino Selis, mentre Franco Giuseppucci rimase in attesa all'interno dell'ippodromo, allo scopo di farsi notare dalla gente per costruirsi l'alibi; Nicolini, giunto nel parcheggio nei pressi della sua Mercedes grigia, venne avvicinato da Toscano e Piconi e freddato all’istante con nove colpi di pistola.
La decisione di uccidere Nicolini venne presa dalla banda anche in virtù del beneplacito, ottenuto dal capo della Nuova Camorra Organizzata, Raffaele Cutolo, il quale, appena evaso dall'ospedale psichiatrico di Aversa, nella primavera del 1978 organizzò un incontro con Selis allo scopo di trovare, tra i rispettivi gruppi, una strategia compatibile con gli obbiettivi di entrambi, nominando così Selis suo luogotenente nella piazza romana.

Raffaele Cutolo

All'incontro, che avvenne in un albergo di Fiuggi dove, secondo la deposizione del pentito Abbatino, Cutolo disponeva di un intero piano per sé ed i propri guardaspalle, parteciparono anche Franco Giuseppucci, Marcello Colafigli e lo stesso Maurizio Abbatino, e questo segnò un momento decisivo nella storia della banda che, tra le sue varie attività, ebbe modo di attivare un canale preferenziale con i camorristi per la fornitura delle sostanze stupefacenti da distribuire poi nella capitale.
La sua eliminazione, oltreché a cementare i rapporti all'interno dei vari gruppi della Banda, si rivelò comunque una tappa fondamentale per la crescita della stessa che, da quel momento in avanti, ebbe via libera per poter gestire un'ottima fonte di guadagno. Da quel momento, infatti, i rapporti di forza all'interno della malavita romana subirono un cambiamento definitivo che vide la banda in una posizione predominante e che perdurò negli anni successivi. L'ascesa degli uomini della Magliana, infatti, avvenne in modo molto rapido ed in poco tempo, dalle semplici rapine, le attività criminali della stessa si spostarono verso reati più redditizi legati ai sequestri di persona, al controllo del gioco d'azzardo e delle scommesse ippiche, ai colpi ai caveau e soprattutto al traffico di sostanze stupefacenti. I vari componenti della banda, comunque, anche quando il loro potere crebbe fino ad assumere il controllo completo delle attività illecite cittadine, continuarono, nonostante le ricchezze acquisite e il conseguente salto di qualità nella scala sociale (da piccoli malavitosi di quartiere ad affaristi del crimine), a partecipare personalmente alle azioni, rimanendo sostanzialmente degli operai del crimine.

Il traffico di stupefacenti 
L'organizzazione dello spaccio della droga e la sua diffusione capillare nelle varie zone della città avveniva attraverso una rete di spacciatori di medio livello, denominati cavalli, collegati a loro volta a piccoli spacciatori denominati formiche. Tale struttura venne spiegata da Antonio Mancini durante un interrogatorio: «Già nel 1979, c'eravamo estesi su tutta Roma. L'approvvigionamento della droga non era più un problema.»
Tutti gli spacciatori rispondevano, però, ad un referente della banda che si incaricava, dopo avere ricevuto la droga dai canali della criminalità organizzata o dall'estero, di distribuirla al livello inferiore e di ritirare i proventi della vendita della stessa, imponendo una sorta di monopolio della droga, attraverso il quale si controllava l'approvigionamento e lo smercio su tutta Roma. «Battevamo la piazza, per imporre il nostro prodotto agli spacciatori» dichiarò poi il pentito Abbatino, interrogato il 25 novembre 1992 «promettendo e garantendo loro la protezione nei confronti dei precedenti fornitori. In altri termini, mettevamo la concorrenza nelle condizioni di non poter più operare, se non facendo capo a noi.»
Nell'interrogatorio reso il 23 maggio 1994, lo stesso Mancini, confermò questo modus operandi dell'organizzazione: «il sistema funzionava in questo modo: costituito il gruppo e avute le entrature per l'approvigionamento della droga, si prendeva contatto con coloro i quali in qualche modo operavano nel settore; si faceva loro una proposta che non potevano rifiutare, di prendere la droga da o tramite noi, di tal che, accettando, entravano automaticamente a far parte del nostro gruppo. Nessuno si rifiutò mai di accedere alle nostre proposte, in quanto se fosse accaduto il riluttante era un uomo morto.»
Allo scopo di avere un controllo capillare del territorio si rese necessario una divisione dello stesso in varie zone presidiate dai vari gruppi della banda.
« Il mercato romano, fermo restando che la droga che si vendeva era ovunque la stessa, dal momento che le forniture erano comuni a tutti, era ripartito in zone, controllate ovviamente da persone diverse, a seconda dell'influenza, maggiore o minore che si aveva sulle singole aree territoriali. A tal proposito, esisteva un accordo tra tutti, nel senso che ciascuno doveva curare esclusivamente la distribuzione nel proprio territorio senza invadere quello assegnato agli altri. Si trattava di regole piuttosto ferree e che tutti si era tenuti a rispettare. So' questo perché, per quanto riguardava me avevo assegnato il territorio di Trastevere, che era comunque uno dei più ricchi: una volta che io sconfinai, effettuando una distribuzione alla Garbatella, dove il territorio era assegnato a Manlio Vitale e ad altri, Danilo Abbruciati si arrabbiò molto con me, dal momento che, a suo dire, lo avrei messo in grosse difficoltà, avendo egli dovuto dare al Vitale, personaggio di notevole prestigio nell'ambiente malavitoso, spiegazioni circa lo sconfinamento, faticando a convincerlo che era stata cosa del tutto accidentale e non il sintomo di una volontà di sottrarci al rispetto delle regole. »
(Interrogatorio di Fabiola Moretti dell'8 giugno 1994)
La divisione in zone del territorio rifletteva in pieno la struttura costitutiva della banda che, nata dall'unione di diversi gruppi o batterie, responsabili ognuna della propria, a differenza di altre organizzazioni criminali quali la Camorra o Cosa Nostra, non presentava un'organizzazione piramidale vista l'assenza di un unico capo in grado di prendere decisioni vincolanti per le diverse zone.
« Per quanto concerne le forniture di droga che "lavoravamo" occorre distinguere tra la cocaina e l'eroina: la cocaina, il mio gruppo la riceveva tramite Manuel Fuentes Cancino; l'eroina, che commerciavamo, per come ho detto, unitamente al gruppo Selis e al De Pedis e compagni, la ricevevamo, solitamente, tramite Koh Bak Kim. Costui, da me conosciuto, tramite Gianfranco Urbani (detto "il Pantera"), cominciò a rifornirci di eroina che egli introduceva in Italia, tramite suoi corrieri che venivano dalla Tailandia, Stefano Bontate e Pippo Calo'. »
Stefano Bontate
occultata nelle cornici di quadri, o nei doppi-fondi di valige. Via via che la nostra organizzazione si annetteva sempre piu' vaste fette di mercato la stessa si allargava, a seguito delle scarcerazioni di Enrico De Pedis, amico sia mio che del Giuseppucci, e di Raffaele Pernasetti, i quali ne entravano a far parte a pieno titolo, apportando nuovi canali di approvigionamento che consentivano di soddisfare le esigenze di conservazione del mercato acquisito e di ulteriori ampliamenti dell'attività. Amico del De Pedis era Danilo Abbruciati, il quale consenti' di prendere contatto con fornitori del calibro di
(Interrogatorio di Maurizio Abbatino del 25 novembre 1992)
I proventi di questo traffico, così come quelli relativi al gioco d'azzardo, alla prostituzione, alle scommesse clandestine, al traffico di armi e di tutte le altre attività criminali in cui la banda era impegnata, oltre ad assicurare un adeguato livello di corruzione di periti, avvocati, personale sanitario ed anche di alcuni esponenti delle forze dell’ordine, erano divisi sempre in parti uguali: tutti i membri ricevevano la cosiddetta stecca para, ossia una sorta di dividendo indipendente dal lavoro svolto in quel periodo, che anche i membri detenuti (e i familiari degli stessi) continuavano a ricevere assieme ad un'adeguata assistenza legale per evitare delazioni; questo insieme di regole era vincolante per gli appartenenti alla banda e l’inosservanza delle stesse portava a vendette ed anche all'omicidio.




Il deposito di armi al Ministero della Sanità 
Il notevole aumento del numero di armi a disposizione della banda che, sino a quel punto venivano custodite da una serie di favoreggiatori incensurati, indusse l'organizzazione a valutare l'opportunità di raggrupparle in un unico deposito. Da un lato, vi era chi avrebbe preferito custodirle in un appartamento disabitato e, dall'altro chi invece premeva affinché venissero affidate ad un'unica persona in un ambiente insospettabile.
« Marcello Colafigli aveva un notevole ascendente su Alvaro Pompili, all'epoca impiegato del Ministero della Sanità, pertanto gli prospetto' la possibilità di costituire un deposito presso tale Ministero. Alvaro Pompili, a sua volta, era particolarmente legato a Biagio Alesse, custode e centralinista presso il Ministero della Sanità, il quale si fece convincere agevolmente a fare anche il custode delle armi, con un compenso fisso di circa un milione al mese e con la tacita garanzia che, per ogni necessità economica, la banda avrebbe fatto fronte ai suoi impegni. Fu cosi' che gran parte delle armi furono trasferite dai precedenti depositi presso la Sanità. Per quanto poi concerne, in particolare, la riconsegna, questa veniva effettuata quasi sempre da Claudio Sicilia e da Gianfranco Sestili: essi si limitavano a lasciare il borsone all'Alesse, il quale provvedeva autonomamente all'occultamento. Mentre per quanto concerne il ritiro e la preparazione delle armi, l'Alesse poteva consentirla soltanto ai due predetti, a me, a Marcello Colafigli e alle persone che si fossero presentate in nostra compagnia. Per quanto sono in grado di ricordare e per quel che mi risulta personalmente, mi recai al Ministero una volta in compagnia di Danilo Abbruciati e un'altra in compagnia di Massimo Carminati. Ora, mentre Danilo Abbruciati non era autorizzato a recarsi da solo presso il Ministero, a Massimo Carminati venne consentito, invece, in un secondo momento, di accedere liberamente al Ministero. La decisione di consentire l'accesso con maggiore libertà al Carminati, venne presa da me, nell'ottica di uno scambio di favori tra la banda e il suo gruppo. Le armi custodite nel deposito della Sanità appartenevano a tutte le componenti della banda, rispondeva pertanto unicamente a esigenze di sicurezza limitare alle persone che ho indicato il libero accesso al Ministero, anche per non creare dei problemi ulteriori all'Alesse. »
(Interrogatorio di Maurizio Abbatino del 3 dicembre 1992)
Il 25 novembre del 1981, nel corso di una perquisizione, la polizia rinvenne in uno scantinato del Ministero della Sanità, al civico 34 di via Liszt all'Eur, l'arsenale composto da 19 tra pistole e revolver, una machine pistol M12, un mitra moschetto automatico Beretta (Mab), un mitragliatore Sten, altri fucili mitragliatori, oltre a cartucce ed a bombe a mano.
Analizzando le armi, gli inquirenti poterono risalire anche ai legami tra la banda e la destra eversiva dei Nuclei Armati Rivoluzionari che, proprio tramite Massimo Carminati, ebbero modo di utilizzare alcune di quelle armi, a cominciare dal depistaggio delle indagini sulla strage di Bologna operato dai servizi deviati.

La guerra con il Clan Proietti 
Il primo componente della banda a cadere sul campo fu Franco Giuseppucci, ucciso a Piazza San Cosimato nel cuore del quartiere di Trastevere, il 13 settembre 1980, in un agguato orchestrato da parte di esponenti del clan rivale della famiglia Proietti, detti i Pesciaroli per via della loro attività commerciale all'interno del mercato ittico della capitale. Un gruppo criminale molto numeroso e che si avvaleva di consanguinei, fratelli, cugini e affini e molto vicino a quel Franco Nicolini, giustiziato dai componenti della Magliana per il controllo del giro di scommesse clandestine presso l'ippodromo di Tor di Valle.
Raggiunto da una pallottola al fianco mentre saliva a bordo della sua Renault 5, Giuseppucci riuscì comunque a mettere in moto la vettura e ad arrivare fino in ospedale, crollando poi fra le braccia degli infermieri e spirando proprio mentre i medici si apprestavano ad intervenire. La morte di Giuseppucci fu il pretesto per scatenare una sanguinosa guerra contro il clan rivale che segnò però anche un forte momento di aggregazione della banda. Gli scontri violenti e gli agguati tra i due gruppi si manifestarono ben presto con una serie impressionante di omicidi e tentativi di omicidio e con gravissime perdite riportate dai Proietti.
Il primo atto della vendetta nei confronti dei Proietti, relativamente all'uccisione di Franco Giuseppucci, fu un errore, uno scambio di persona da parte della banda. La sera del 19 settembre 1980, Maurizio Abbatino, Paolo Frau, Edoardo Toscano e Marcello Colafigli, appostati davanti ad una villa tra Ostia e Castelfusano abitualmente frequentata da Enrico Proietti, detto er Cane, fecero fuoco contro una macchina a bordo della quale c'erano Pierluigi Parente, avvocato ventottenne e figlio di un industriale, e la sua fidanzata Nicoletta Marchesi, completamente estranei al clan Proietti.
« Intorno alle due di notte vedemmo uscire una Fiat Ritmo dalla villa. La inseguimmo e dopo duecento o trecento metri la superammo: eravamo muniti di un fucile a pompa, un mitra Mab e una pistola calibro 9 con silenziatore. Avevamo anche una bomba a mano. Il silenziatore della calibro 9, dopo due o tre colpi, si ruppe. Il conducente della Fiat Ritmo fece una rapidissima retromarcia, riportandosi davanti al cancello della villa, balzò fuori dall'auto e si gettò in un burrone, mentre l'altro passeggero, che non avevamo capito si trattasse di una donna, restò accucciato nella macchina. Io mi trovavo alla guida della nostra autovettura, gli altri spararono tutti: Colafigli col fucile a pompa sparò all'interno dell'abitacolo della Fiat Ritmo. »
(Interrogatorio di Maurizio Abbatino del 6 novembre 1992)
Il ragazzo fece in tempo a darsi alla fuga, mentre la sua fidanzata rimase gravemente ferita. La rappresaglia continuò poi il 27 ottobre 1980 quando, Enrico Proietti detto "Er Cane", venne ferito in un agguato nei suoi confronti e riuscì a sfuggire miracolosamente ai suoi aggressori. Meno fortunati furono invece Orazio, figlio di Enrico, che morì di overdose dopo essere stato comunque ferito anche lui in un agguato della banda, il 31 ottobre 1980 e poi Fernando, detto Il Pugile, giustiziato il 30 giugno del 1982.
L'episodio più significativo, però, avvenne la sera del 16 marzo 1981 quando, Antonio Mancini e Marcello Colafigli intercettarono Maurizio Proietti detto il Pescetto e suo fratello Mario (Palle D'oro), quest'ultimo già sfuggito miracolosamente ad un agguato qualche tempo prima. I due, in compagnia delle rispettive famiglie, facevano infatti rientro alle loro abitazioni site in via di Donna Olimpia n°152, nei pressi del quartiere Monteverde. Nel furibondo scontro a fuoco che ne seguì, Maurizio fu colpito a morte, mentre i due criminali della Magliana rimasero lievemente feriti e, nel tentativo di evitare l’arresto e di aprirsi un varco verso la fuga, iniziarono a sparare sulla polizia che a sua volta rispose al fuoco. I due killer feriti tentarono disperatamente la fuga, ma vennero quindi arrestati all'interno di un appartamento dello stabile nel quale si erano barricati.
Come ebbe poi a rivelare il pentito Abbatino: «Tutte le persone della banda erano a conoscenza della vendetta, in quanto tutti amici del Giuseppucci, avevano concorso a programmarla nelle linee generali ed erano disponibili, nell'ambito di una interna distribuzione dei ruoli, a intervenire materialmente (o eseguendo gli omicidi, ovvero svolgendo le attività preparatorie necessarie, ovvero ancora fornendo le strutture logistiche), ai fini dell'attuazione dei singoli atti omicidiari. Questa guerra impedi' il dissolversi del sodalizio, rappresentando un forte momento di aggregazione.»

I rapporti con la destra eversiva
La concomitanza temporale tra l'ascesa della banda della Magliana ed i cosiddetti anni di piombo, ossia quel periodo che, dalla metà degli anni settanta agli inizi degli anni ottanta, segnò in Italia il culmine della lotta armata politica, con una serie di omicidi, stragi e fatti di sangue, innescò, tra le altre cose, anche un'insolita convergenza di interessi fra gli uomini della Magliana ed alcuni ambienti dell'eversione neofascista.
Fatta, però, esclusione per sporadiche simpatie fasciste di alcuni componenti della Magliana (come ad esempio Giuseppucci, che conservava in casa alcuni dischi con i discorsi di Mussolini e diversi altri simboli fascisti), il fine ultimo di tali rapporti era decisamente scevro di qualsiasi orpello ideologico e politico e, come anche per altre occasioni, può essere individuato esclusivamente nell'interesse dell'organizzazione allo scambio di armi, al potenziamento del controllo sul territorio, al riciclaggio di denaro, ecc. L'obiettivo venne presto raggiunto attraverso la conoscenza di alcuni uomini cerniera e di raccordo tra la criminalità organizzata, i settori deviati dei servizi e le organizzazioni eversive neofasciste come Alessandro D'Ortenzi, Massimo Carminati ed altri ancora.


Con il professor Aldo Semerari 
Uno dei personaggi attivi nell'area dell'eversione nera che entrò in contatto con la banda fu il professor Aldo Semerari. Celebre psichiatra forense, massone e iscritto alla Loggia P2, agente dei servizi d’informazione militare e tra i più autorevoli criminologi italiani, Semerari lavora come consulente per redigere alcune delle perizie psichiatriche dei casi giudiziari più eclatanti degli anni settanta come, ad esempio, quella su Pino Pelosi nel caso dell'omicidio di Pier Paolo Pasolini.
« L'istituzione di collegamenti tra gruppi eversivi dell'estrema destra e la malavita
Aldo Semerari
organizzata romana rientrava in un disegno strategico comune al Prof. Aldo Semerari e al Prof. Fabio De Felice, convinti che per il finanziamento dell'attività eversiva non fosse necessario creare una struttura finalizzata al reperimento programmatico di fondi, quando, senza eccessive compromissioni, si poteva svolgere un'attività di supporto di tipo informativo e logistico rispetto a strutture di criminalità comune già esistenti e operanti, onde garantirsi, lo storno degli utili derivanti dalle operazioni rispetto alle quali si forniva un contributo. Il primo collegamento venne realizzato attraverso Alessandro D'Ortenzi detto "zanzarone", in un incontro che, se mal non ricordo, si svolse presso la villa del Prof. De Felice. Per quanto ho potuto constatare di persona, i rapporti che intercorrevano tra il gruppo criminale denominato Banda della Magliana, o per meglio dire, tra i suoi esponenti, e il Prof. Semerari, era quello di una sorta di sudditanza dei primi al secondo, il quale esercitava su di loro una notevole influenza in forza dei benefici che costoro si aspettavano di conseguire per effetto delle sue prestazioni professionali. Con il passar del tempo, probabilmente, in considerazione di aspettative frustrate dai fatti, ho potuto constatare un progressivo raffreddamento di rapporti degli uni verso l'altro. »
(Interrogatorio di Paolo Aleandri dell'8 agosto 1990)
Leader del gruppo neofascista, Costruiamo l'azione, durante l'estate del 1978 organizzò diversi seminari e incontri politici nella villa del professor Fabio De Felice sita a Poggio Catino in provincia di Rieti, a cui parteciparono anche alcuni componenti della banda introdotti da Alessandro D'Ortenzi, detto Zanzarone, un pregiudicato in rapporti di confidenza con il professore e che per i suoi trascorsi giudiziari e la sua familiarità con diversi specialisti in psichiatria, veniva utilizzato per ottenere perizie compiacenti. Semerari seguì una precisa strategia eversiva basata anche sulla collaborazione fattiva tra estremismo di destra e malavita comune e, secondo il pentito Abbatino: «A lui piaceva proprio avere contatti con le bande. E c’è stato un periodo in cui loro utilizzavano noi, e noi loro per le perizie e per l’approvvigionamento e l’acquisto di armi. Semerari pensava a un appoggio di tipo logistico, come un colpo di Stato: loro facevano dei raduni nelle campagne di Rieti proprio simulando colpi di Stato.»
« Grazie al contatto istituito da D'Ortenzi, si fece una riunione nella villa di Fabio De Felice, per discutere i possibili scambi di favori tra la nostra banda e i terroristi di destra che facevano capo al Semerari. All'incontro, per la banda, partecipammo io, Marcello Colafigli, Giovanni Piconi e Franco Giuseppucci. Era presente Alessandro D'Ortenzi. Oltre al De Felice ricordo presenti all'incontro il Prof. Semerari e Paoletto Aleandri. Nell'occasione, fermo restando il nostro assoluto disinteresse per le prospettazioni ideologiche di Aldo Semerari - per quanto potei constatare frequentando Franco Giuseppucci, questi aveva delle spiccate simpatie per il fascismo, deteneva dischi riproducenti discorsi di Benito Mussolini, medaglie e gagliardetti, tuttavia questa sua infatuazione non ne condizionava minimamente l'azione, ne' lo conduceva a perdere di vista gli interessi e gli scopi della banda che erano tuttaltro che politici - si valuto' la praticabilità di una collaborazione tra noi e i terroristi neri, finalizzata, per quanto li riguardava, al finanziamento delle attività di tipo piu' propriamente politico. In particolare si raggiunse una sorta di accordo di massima per la commissione in comune di sequestri di persona a scopo di estorsione e di rapine. Nell'incontro in questione, tuttavia, non si ando' oltre un accordo di massima, quel che e' certo non si raggiunse un vero e proprio patto operativo. A noi comunque interessava mantenere i contatti, in considerazione dell'influenza del Semerari nel settore giudiziario, essendo egli un famoso e stimato perito medico-legale psichiatrico. »
(Interrogatorio di Maurizio Abbatino del 3 dicembre 1992)
Nonostante il rifiuto ad operare come braccio armato del gruppo politico di Semerari, da quegli incontri uscì un accordo di massima tra il professore ed la banda che prevedeva finanziamenti per il gruppo neofascista in cambio di perizie medico psichiatriche compiacenti e miranti a fare ottenere ai componenti della Magliana, in caso di arresto, condizioni favorevoli di detenzione o scarcerazioni a causa di condizioni di salute inidonee al regime carcerario. Il sodalizio durò fino ai primi mesi del 1982 quando, probabilmente vittima di un regolamento di conti interno alla camorra, il 25 marzo di quello stesso anno, il corpo del professor Semerari fu ritrovato decapitato all'interno di un'automobile, nei pressi di Ottaviano, in provincia di Napoli. La causa della sua morte fu da ricercarsi in un episodio avvenuto poco tempo prima: il professore infatti, nella sua qualità di psichiatra forense, si era adoperato per la scarcerazione di un boss della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo, per poi accettare l'incarico come consulente anche per la fazione opposta, la famiglia di Roberto Ammaturo. Una errata mossa strategica che, molto probabilmente, gli costò la vita.


Con i Nuclei Armati Rivoluzionari
Di altra natura, invece, fu il rapporto della Banda con l' universo giovanile dell'estremismo di destra e, in particolare, con i componenti del nucleo storico dei Nuclei Armati Rivoluzionari: Alessandro Alibrandi, Cristiano e Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Gilberto Cavallini e, soprattutto, Massimo Carminati. Negli anni settanta, infatti, la contiguità sia temporale che fisica tra gli ambienti dell'eversione politica e del crimine comune organizzato fece si che, tra le parti in causa, cominciò a farsi strada la possibilità di ricercare un terreno di reciproco beneficio comune.
Massimo Carminati
Frequentando i locali del bar Fermi o quelli del bar di via Avicenna (entrambi nella zona di Ponte Marconi), dove spesso si ritrovavano anche molti dei componenti della stessa Banda, nell'estate del 1978 Massimo Carminati entrò in contatto con i boss Danilo Abbruciati e Franco Giuseppucci che, ben presto, lo presero sotto la loro ala protettiva. A loro Carminati iniziò ad affidare i proventi delle rapine di autofinanziamento effettuate con i NAR, in modo da poterli riciclare in altre attività illecite quali l'usura o lo spaccio di droga. In regime di reciproco scambio di favori, la Banda, di tanto in tanto commissiona ai giovani fascisti anche di eliminare alcune persone poco gradite, come nel caso del tabaccaio romano Teodoro Pugliese, ucciso da Carminati (assieme ad Alibrandi e a Claudio Bracci) con tre colpi di pistola calibro 7,65, perché d'intralcio nel traffico di stupefacenti gestito da Giuseppucci. Durante questo periodo, Carminati ottenne addirittura il controllo congiunto (per conto dei NAR ed unico autorizzato del gruppo eversivo) del deposito di armi nascosto negli scantinati del Ministero della Sanità, all'EUR.
Altre indicazioni circa la relazione tra la Banda e l'eversione di destra ci vennero fornite dalle dichiarazioni rese dal neofascista (e pentito) Walter Sordi quando, al giudice di Roma in data 15 ottobre 1982, dichiarò che: «Alibrandi mi disse che Carminati era il pupillo di Abbruciati e Giuseppucci. Parlando in particolare degli investimenti di somme di denaro da noi fatti attraverso la banda Giuseppucci-Abbruciati, posso dire che nel corso dell'80, Alibrandi affidò alla banda stessa 20 milioni di lire, Bracci Claudio 10 milioni, Carminati 20 milioni, Stefano Bracci e Tiraboschi 5 milioni.Ricordo che Alibrandi percepiva un milione al mese di rendita. I soldi affidati alla banda Giuseppucci-Abbruciati erano tutti in contanti. Come ho già spiegato, Giuseppucci e Abbruciati prevalentemente investivano il denaro da noi ricevuto nel traffico di cocaina e nell'usura, ma c'erano anche altri investimenti nelle pietre preziose e nel gioco d'azzardo.»
Nel 1998, la Commissione Parlamentare sul Terrorismo nella sua relazione annuale, scrisse: «All'autofinanziamento furono invece dirette numerose rapine prima presso negozi di filatelia poi agenzie ippiche e banche, rapine che frutteranno una disponibilità economica assai superiore a quella necessaria alla vita dell'organizzazione e connotarono di un tratto di delinquenza ordinaria sia la condotta e il tenore di vita degli autori, sia l'ambiente criminale in cui gli stessi si muovevano. L'organizzazione e l'esecuzione di molti dei colpi avvicinò stabilmente - e per alcuni in modo irreversibile - i ragazzi dei NAR alla criminalità organizzata del gruppo che successivamente verrà indicato (sinteticamente e in parte impropriamente) come Banda della Magliana, attraverso lo stretto legame dei fratelli Fioravanti e di Alibrandi con personaggi come Massimo Sparti, e di Massimo Carminati e dello stesso Fioravanti con Franco Giuseppucci e Danilo Abbruciati. Tali legami verranno a cementarsi, oltre che con la pianificazione e attuazione di rapine (come presso le filatelie o alla Chase Manhattan Bank), attraverso le attività di reinvestimento dei proventi delle rapine (per lo più attraverso il prestito usuraio) che gli estremisti affideranno alla banda, per conto della quale eseguivano attività di intimidazione e di vero e proprio killeraggio.»
Anche per diretta ammissione dei pentiti Claudio Sicilia e Maurizio Abbatino è accertato che, i militanti dei NAR, effettuarono per la banda lavori di manovalanza criminosa come la riscossione di crediti dell'usura, il trasporto di quantitativi di droga oltre che alcuni delitti su commissione. A volte, però, il meccanismo s'inceppò come nel caso della rapina alla Chase Manhattan Bank di Roma del 27 novembre 1979, da parte di Giusva Fioravanti, Alessandro Alibrandi, Peppe Dimitri e Massimo Carminati. Successivamente parte del bottino, consistente in traveller cheque, verrà come sempre affidata nelle mani di Franco Giuseppucci che ne organizzò l'operazione di riciclaggio ma che gli costarono, nel gennaio del 1980, un arresto con l'accusa di ricettazione.


L'intreccio con politica e servizi deviati 
La sera del 20 marzo 1979 Mino Pecorelli giornalista, iscritto alla Loggia massonica P2 di Licio Gelli, venne assassinato con quattro colpi di pistola calibro 7,65 (uno in faccia e tre alla schiena) da un sicario in via Orazio a Roma, poco lontano dalla redazione del giornale in circostanze ancora oggi non del tutto chiarite. Egli era direttore di OP-Osservatore Politico, dapprima agenzia di stampa e poi rivista settimanale specializzata in scandali politici, tra i quali lo scandalo petroli, il caso Moro, lo scandalo dell'Italcasse, il crack della Sir o gli affari di Sindona e Andreotti, che, attraverso delle importanti inchieste, si rivelò anche uno strumento di ricatto e condizionamento del mondo politico per lanciare messaggi cifrati e spesso ricattatori.


Dei proiettili simili a quelli utilizzati nell'agguato (appartenenti allo stesso lotto e con lo stesso grado d'usura del punzone che marca la punta), calibro 7,65 e di marca Gevelot, difficilmente reperibili sul mercato, vennero poi rinvenuti all'interno dell'arsenale della banda nei sotterranei del Ministero della Sanità. Al processo emerse un chiaro coinvolgimento della banda e di Massimo Carminati il quale venne imputato di aver commesso materialmente l'omicidio nell’interesse di Giulio Andreotti, oggetto nella primavera del 1978 di un violento attacco dalle colonne di OP. Tramite dell'accordo sarebbe stato il magistrato e intimo amico del senatore Claudio Vitalone, personaggio molto vicino a esponenti della banda, come ad esempio De Pedis.
Il 3 marzo 1997, durante l'interrogatorio di fronte alla Corte di assise di Perugia, il pentito Maurizio Abbatino dichiarò ai giudici di aver saputo da Franco Giuseppucci che l’omicidio era stato commissionato a loro dai siciliani, ai quali sarebbe stato richiesto da un importante personaggio politico, individuato poi in Giulio Andreotti, oggetto di un duro attacco attraverso gli articoli del settimanale OP.
« La tesi accusatoria nel processo prospettava che il delitto sarebbe stato deciso dal senatore Andreotti il quale, attraverso l’on. Vitalone, avrebbe chiesto ai cugini Salvo l’eliminazione di Pecorelli. I Salvo avrebbero attivato Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti, i quali, attraverso la mediazione di Giuseppe Calò, avrebbero incaricato Danilo Abbruciati e Franco Giuseppucci di organizzare il delitto che sarebbe stato eseguito da Massimo Carminati e da Michelangelo La Barbera. »
(Documento del Senato della Repubblica)
Anche Antonio Mancini ebbe a confermare questa circostanza, nell'interrogatorio al pm di Perugia dell'11 marzo 1994, aggiungendo che fu «Massimo Carminati a sparare assieme ad Angiolino il biondo» (Michelangelo La Barbera, ndr), siciliano. Il delitto era servito alla Banda per favorire la crescita del gruppo, favorendo entrature negli ambienti giudiziari, finanziari romani, ossia negli ambienti che detenevano il potere."
A parere dei magistrati però «gli elementi probatori (nei confronti di Vitalone, ndr) non sono univoci» e non permettono «di ritenere riscontrata la chiamata in correità fatta nei suoi confronti». Insomma, Vitalone avrebbe avuto rapporti con l'organizzazione criminale ma non ci furono prove abbastanza evidenti dal punto di vista penale per condannarlo.
Dopo tre gradi di giudizio, nell’ottobre del 2003, la Corte di cassazione di Perugia emanò una sentenza di assoluzione "per non avere commesso il fatto" per Giulio Andreotti, Claudio Vitalone, Gaetano Badalamenti e Pippo Calò accusati di essere i mandanti e per Massimo Carminati e Michelangelo La Barbera da quella di essere gli esecutori materiali dell'omicidio, bollando le testimonianze dei membri della banda come non attendibili.La morte di Pecorelli resta ancora oggi un caso irrisolto come anche la provenienza dell’arma utilizzata nel delitto: tutte le armi dell’arsenale della banda, nel mentre, risultarono misteriosamente manomesse prima che fosse fatta qualche perizia per verificarne il concreto utilizzo.

Il legame con il sequestro Moro
Il 16 marzo del 1978, quando il Presidente della DC Aldo Moro venne rapito da un commando di brigatisti, gran parte della città di Roma era controllata dagli uomini della banda della Magliana e la stessa ubicazione della prigione del popolo (e covo dei terroristi) di via Montalcini, dove probabilmente venne rinchiuso lo statista nei 55 giorni della sua prigionia, era posto tra via Portuense e via della Magliana, ed in seguito si seppe che tale abitazione era circondata dalle abitazioni di molti affiliati alla stessa.
« Nel quartiere (Magliana, ndr), controllato in modo capillare da questo particolare tipo di malavita collegato a settori deviati dei servizi segreti e all’eversione nera, è situata la prigione del popolo di via Montalcini. Nelle immediate vicinanze di via Montalcini abitano numerosi esponenti della banda: a via Fuggetta 59 ( a 120 passi da via Montalcini) Danilo Abbruciati, Amleto Fabiani, Antonio Mancini; in via Luparelli 82 ( a 230 passi dalla prigione del popolo) Danilo Sbarra e Francesco Picciotto (uomo del boss Pippo Calò); in via Vigna due Torri 135 ( a 150 passi) Ernesto Diotallevi, segretario del finanziere piduista Carboni; infine in via Montalcini 1 c'è villa Bonelli, appartenente a Danilo Sbarra »
(Stefano Grassi, Il Caso Moro).
Aldo Moro 

Lo stesso pentito Maurizio Abbatino rivelò poi come la banda fosse stata addirittura contattata per scoprire il luogo in cui il Presidente era tenuto prigioniero: «Cutolo ci ha mandato un personaggio politico a parlare per vedere se sapevamo dov’era il covo di Moro.» disse Abbatino «Abbiamo avuto un incontro con lui, ma io non ero d’accordo a metterci in mezzo a questa storia, anche perché rispettavo qualsiasi forma di delinquenza e criminalità e non vedevo il perché. Poi credo che Franco (Giuseppucci, ndr) abbia saputo dove era Moro, ma non so a chi l’abbia detto. Non era difficile saperlo: nell’appartamento c’era gente pregiudicata che conoscevamo».
In un'intervista rilasciata al giornalista Giuseppe Rinaldi, per la trasmissione Chi l'ha visto?, Abbatino parlò nuovamente del sequestro Moro rivelando altri particolari relativi all'incontro con l'uomo politico mandato da Cutolo:
« Rinaldi: "Dopo il rapimento di Moro chi è che viene a chiedervi qualcosa?"
Abbatino: "È venuto l'onorevole Piccoli, ma non è tanto il fatto che sia venuto lui, ma chi ce l'ha mandato."
Rinaldi: "Ci racconta come è avvenuto questo incontro, dove eravate..."
Abbatino: "È avvenuto a viale Marconi sul bordo del fiume, insomma."
Rinaldi: "Chi eravate?"
Abbatino: "Eravamo un po' quasi tutti della banda. Comunque c'eravamo io, Franco Giuseppucci, Nicolino Selis che appunto aveva preso il contatto ...ma vede Flaminio Piccoli era stato mandato da Raffaele Cutolo..." »
Flaminio Piccoli ed Aldo Moro


Secondo le deposizioni del pentito Tommaso Buscetta, nella Commissione di Cosa Nostra si vennero a formare due distinti e contrapposti schieramenti e l'iniziativa della banda venne quindi bloccata dalla fazione dei Corleonesi contraria alla liberazione che, attraverso il suo referente romano Pippo Calò, intervenne dicendo che ai politici della Democrazia Cristiana, in realtà, interessava Moro morto, dopo che lo statista prigioniero aveva iniziato a collaborare con le Brigate Rosse e stava rivelando segreti molto compromettenti per l'onorevole Giulio Andreotti (il cosiddetto "Memoriale Moro").

Toni Chichiarelli
Altro punto di contatto tra la banda e il sequestro del politico democristiano era Toni Chichiarelli, falsario vicino agli uomini della Magliana e autore del finto comunicato n. 7 che, il 18 aprile 1978, annunciava l'uccisione di Moro e la sua sepoltura nel lago della Duchessa. Quel depistaggio, è oggi accertato, fu commissionato dai servizi segreti per cercare di smuovere le acque in quella fase di stallo del sequestro. Inoltre, dalle testimonianze rese al processo per la morte del falsario, ucciso da un killer rimasto ignoto con nove proiettili il 28 settembre del 1984, emerse che, nel sopralluogo della sua abitazione, compiuto qualche giorno dopo la morte, vennero rinvenute, da parte dei Carabinieri, delle foto Polaroid (ritenute autentiche) di Moro scattate durante la sua prigionia.


I depistaggi nella Strage di Bologna
La probabile convergenza d'interessi tra gli uomini della Magliana gli ambienti dell'eversione nera e alcuni settori deviati dei servizi e della politica, trova perfetta esemplificazione nel tentativo di depistaggio legato alla strage alla stazione ferroviaria di Bologna del 2 agosto 1980, per la quale vennero riconosciuti esecutori materiali (tra gli altri) alcuni militanti dei Nuclei Armati Rivoluzionari, di Giusva Fioravanti.
Nel corso delle indagini, infatti, un mitra Mab con numero di matricola abraso e calcio rifatto artigianalmente, proveniente dal deposito/arsenale della banda all'interno del Ministero della Sanità, venne ritrovato sul treno Taranto-Milano il 13 gennaio 1981, in una valigetta contenente anche due caricatori, un fucile da caccia, due biglietti aerei a nome di due estremisti di destra, un francese e un tedesco, e soprattutto del materiale esplosivo T4, dello stesso tipo utilizzato per la strage di Bologna.



Nella sentenza della Corte suprema di cassazione del 23 novembre 1995, nel processo sulla strage del 2 agosto, risultava infatti che: «Il mitra rinvenuto nella valigia che era stata collocata il 13.1.1981 sul treno Taranto-Milano apparteneva alla cosiddetta "banda della Magliana", una vasta associazione per delinquere, operante a Roma in quegli anni. Maurizio Abbatino, che di quell'associazione aveva fatto parte, aveva rivelato che negli scantinati del Ministero della Sanità l'organizzazione disponeva di un cospicuo deposito di armi e che alcune di esse erano state temporaneamente cedute a Paolo Aleandri, ma non erano state più restituite. Per costringere Aleandri a rispettate l'impegno assunto era stato sequestrato, ma poi era stato liberato, con la mediazione di Massimo Carminati quando all'associazione, in sostituzione delle armi date in prestito ad Aleandri, erano state date due bombe a mano e due mitra ed uno di questi mitra era stato prelevato da Carminati e mai più restituito. Abbatino, dopo aver descritto le peculiari caratteristiche del mitra finito nelle mani di Carminati, caratteristiche conseguenti ad un'artigianale modifica del calcio, riconosceva quell'arma nel M.A.B. che era stato trovato a Bologna la notte del 13 gennaio 1981, in quella valigia. Infine lo stesso Abbatino aveva precisato che Carminati faceva parte di un gruppo di giovani che gravitava nell'area della destra eversiva, gruppo del quale facevano parte i fratelli Valerio e Cristiano Fioravanti, Francesca Mambro, Giorgio Vale e Gilberto Cavallini. Una volta riconosciuta, sulla base di tale complesso ed articolato quadro probatorio, piena attendibilità alle dichiarazioni di Abbatino, al giudice di rinvio è stato agevole rilevare che il percorso del mitra rappresentava la prova del rapporto di collaborazione tra i soggetti coinvolti nel processo.»
Al ritrovamento della valigetta seguì la produzione di un dossier, denominato "Terrore sui treni", in cui venivano riportati gli intenti stragisti dei due terroristi internazionali (intestatari dei biglietti aerei) in relazione con altri esponenti dell'eversione neofascista italiana legati allo spontaneismo armato dei Nuclei Armati Rivoluzionari. I due episodi, si scoprirà dopo, durante il processo, vennero attribuiti ad alcuni vertici dei servizi segreti del SISMI come parte di una precisa strategia di depistaggio organizzata per tentare di indirizzare le indagini in una strada ben precisa e in cui, Massimo Carminati, uomo di cerniera tra la Banda ed esponenti dei servizi segreti deviati e dell'eversione nera, ebbe dunque un ruolo attivo, fornendo il MAB prelevato dall'arsenale della Banda e poi rinvenuto sul treno Taranto-Milano.
Secondo la Corte di Assise di Roma, il depistaggio è “l’ennesimo episodio di una pervicace opera di inquinamento delle prove destinate ad impedire che responsabili della strage di Bologna fossero individuati”.
Il 9 giugno del 2000, nel processo di primo grado, Carminati venne condannato (a 9 anni di reclusione) assieme al generale e al colonnello del Sismi Pietro Musumeci e Federigo Mannucci Benincasa, al colonnello dei carabinieri Giuseppe Belmonte e al venerabile Licio Gelli. Dell'episodio vennero infine ritenuti responsabili, con sentenza definitiva, i soli Musumeci e Belmonte, mentre Carminati verrà poi assolto in appello.


Le lotte intestine
La morte di Franco Giuseppucci che, almeno all'inizio, aveva rappresentato un forte momento di aggregazione tra i vari componenti della banda impegnati nella guerra al clan rivale dei i Proietti, aveva solo temporaneamente rimandato il progressivo dissolversi del sodalizio in atto ormai da qualche tempo. Una volta terminata la vendetta nei confronti dei presunti assassini del Negro, infatti, il livello di tensione e di ostilità tra i vari gruppi interni alla banda diventò sempre più alto segnando l'inizio della sua disgregazione.
Con la scomparsa del Negro, boss fondatore e collante tra le varie anime dell'organizzazione, la banda non riuscì infatti più a trovare la compattezza che precedentemente le era propria ed i due gruppi prevalenti, i Testaccini di Danilo Abbruciati ed Enrico De Pedis e quelli della Magliana guidati da Maurizio Abbatino, iniziarono una guerra fredda, una fase di continua tensione dovuta a contrasti sempre più ampi e insanabili, gelosie e rivendicazioni che col passare del tempo si trasformerà in una vera e propria faida interna, tanti furono i morti ammazzati da entrambe le parti.                                    
Francesco Pazienza
Tra le varie cause di questa lotta intestina, prima tra tutte ci fu la presa di coscienza, da parte di alcuni componenti, della predominanza sul piano affaristico dei Testaccini che, in contrasto con quanti avrebbero voluto preservare l'anima genuina della banda, venivano accusati di essere uno strumento nelle mani di loschi poteri e di aver trasformato di fatto la stessa Magliana in una sorta di agenzia del crimine, a completa disposizione di chiunque offrisse denaro o protezione. Una vera e propria holding-criminale, quindi, che nei piani dei Testaccini, sempre più compromessi con mafiosi quali Pippo Calò, e massoni, come Licio Gelli e Francesco Pazienza, avrebbe permesso a De Pedis e soci di fare quel salto di qualità ed entrare così nel racket dell'alta finanza, più in funzione dei tempi e sul modello imprenditoriale di mafia e camorra, abbandonando così quelle che fino ad allora erano le prerogative del gruppo originale della banda e relegando Crispino, e soci, alla semplice gestione delle solite attività illecite quali prostituzione, stupefacenti, usura, rapine, rapimenti e corse clandestine. «Testaccio aveva una mentalità più imprenditoriale» racconta Renzo Danesi «mentre Abbatino commerciava ancora con gli stupefacenti.»

L'omicidio di Nicolino Selis 
Altro problema interno alla banda, scoppiato dopo l’uccisione del Negro, era rappresentato dall'irrequietezza di Nicolino Selis, il quale, forte dell’appoggio dei camorristi di Cutolo, dal manicomio giudiziario dove si trovava detenuto iniziò sia a mandare messaggi minacciosi che a pretendere di imporre una sua personale spartizione delle ingenti somme di denaro, provento delle varie azioni delittuose. In particolare Selis iniziò anche a pretendere la "stecca" su attività delittuose svolte a titolo individuale e si dimostrò particolarmente indisposto nei confronti di De Pedis il quale a differenza degli altri che sperperavano tutti i loro introiti, aveva iniziato ad investire i suoi guadagni anche in attività legali, tanto da non voler più dividere la "stecca" con gli altri complici, in quanto essi erano provenienti in larga parte dalle sue attività private. La goccia che fece traboccare il vaso, però avvenne in merito alla spartizione di una nuova fornitura di eroina; come raccontò in seguito il pentito Abbatino ci fu «un errore di valutazione in ordine a quanto accadeva fuori dal carcere da parte di Nicolino Selis. Questi era entrato in contatto con dei siciliani, i quali gli avevano assicurato la fornitura di tre chilogrammi di eroina. Secondo gli accordi, tale fornitura avrebbe dovuto essere ripartita al 50% tra il suo e il nostro gruppo, ma Nicolino ritenne di operare una ripartizione di due chilogrammi per i suoi e di uno per noi e, pertanto, impartì al Toscano istruzioni in tal senso. Si trattò di un passo falso: Edoardo Toscano non attendeva altro. Mi mostrò immediatamente la lettera, fornendo così la prova del "tradimento" del Selis, col quale diventava non più rinviabile il "chiarimento". In altre parole, Nicolino Selis doveva morire».
Quando, il 3 febbraio del 1981, Selis uscì dal manicomio giudiziario per un breve permesso, venne organizzato un appuntamento davanti alla Fiera di Roma (all'EUR) con il pretesto di una riappacificazione e per tentare di trovare un accordo d'insieme ma quello che il Sardo non sapeva è che la banda aveva già deciso la sua morte. Selis, accompagnato dal suo cognato e guardaspalle Antonio Leccese, giunse all'EUR a bordo della sua A112 e trovò ad attenderlo Marcello Colafigli, Maurizio Abbatino, Edoardo Toscano, Raffaele Pernasetti, Enrico De Pedis e Danilo Abbruciati. L'intenzione del gruppo era di condurli alla villa di Libero Mancone ad Acilia, ma Leccese, che era in libertà vigilata e ad una ora fissa doveva recarsi presso il commissariato di Polizia a firmare, non venne trattenuto per non dare nell'occhio.
Arrivati sul posto il Sardo venne agguantato con la scusa dell'abbraccio di riappacificazione dando le spalle a Crispino che ebbe il tempo di estrarre la pistola nascosta dentro una scatola di cioccolatini e sparare contro Selis due proiettili, seguiti da altri due di Toscano. Il suo corpo venne poi sepolto in una buca vicino all’argine del Tevere e ricoperto con della calce per affrettare la decomposizione e a tutt'oggi non è stato ancora ritrovato. L'ultimo atto era quello di uccidere Leccese, unico testimone ad aver visto l'ultima volta il Sardo partire con Abbatino e gli altri, che venne ucciso da Abbruciati, De Pedis e Mancini.


L'omicidio Balducci 
Le tensioni tra i due gruppi si fecero sempre più forti, soprattutto a causa
Domenico Memmo Balducci
della spegiudicatezza e dell'intraprendenza dei Testaccini che, sempre più slegati dal resto della banda, oramai operavano quasi in un regime di completa indipendenza ed attraverso decisioni prese all'insaputa degli altri, quale l'omicidio, avvenuto la sera del 16 ottobre 1981 ad opera di Abbruciati e De Pedis, di Domenico Memmo Balducci, colpito a morte mentre stava rincasando in motorino, davanti al grande cancello della sua lussuosa villa situata in via di villa Pepoli, all'Aventino, per conto del mafioso Pippo Calò.
Domenico Balducci, meglio noto come Memmo il cravattaro, era un usuraio e proprietario di un piccolo negozietto di elettrodomestici in una stradina adiacente a Campo de' Fiori, ove era esposto in vetrina l'eloquente cartello "Qui si vendono soldi". Attraverso solidi legami con la mafia, i servizi segreti, faccendieri e politici, Memmo gestiva il racket dell'usura per conto dello stesso Calò, il boss palermitano che aveva conosciuto in carcere nel 1954. Il suo errore fu quello di trattenere per sé, nell'estate del 1981, una parte del denaro (150 milioni) destinato a Calò e proveniente dalla cosiddetta "Operazione Siracusa" che avrebbe dovuto garantire alla mafia enormi proventi da una gigantesca speculazione edilizia, firmando così la sua condanna a morte. «Apprendemmo che l’omicidio era stato commesso da Abbruciati, unitamente a Renatino De Pedis e Raffaele Pernasetti per fare un favore ai siciliani: Balducci doveva dei soldi a Pippo Calò» racconterà poi Maurizio Abbatino. «Appresi che l’omicidio era stato commesso nei pressi, mi sembra, di una villa, da Renato e Raffaele, mentre Danilo li attendeva in auto e che i primi due si erano dovuti calare da un muro con una corda per raggiungere l’auto stessa.»


Ne seguì un litigio acceso tra Abbruciati e Abbatino, il quale rinfacciò al testaccino di perseguire propri scopi personali al di fuori dell'interesse comune della banda. In pratica, ai testaccini veniva rivolta l'accusa di essere dei traditori che mettevano in pericolo i compagni unicamente per proteggere gli affari dei Corleonesi.


La morte di Abbruciati
L'intreccio di comuni interessi criminali tra l'anima testaccina della banda, sia con ambienti corrotti dell'economica che della politica e con la mafia di Cosa Nostra, emersero chiaramente in un altro delitto sporco, ossia il tentato omicidio del vice presidente del Banco Ambrosiano Roberto Rosone.

Ernesto Diotallevi
Nel corso del 1981 Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, che in quel momento versava in gravi difficoltà economiche, si era messo in affari, per tentare di coprire i conti in rosso del Banco e salvarsi dal processo in corso a suo carico, con il faccendiere Flavio Carboni ed il mafioso Pippo Calò, i quali, intenzionati poi a recuperare i soldi affidati a Calvi, vennero osteggiati dall'allora vicepresidente dell'istituto di credito Roberto Rosone, il quale aveva assunto la guida della banca dopo il fallimento finanziario ed aveva vietato ulteriori prestiti senza garanzia concessi dal Banco Ambrosiano ad alcune società legate proprio a Flavio Carboni.
Secondo la ricostruzione accusatoria, Carboni informò Calò dell'accaduto e questi, nell'aprile del 1982, tramite Ernesto Diotallevi, affiliato della banda, incaricò Danilo Abbruciati di eseguire un atto di intimidazione a danno di Roberto Rosone.
Giunti in treno a Milano il 26 aprile, la mattina seguente Abbruciati ed il suo complice Bruno Nieddu attesero la vittima sotto casa, in via Ercole Oldofredi, nei pressi della Stazione Centrale ed, intorno alle ore otto, mentre Rosone si dirigeva verso la sua macchina, viene avvicinato da Abbruciati (con il viso coperto) che tentò di sparagli, ma la sua pistola si inceppò, favorendo così la fuga del banchiere che si allontanò precipitosamente. Egli però ebbe il tempo di ricaricare la pistola ed a sparare nuovamente, ferendo Rosone alle gambe, prima di fuggire in sella alla moto guidata dal suo complice. Nel frattempo una guardia giurata posizionata nei pressi di una filiale del Banco Ambrosiano, poco distante dal luogo dell'agguato, uscì e sparò a sua volta un colpo di 357 magnum colpendo a morte l’attentatore mentre cercava di scappare a bordo della moto.


Abbruciati morto

La notizia colse di sorpresa i suoi amici della Magliana (e la stessa Polizia) che, tenuti all'oscuro di tutto, ritennero molto strano il fatto che Abbruciati si riducesse al ruolo di semplice killer su commissione ed accettasse un compito così rischioso anche se ben remunerato. Quello che infastidì maggiormente Abbatino e soci fu il fatto che Abbruciati avesse operato seguendo unicamente il suo tornaconto personale con conseguenze assai pericolose per la stessa banda. Arrivati a questo punto il livello di ostilità tra i due gruppi della banda era ormai diventato sempre più acceso, una divisione troppo grande e senza possibilità di ritorno.


I primi pentiti 
Il primo componente della banda a scegliere la via del pentimento fu Fulvio Lucioli

Fulvio Lucioli il Sorcio
. Il Sorcio venne arrestato il 6 maggio del 1983 e tradotto nel carcere romano di Regina Coeli dove, dopo alcuni mesi di travaglio interiore, il 14 ottobre di quello stesso anno scrisse una lunga lettera al direttore dell'istituto di pena dicendosi disposto ad iniziare un programma di collaborazione con la giustizia. E così, il giorno successivo, al davanti al sostituto procuratore Nitto Francesco Palma e ad un funzionario della Squadra Narcotici, Lucioli iniziò il suo raccontò riempiendo i verbali e confessando di omicidi, rapine, traffici di stupefacenti e di armi, oltre che dei legami della banda con politici, cardinali, massoni, mafiosi, camorristi, ndranghetisti, servizi segreti deviati ed eversione nera. Il suo primo atto, però, fu quello di revocare i suoi difensori di fiducia e richiedere un legale d'ufficio: un chiaro segnale mandato verso l'esterno riguardo alle sue intenzioni di pentimento.
Grazie alle sue testimonianze, il 15 dicembre 1983, le forze dell'ordine arrestarono sessantaquattro persone tra boss, seconde linee e fiancheggiatori decapitando, di fatto, gran parte dell'organizzazione. Il 23 giugno 1986, a tre anni e tre mesi dal blitz, con la sentenza del processo di primo grado, trentasette dei sessantaquattro imputati alla sbarra furono condannati ma, solamente, per traffico di sostanze stupefacenti. Confermate nel processo d'appello (il 20 giugno 1987), le condanne furono poi annullate e le assoluzioni per insufficienza di prove trasformate in formula piena dalla Cassazione, il 14 giugno 1988.
Infine, la nuova Corte d'assise d'appello, il 14 marzo 1989, derubricò di fatto l'addebito di associazione per delinquere, screditando la figura del Sorcio definendolo un mitomane e: « una abnormità psichica aggravata da nefaste influenze ambientali a cui sottende un deficit intellettivo meglio definibile come debolezza mentale indice di coscienza non lucida, di stato delirante, di confusione dissociata».
La cosiddetta banda della Magliana, quindi, secondo i magistrati non esisteva ed i vari reati erano stati perlopiù compiuti sulla base di estemporanei accordi e senza un vincolo associativo tra i componenti che andasse al di là dello specifico crimine. Questo era indice del fatto che la banda era ormai penetrata in pieno all'interno dei tribunali ed era quindi capace di corrompere giudici ed avvocati.
Claudio Sicilia
Dopo il pentimento di Lucioli, Claudio Sicilia continuò a gestire le attività del gruppo lasciate dai compagni detenuti fino a quando, arrestato per l'ennesima volta per spaccio nell'autunno del 1986, decise anch'egli di iniziare a collaborare con i magistrati.
Dopo quattro mesi di interrogatori quasi quotidiani, condotti dal sostituto procuratore Andrea De Gasperis, il 17 marzo del 1987, la Procura di Roma, spiccò novantuno ordini di cattura contro le persone chiamate in causa da Sicilia, tra membri della banda, avvocati e professionisti vari. Il 28 marzo e il 1º aprile successivi, però, il Tribunale della libertà di Roma, revocò l’ordine di cattura emesso dal Pubblico Ministero sulla scorta delle chiamate in correità di Sicilia scarcerò circa la metà degli arrestati, una decisione clamorosa dovuta al fatto che il pentito: "altro non era che una persona soggettivamente poco attendibile per i suoi precedenti, la sua posizione giudiziaria, la sua personalità e i suoi presunti moventi."
Nel dicembre del 1990 lo stesso pentito abbandonò il carcere per passare agli arresti domiciliari ed infine tornare libero durante l'estate successiva. Tornato in libertà, ma senza alcuna protezione da parte dello Stato, il Vesuviano trovò la morte la sera del 17 novembre 1991 quando, in via Andrea Mantegna nella zona popolare di Tor Marancia a Roma, due uomini a bordo di una moto di grossa cilindrata lo intercettarono e lo freddarono all'interno di un negozio di scarpe dove aveva cercato riparo.


Il tramonto 
Quando i componenti della banda tornarono in libertà, caduto l'impianto accusatorio costruito sulle dichiarazioni dei pentiti Lucioli e Sicilia, dopo un brevissimo periodo di riadattamento alcuni di loro tentarono di riorganizzare le fila del sodalizio criminoso e di ripristinare le vecchie gerarchie in un contesto che, però, vedeva l'organizzazione sempre più divisa da molteplici contrasti interni. Il mancato adempimento degli obblighi di fratellanza riguardanti l'assistenza ai detenuti e ai familiari degli stessi e la generale riottosità del gruppo dei testaccini, capeggiati da De Pedis, nel condividere con gli altri gli introiti delle loro attività criminali, incontrò la feroce opposizione di Edoardo Toscano e Marcello Colafigli, i quali, assieme al loro gruppo di fidati sodali (Vittorio Carnovale, i fratelli Fittirillo, Libero Mancone ed altri ancora), ritennero opportuno mettere un freno alle ambizioni di Renatino e soci.
Come ebbe poi a raccontare la pentita Fabiola Moretti, nell'interrogatorio tenuto l'8 giugno 1994: «Marcello Colafigli ed Edoardo Toscano erano intenzionati, già durante il processo che seguì gli arresti, ad ammazzare Enrico De Pedis. La cosa, parlando con me, mentre eravamo entrambi detenuti, se la lasciò sfuggire Antonio Mancini, al quale chiesi di impedire che a Renatino accadesse qualcosa. Contemporaneamente, all'insaputa di Mancini avvertii, scrivendogli, anche Enrico De Pedis. Di fatto, proprio per l'intervento di Mancini a Renatino, durante il processo non accadde nulla, anzi, almeno in apparenza sembrava si fosse trovato un punto di accordo tra tutti.»
Ma nessun accordo arriverà a pacificare la situazione: il 13 febbraio 1989, uscito di prigione in libertà vigilata, Toscano si mise immediatamente alla ricerca di De Pedis deciso ad ucciderlo per poi fuggire all'estero, subito dopo l'omicidio. Messo al corrente delle intenzioni vendicative dell' Operaietto e giocando d'anticipo sul tempo rispetto all'ex amico e ora rivale, De Pedis escogitò a sua volta una trappola, sapendo che Toscano aveva affidato in custodia una somma di denaro ad un fiancheggiatore della banda di Ostia, Bruno Tosoni.
«Renatino venne a sapere che Edoardo (Toscano, ndr) lo cercava» racconta ancora la Moretti, interrogata nell’estate del 1994 «e ritenne di doverlo uccidere, in quanto altrimenti sarebbe stato ucciso lui. Sapendo che Tosoni reggeva i soldi di Edoardo, circa 50 milioni di lire, offrì a costui una somma di altri 50 milioni perché attirasse Toscano in un'imboscata. L’incarico di uccidere Toscano venne dato da Renatino a Ciletto e a Rufetto. Ciletto, cioè Angelo Cassani era entrato a far parte della banda in occasione dell’omicidio di Roberto Faina. Rufetto anche in altre occasioni era stato usato come killer dei Testaccini come in occasione dell’attentato a Raffaele Garofalo, detto Ciambellone, in piazza Piscinula, dove però il Ciambellone venne mancato. Rufetto faceva il killer già all’epoca di Abbruciati»
Ignaro di ciò che stava per accadere, la mattina del 16 marzo 1989, Toscano si incontrò con Tosoni e rimase del tutto spiazzato quando, alle sue spalle, una moto di grossa cilindrata, con a bordo due uomini con i volti coperti da caschi integrali, fece fuoco su di lui con armi semiautomatiche, colpendolo tre volte e lasciandolo morire sul colpo.


La morte di De Pedis 
La vendetta dei sodali di Toscano, tuttavia, non si fece attendere ed, il 2 febbraio del 1990, anche De Pedis rimase sull'asfalto, colpito a morte davanti al civico 65 di Via Del Pellegrino, mentre, in pieno giorno e a bordo del suo motorino, attraversava il mercato romano di Campo de' Fiori.
Il suo intuito per gli affari ed un fiuto imprenditoriale decisamente più oculato rispetto ai suoi compagni aveva portato De Pedis ad intensificare i suoi rapporti con politici e faccendieri, tanto da divenire «un punto di riferimento per i più spregiudicati operatori del mondo finanziario-criminale». Invece di sperperare il denaro accumulato, come tutti gli altri componenti della banda usavano fare, iniziò ad investire gran parte dei proventi delle sue attività illegali in attività legali, costruendo un vero e proprio impero finanziario i cui introiti, secondo i suoi intendimenti, proprio perché frutto di attività proprie, non sarebbero più stati divisibili con gli altri sodali: latitanti, carcerati e familiari degli stessi. «Artefice di quell’impero finanziario, Enrico De Pedis iniziò a essere chiamato, nell’ambiente, il “Presidente” della malavita. Era l’ultimo scorcio degli anni Ottanta, ormai Renatino non si faceva più vedere al bar di via Chiabrera e neppure a Testaccio. Piuttosto, parlava di affari sulla scintillante via Della Vite, nella boutique di Enrico Coveri o anche al Jackie ’O. Renato era diventato snob, a come la vedevano Abbatino e gli altri»

Marcello Colafigli
Con quei soldi, tra le altre cose, De Pedis sistemò anche alcuni suoi familiari comprando loro un paio di esercizi commerciali a Trastevere (la pizzeria Popi Popi 56 e L’Antica Pesa), un supermercato a Ponte Marconi, vari appartamenti in centro e alcune quote di società immobiliari. Naturalmente, il resto della banda, interpretò questa sua emancipazione finanziaria come uno smacco da far pagare a caro prezzo. Un sentimento che ben presto assunse i toni della vendetta vera e propria nel momento in cui De Pedis, anticipando i suoi propositi omicidi, fece uccidere Edoardo Toscano dai suoi uomini scatenando quei propositi di rivalsa da parte della fazione avversa che non si fecero attendere molto. Dopo vari abboccamenti finiti male, infatti, la mattina del 2 febbraio 1990, il gruppo dei maglianesi capeggiati da Marcello Colafigli, riuscì finalmente ad attirare De Pedis (che nell'ultimo periodo girava sempre assieme a dei guardaspalle) in un'imboscata con la complicità di Angelo Angelotti che lo convinse a recarsi presso la sua bottega di antiquario di via del Pellegrino, nei pressi di Campo dei Fiori. Terminato l'incontro, De Pedis, salì a bordo del suo motorino Honda Vision e si avviò verso casa ma venne subito affiancato da una potente moto con a bordo due killer assoldati per l'occasione (Dante Del Santo detto "il cinghiale" e Antonio D’Inzillo), che lo centrarono con un solo colpo alle spalle.




Tumulato inizialmente all'interno del Cimitero del Verano, per volere della famiglia e soprattutto grazie al nulla osta dell'allora vicario di Roma, cardinal Poletti, la sua salma venne poi traslata in grande riservatezza, il successivo 24 aprile, nella Basilica di Sant'Apollinare, a Roma, dove De Pedis si era sposato nel 1988. Negli anni a seguire, la vicenda della sepoltura del boss della Magliana all'interno della chiesa romana, venne legata anche a quella della scomparsa di Emanuela Orlandi, cittadina vaticana e figlia di un commesso della Prefettura della Casa Pontificia, sparita in circostanze misteriose all'età di 15 anni il 22 giugno 1983, a Roma. Nel luglio 2005, infatti, nel corso della trasmissione televisiva Chi l'ha visto? (in onda su Rai Tre) venne mandata in diretta una telefonata anonima che sembrava collegare i due accadimenti: «Riguardo al caso di Emanuela Orlandi per trovare la soluzione del caso andate a vedere chi è sepolto nella cripta della Basilica di Sant'Apollinare e del favore che Renatino (Enrico De Pedis) fece al cardinal Poletti e chiedete alla figlia del barista di via Montebello che anche la figlia stava con lei......con l'altra Emanuela».
Nel 2008, la magistratura romana, registra delle dichiarazioni (mai riscontrate e spesso confutate) della pentita ed ex amante di Renatino, Sabrina Minardi intervistata da Raffaella Notariale e poi interrogata dalla Procura stessa, secondo cui De Pedis avrebbe eseguito materialmente il sequestro per ordine dell'allora capo dell'Istituto per le Opere di Religione (IOR), monsignor Paul Marcinkus.
Il 14 maggio 2012, su disposizione dell'Autorità giudiziaria, si è proceduto all'apertura della bara di De Pedis e la salma, corrispondente a quella del boss, è stata ritrovata in completo scuro, blu, cravatta, camicia gialla e scarpe, proprio come descritto nei verbali dell’epoca.


Il pentimento di Abbatino
Con le prime spaccature all'interno della banda, che vide gli ex sodali trasformarsi in sempre più acerrimi nemici divisi da questioni di denaro e rivendicazioni di potere, il 20 dicembre del 1986, Maurizio Abbatino è protagonista di una rocambolesca evasione dalla clinica romana Villa Gina (nei pressi dell'EUR) dove, grazie a una perizia medica compiacente, si era fatto ricoverare per un tumore osseo avanzato, diagnosticatogli dai medici del carcere. Gli arresti ospedalieri senza piantonamento (vista la presunta impossibilità del detenuto alla deambulazione, costretto su una sedia a rotelle) durarono molto poco e, con l'aiuto del fratello Roberto, Abbatino riuscì a calarsi da una finestra del primo piano ed a scomparire nel nulla.
« Già dall'epoca del mio ricovero agli arresti domiciliari presso Villa Gina, avevo constatato il totale raffreddamento dei rapporti con gli altri componenti della banda; raffreddamento che si era tradotto nella cessazione dell'assistenza economica sia a me che alla famiglia subito dopo il nuovo provvedimento di cattura. In conseguenza del fatto che non potevo avere contatti con l'esterno mi trovai completamente isolato dal resto della banda e quindi impossibilitato a spiegare le ragioni per le quali era opportuno che io restassi in clinica sino a che non fosse intervenuto un provvedimento di scarcerazione, chiarendo l'equivoco per il quale sarebbe stata una soluzione opportunistica quella di non evadere. Ovviamente, attesa la gravità dei reati dei quali dovevo rispondere e per i quali mi trovavo detenuto, era impensabile che potessi restare a Roma una volta fuggito. Pertanto non ritenni di riprendere contatti con i componenti della banda che in quel momento si trovavano in libertà, ma preferii farmi aiutare da mio fratello Roberto, il quale avrebbe dovuto, per come fece, trovarsi nei pressi della clinica con un'autovettura. Il personale addetto alla sorveglianza non fu da me corrotto. Mi limitai ad approfittare della loro buona fede, in quanto, convinti che io fossi veramente malato e paralizzato come davo a credere, durante la notte si limitavano a controllare che io fossi a letto e non stazionavano nella stanza. Alle quattro di notte, dopo aver messo nel letto un cestino e un cuscino che dessero l'impressione che qualcuno vi dormisse, scavalcai la finestra della mia camera posta al primo piano, e con un lenzuolo mi calai nel cortile, scavalcai la bassa inferriata di recinzione e con una certa difficoltà, considerato il lungo periodo di degenza, durante il quale ero stato sempre attento a non fare movimenti con le gambe, affinché non venisse scoperta la mia simulazione, raggiunsi l'auto nella quale mi aspettava mio fratello. Voglio aggiungere che della paralisi dei miei arti si erano convinti anche i componenti della banda, i quali anche per questo, ritenendomi ormai finito, avevano smesso di darmi assistenza economica »
(Interrogatorio di Maurizio Abbatino del 3 dicembre 1992)
Un mese dopo l'evasione dalla clinica Abbatino decise
Abbatino oggi
che Roma era diventata troppo pericolosa per lui, stretto tra la morsa della polizia e dei suoi ex amici della banda scelse allora di fuggire in Sud America, dove gli uomini della squadra mobile romana e della Criminalpol riuscirono a scovarlo solo sei anni dopo, il 24 gennaio del 1992, in un elegante residence alla periferia di Caracas. Gli investigatori che gli davano la caccia intercettarono infatti una sua telefonata, la sera di capodanno del 1991, che permise loro di individuarlo: «Noi ogni anno a Natale e Capodanno eravamo lì ad ascoltare se arrivava una telefonata di auguri alla famiglia e per sei anni non è mai arrivata.» racconta il vicequestore della Mobile Nicolò D’Angelo «Ma il sesto anno è arrivata e questo ci ha permesso di arrestarlo.»
Le autorità italiane avviarono immediatamente le pratiche per il trasferimento del boss in Italia e, il 4 ottobre dello stesso anno, Abbatino fu espulso dal Venezuela e preso in consegna dagli uomini della Mobile e riportato in patria dove decise subito di intraprendere un percorso di collaborazione con la magistratura, spinto da un grosso sentimento di rivalsa nei confronti dei suoi ex amici, aumentato anche dal fatto che, durante la sua latitanza, si erano resi protagonisti dell'omicidio del fratello Roberto, torturato a morte per cercare di scoprire il rifugio di Crispino. Il suo corpo, completamente massacrato e con il petto squarciato da una coltellata finale, riaffiorò alcuni giorni dopo dal fiume Tevere, all'altezza di Vitinia. «Potevo evadere tranquillamente e non sono stato aiutato.» racconta Abbatino «Poi c’è stata la morte di mio fratello e credo che i responsabili siano stati loro, se non materialmente moralmente perché c’era da parte della banda un sodalizio per cui andavano protetti anche i familiari. Ormai ero rimasto solo e non sapevo più da che parte stare. Non mi fidavo più di nessuno.»




Le sue confessioni, che in gran parte confermarono quelle dei precedenti collaboratori Fulvio Lucioli e Claudio Sicilia (a cui però gli investigatori non concessero allora il credito necessario), si andarono a sommare quelle di Vittorio Carnovale, Antonio Mancini e della sua donna Fabiola Moretti. Nell'interrogatorio reso il 25 aprile 1994, l'Accattone, spiegò cosi le ragioni della sua scelta di collaborazione:
« Immediatamente dopo la mia cattura, avuta contezza delle dichiarazioni di Maurizio Abbatino e del livello elevato delle conoscenze al quale erano giunti gli organismi investigativi, ho trovato la necessaria determinazione per rompere in maniera definitiva con l’ambiente criminale nel quale sono vissuto sin dai primi anni settanta. Verso questo ambiente - a seguito di mie vicissitudini personali legate, da un lato alla mia lunga carcerazione e dall'altro all'aver constatato che, progressivamente, erano state ammazzate, in circostanze che oggi reputo “strane”, persone come Franco Giuseppucci, Danilo Abbruciati, Nicolino Selis, Angelo De Angelis, Edoardo Toscano, Gianni Girlando e lo stesso Renato De Pedis, con le quali avevo intrattenuto fraterni rapporti - avevo maturato un profondò senso di delusione che non esito a definire di schifo »
(Interrogatorio di Antonio Mancini del 25 aprile 1994)
Grazie alle rivelazioni dei pentiti, la mattina del 16 aprile 1993, con la mobilitazione di 500 agenti della Squadra Mobile, scattò una gigantesca operazione di polizia denominata "Operazione Colosseo": un fascicolo di cinquecento pagine pieno zeppo di date, nomi e prove che consentì di ridisegnare la mappa dell'organizzazione malavitosa romana e di stabilire con precisione ruoli e responsabilità dei vari componenti, dal quale scaturirono sessantanove ordini di cattura firmati dal giudice istruttore Otello Lupacchini, di cui una decina vennero consegnati in carcere ad altrettanti detenuti.


I processi
Il primo processo istruito sulla base delle dichiarazioni di Abbatino fu quello per il sequestro e l'omicidio del duca Massimiliano Grazioli . Il 20 gennaio del 1995, davanti alla Seconda Corte d'assise presieduta da Salvatore Giangreco, si diede inizio al procedimento nei confronti dei dieci imputati, sei dei quali appartenenti alla Banda della Magliana (Emilio Castelletti, Renzo Danesi, Giorgio Paradisi, Giovanni Piconi, Marcello Colafigli, oltre al pentito Maurizio Abbatino) e tre a quella di Montespaccato (Franco Catracchi, Antonio Montegrande e Stefano Tobia). Decimo imputato: il basista Enrico Mariotti, all'epoca del processo ancora latitante.
Per tutti, il pubblico ministero Andrea De Gasperis, chiese la condanna all'ergastolo, con la sola eccezione del pentito Abbatino per il quale la pena richiesta fu di otto anni e sei mesi, anche in relazione alla sua collaborazione offerta ai magistrati in fase di istruttoria e battimentale. Il 29 luglio del 1995, dopo appena due ore di camera di consiglio, la corte condannò tutti gli imputati della Magliana, per il solo reato di sequestro di persona, a vent'anni anni di reclusione e a otto anni il pentito Abbatino. Al carcere a vita vennero invece condannati quelli di Montespaccato (ad esclusione di Tobia che venne invece assolto) perché ritenuti responsabili anche di omicidio (del duca) e occultamento di cadavere.
Il 3 ottobre del 1995, nell'aula bunker allestita appositamente nell'ex palestra olimpionica del Foro Italico di Roma, iniziò invece il maxiprocessoche vide alla sbarra l'intera Banda della Magliana. I capi d'imputazione portati davanti alla Corte d'Assise romana presieduta da Francesco Amato, nei confronti dei novantacinque imputati, facevano riferimento a reati quali il traffico di sostanze stupefacenti, le estorsioni, il riciclaggio del denaro sporco, le speculazioni edilizie e commerciali, omicidio, rapina e soprattutto l'associazione a delinquere di stampo mafioso.
Il dibattimento finirà inevitabilmente per toccare anche i legami del gruppo con le altre organizzazioni mafiose (cosa nostra, camorra e 'ndrangheta) e con le organizzazioni legate all'eversione nera, in riferimento al coinvolgimento della banda in molti dei misteri italiani, dal caso Moro, al delitto Pecorelli, alla strage di Bologna.
Il 20 giugno 1996, al termine di una lunghissima istruttoria, il pubblico ministero Andrea De Gasperis richiese per i 69 imputati (mentre altri 19 avevano invece optato per il rito abbreviato) condanne per un totale di quasi cinque secoli di carcere: sei ergastoli, pene variabili tra i due e i 30 anni di reclusione, più 17 assoluzioni.
Il 23 luglio 1996, dopo quasi due giorni di camera di consiglio, la Corte lesse la sentenza che complessivamente confermava in gran parte le richieste del pubblico ministero e dichiarava l'attendibilità dei vari pentiti, a cui vennero quindi applicati i vari sconti di pena.
Raffaele Pernasetti - condannato a 4 ergastoli
Marcello Colafigli - condannato all'ergastolo
Giorgio Paradisi - condannato a 2 ergastoli
Enzo Mastropietro - condannato a 30 anni
Renzo Danesi - condannato a 25 anni
Maurizio Abbatino - condannato a 12 anni
Vittorio Carnovale - condannato a 10 anni
Massimo Carminati - condannato a 10 anni
Giovanni Piconi - condannato a 6 anni
Enrico Nicoletti - condannato a 6 anni
Antonio Mancini - condannato a 1 anno
Fabiola Moretti - condannato a 10 mesi
Tra gli assolti, per non aver commesso il fatto, ci furono Claudio Bracci, Ernesto Diotallevi, Alessandro D'Ortenzi, Paolo Frau, Giovanni Tigani, Emilio Salomone Giovanni Scioscia, Massimo Sabatini e Salvatore Nicitra.
Nel processo di secondo grado, la Prima corte di Assise di Appello, il 27 febbraio del 1998 confermò sostanzialmente le condanne applicando solo alcune lievi riduzioni di pena e tramutando anche alcuni ergastoli in condanne varianti da 21 a 30 anni di reclusione (Paradisi a 22 anni e 6 mesi e Marcello Colafigli a 30 anni).
Negli anni che seguirono, in diverse occasioni esponenti della banda vennero implicati in vario modo anche in altri processi, come quello per l'omicidio del giornalista Mino Pecorelli, del presidente del Banco Ambrosiano Roberto Calvi, per il tentato omicidio del direttore generale del Banco Roberto Rosone o per il coinvolgimento nella strage alla stazione ferroviaria di Bologna.
Colpita al cuore dal lavoro della magistratura nei processi e dalle varie condanne che ne scaturirono, oltre che dagli omicidi legati alla sanguinosa faida interna, la Banda della Magliana si avviò così verso il suo declino completo.


La Banda oggi 
« Sono anni che dico che la Banda è viva. I magistrati mi danno retta a intermittenza, ma nessuno ha la forza di smentirmi. Io non ho opinioni. A domanda rispondo e se non so, sto zitto »
(Intervista ad Antonio Mancini)
Anche se il nucleo storico della banda della Magliana, decimato da arresti, omicidi, pentimenti e condanne passate in giudicato ha forse smesso di controllare i centri nevralgici del crimine romano, molti segnali, tra i quali le parole del pentito Mancini ed alcuni fatti di cronaca, sembrano avvalorare la tesi secondo la quale l'organizzazione criminale, o ciò che ne resta, sia ancora attiva e vegeta.
« Roma è ancora in mano alla banda della Magliana. Adesso non spara più ma fa affari importanti. Ha usato e continua a usare i soldi di chi è morto e di chi è finito in galera. E non ha più bisogno di sparare. O almeno, di sparare troppo spesso. La banda ha conquistato la piazza e ha incrementato di nuovo i guadagni. Adesso ci sta la manovalanza e quelli che hanno usufruito delle nostre azioni. La cassa, i soldi, li hanno quelli che sono stati solo sfiorati dalle indagini e ne sono venuti fuori alla grande, potendo tranquillamente continuare a fare i loro affari. Io mi chiedo che fine abbiano fatto tutti i soldi, i palazzi, centro commerciali, night club e le attività in mano ai personaggi legati alla banda? Qualcuno è riuscito a sequestrarli? Assistiamo a dei sequestri a tutte le associazioni criminali, alla Mafia, alla ‘Ndrangheta e la Camorra ma non alla banda della Magliana. Come mai? »
(Intervista ad Antonio Mancini)
I vecchi elementi della banda, supportati da nuova manovalanza criminale, in questi anni hanno forse potuto sperimentare nuove forme di crimine: tutta una serie di seconde file che supportava e girava attorno al nucleo centrale della banda di vent'anni fa e che adesso preferisce fare affari illeciti in silenzio, sparando molto di rado e sfruttando magari la vecchia cassa del gruppo di cui parla Mancini. Gli ultimi fuochi di una storia che sembrava chiusa del tutto con il maxiprocesso e che portò dietro le sbarre boss e affiliati, ogni tanto si scopre ancora attuale e nomi già noti all'opinione pubblica riappaiono sovente tra le righe della cronaca facendo pensare che le traiettorie di quel gruppo criminale non si siano esaurite del tutto.
Il 18 ottobre del 2002 veniva ucciso colpi di arma da fuoco Paolo Frau, 53 anni ed ex luogotenente di "Renatino" De Pedis e poi a capo di un'organizzazione criminale operante sul litorale romano, freddato mentre saliva a bordo sulla sua auto nei pressi della sua abitazione, in via Francesco Grenet ad Ostia Lido. Uno dei dei due killer in moto, con il volto coperto da caschi integrali, dopo aver fatto scattare l'antifurto della sua BMW, attese Frau in strada e lo colpì con tre pallottole a bruciapelo. Assolto in appello nel maxi-processo alla banda, era diventato il luogotenente di Emidio Salomone nella piazza di Ostia, dove assunse il controllo delle nuove attività sul litorale, del racket delle estorsioni e del gioco clandestino. Il suo delitto è, ad oggi, ancora irrisolto.
Il 29 febbraio 2008, nel quartiere romano di Centocelle, viene assassinato con un colpo di pistola alla testa Umberto Morzilli, 51 anni, colpito da due sicari in moto che lo bloccano in piazza delle Camelie mentre, a bordo della sua Mercedes, aveva cercato di aprire la portiera nel tentativo di sottrarsi all'agguato. Un passato da carrozziere e poi, affiliato alla banda, prima come spacciatore e successivamente come grosso trafficante di droga. Nel 2002, cominciò a fare affari con Danilo Coppola e, nel 2003, venne arrestato per estorsione assieme a Antonio "Tony" Nicoletti (figlio di Enrico Nicoletti, cassiere della Banda).
Maurizio Lattarulo, chiamato “Provolino”, nel luglio del 2008 ha ricevuto un incarico da esterno per le Politiche Sociali al comune di Roma da parte di Gianni Alemanno. Lattarulo, coinvolto e prosciolto in una indagine sui Nar, da luglio a dicembre 2008 avrebbe ricevuto dal Comune poco più di 13mila euro e nei due anni successivi quasi 31 mila euro. Attualmente (luglio 2012) è segretario particolare dell’attuale presidente della Commissione politiche sociali, Giordano Tredicine.
Il 4 giugno 2009 viene assassinato Emidio Salomone, 55 anni ed un passato nella banda; viene freddato da due killer in moto che gli sparano due colpi di pistola al volto, davanti a una sala giochi di via Cesare Maccari ad Acilia, nella periferia di Roma. Sfuggito nel novembre del 2004 al bliz contro gli eredi della banda, nel quale finirono in manette 18 persone, Salomone venne poi arrestato in Danimarca nel 2005 ma, rimesso in libertà prima ancora di essere estradato dopo una decisione del Tribunale del Riesame di Roma, era rientrato in Italia dove aveva ripreso a lavorare nel racket delle estorsioni, dell'usura e del traffico di droga ad Ostia. Il 12 settembre del 2011 per omicidio premeditato aggravato dal metodo mafioso e in concorso con altre due persone, finisce in manette Massimo Longo con l'accusa di essere il mandante del delitto Salomone il cui movente sarebbe stato lo spaccio di eroina nella piazza di Acilia.
Il 23 febbraio 2010, nell'ambito di una inchiesta sul riciclaggio di capitali legati alla 'Ndrangheta, il senatore del PDL Nicola Di Girolamo, viene accusato di aver partecipato ad un sodalizio criminale che, assieme a Gennaro Mokbel, personaggio collegato in passato ad ambienti della destra eversiva, avrebbe riciclato oltre 2 miliardi di euro e favorito l'elezione del senatore nel collegio estero di Stoccarda, ad opera dalla famiglia Arena, 'ndrina di Isola Capo Rizzuto. Gennaro Mokbel è, tra l'altro, un uomo legato ad Antonio D’Inzillo che, considerato uno dei killer del boss della Magliana Enrico De Pedis, fu arrestato dalla polizia il 22 maggio del 1992 proprio nell'abitazione dello stesso Mokbel, che per questo motivo venne anche denunciato. Nel 1993, D'Inzillo riuscì comunque a fuggire all'estero, schivando il mandato di cattura a suo carico (proprio per per l'omicidio di Renatino) all'interno della famosa Operazione Colosseo che, grazie alle dichiarazioni del pentito Maurizio Abbatino, diede il via al maxiprocesso che decapitò l'intera banda della Magliana. Una latitanza la sua che, l'ordinanza del gip Aldo Morgioni, sostiene sia stata finanziata proprio da Mokbel e che ha termine il 26 giugno 2008 quando viene resa pubblica la notizia della sua morte in un ospedale di Nairobi, in Kenia. Il suo corpo, frettolosamente cremato, non venne mai messo a disposizione della magistratura italiana.
Il 21 settembre del 2010, nell'ambito di una grossa operazione antiriciclaggio disposta dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Roma e condotta dalla polizia di Stato che mette fine ad una organizzazione criminale dedita all'usura, al riciclaggio di denaro, al millantato credito, alle estorsioni e alle truffe, porta all'arresto di 11 persone e a numerosissime perquisizioni. Le persone coinvolte sono esponenti della criminalità organizzata romana e napoletana, tra i quali spicca il nome di Enrico Nicoletti, il cosiddetto cassiere della Banda della Magliana. L'indagine era partita dall'omicidio di Umberto Morzilli del febbraio 2008, personaggio legato all'immobiliarista Danilo Coppola.
Il 2 ottobre del 2010 le Squadre Mobili di Roma e Caserta sventano una rapina al caveau di un istituto di credito sito in pieno centro della cittadina campana e arrestano 7 persone tra cui il pluripregiudicato Manlio Vitale, 61 anni e detto Er Gnappa, ex esponente della banda ed amico fraterno di Enrico De Pedis. I sette, sorpresi al lavoro mentre effettuavano il carotaggio di una parete in cemento armato, furono bloccati quando oramai erano a pochi centimetri dal caveau. Arrestato già nel ’78, ’80 e nel 1985, Vitale fu anche coinvolto nell’omicidio di un altro componente della Magliana, Amleto Fabiani e, infine, nel 2000, venne accusato di essere uno dei mandanti del furto di 147 cassette di sicurezza sottratte al caveau della Banca di Roma di piazzale Clodio.
Il 5 luglio 2011, il trentatreenne Flavio Simmi viene ucciso con 9 proiettili esplosi a distanza ravvicinata in un agguato in pieno giorno in via Grazioli Lante, nel quartiere Prati, nel centro di Roma. L'uomo che, era già stato gambizzato solo pochi mesi prima, nel febbraio dello stesso anno, è figlio di Roberto Simmi e nipote di Tiberio, accusati in passato di usura e ricettazione e arrestati (ma poi prosciolti da ogni accusa), nel 1993, nell'ambito dell'Operazione Colosseo perché ritenuti legati al nucleo storico della banda della Magliana. Un’informativa della polizia li descrive in questo modo: «Roberto Simmi è il fratello del più noto Tiberio, più volte visto in compagnia di Enrico De Pedis. Tiberio, con il figlio Alessio, gestisce un negozio di oreficeria assiduamente frequentato da Maurizio Lattarulo, detto Provolino. Presso il negozio di piazza del Monte, invece, è stata rilevata anche la presenza di Antonio Mancini e di Raffaele Pernasetti. Inoltre dall’intercettazione telefonica ancora in corso si è potuto stabilire che il negozio è stato, per un periodo di tempo, frequentato dal famoso faccendiere Ernesto Diotallevi inquisito unitamente ai noti Francesco Pazienza, Flavio Carboni e altri pregiudicati della vecchia Banda della Magliana per le vicende del crack del banco Ambrosiano e per l’attentato al vice direttore Roberto Rosone, durante il quale viene ucciso uno degli attentatori, Danilo Abbruciati. Nelle attività dei fratelli Simmi investiva Franco Giuseppucci il quale ricettava titoli di credito e polizze e, per conto terzi, riciclava denaro sporco presso gli ippodromi e le sale corse.»
Il 6 luglio 2011, viene nuovamente arrestato Enrico Nicoletti con l'accusa di "associazione a delinquere finalizzata alla commissione di millantato credito, truffa, usura, falso, riciclaggio e ricettazione" nell'ambito di una operazione anti-usura e anti-riciclaggio nei confronti di un gruppo criminale dedito alle truffe nel settore immobiliare legato alle aste giudiziarie e di cui Nicoletti sarebbe stato a capo. Dopo poco lacerà il carcere per scontare la pena in regime di arresti domiciliari. Il 27 febbraio 2012 è tornato di nuovo tra le sbarre del carcere romano di Rebibbia per scontare un residuo pena di sei anni e mezzo con sentenza definitiva della Cassazione per associazione a delinquere finalizzata all'usura.
Il 12 luglio 2011, la squadra mobile romana, arresta Giuseppe De Tomasi e altre 11 persone accusate di aver messo in piedi una vera e propria organizzazione criminale dedita alla gestione di sale da gioco, all'estorsione, ricettazione, riciclaggio e usura nei confronti di imprenditori e personaggi del mondo dello spettacolo. Tra gli altri arrestati ci sono molti componenti della sua famiglia: i figli Arianna e Carlo Alberto, la moglie Anna Maria Rossi, il genero Roberto Roberti e la consuocera Celestina Adriana Carletti. Sequestrati anche ventuno conti correnti, dieci immobili, nove società alcune autovetture, per oltre cinque milioni di euro.
Il 28 aprile 2012 la banda torna di nuovo sulle prime pagine dei quotidiani italiani. Durante un tentativo di rapina nei confronti di due fratelli commercianti di gioielli, nel nuovo quartiere di Mezzocammino (Spinaceto) sito alla periferia sud-ovest della capitale, uno dei malviventi viene ucciso, colpito al petto dopo un violento conflitto a fuoco. Si tratta di Angelo Angelotti, 61 anni e componente storico della Magliana che, nel 1995, era già finito sotto processo per l'omicidio di De Pedis perché ritenuto tra coloro che lo attirarono nella trappola in via del Pellegrino vicino a Campo di Fiori, dove poi fu ucciso.




I vivi e i morti
Maurizio Abbatino - Arrestato il 24 gennaio 1992 a Caracas, pochi giorni dopo la sua estradizione in Italia, decise di intraprendere un percorso di collaborazione con la giustizia. Attualmente sta scontando la detenzione in regime di arresti domiciliari, in una località protetta.
Danilo Abbruciati - Ucciso il 27 aprile 1982, a Milano, da una guardia giurata mentre, a bordo di una moto guidata da un complice, tentava la fuga dopo un fallito attentato ai danni del vice presidente del Banco Ambrosiano, Roberto Rosone.
Marcello Colafigli - Condannato all’ergastolo per tre omicidi, è attualmente detenuto nel carcere romano di Rebibbia.
Renzo Danesi - Attualmente sta scontando la detenzione in regime di semilibertà. Da qualche anno fa parte della compagnia teatrale Stabile Assai, composta da detenuti-attori del carcere romano di Rebibbia con cui si è esibito nei maggiori teatri italiani. Fine pena 2015.
Enrico De Pedis - Ucciso il 2 febbraio 1990 in Via del Pellegrino a Roma.
Ernesto Diotallevi - L'ultima assoluzione risale al giugno 2007 dall'accusa di concorso in omicidio del banchiere Roberto Calvi; arrestato nel 2014 insieme a Carminati.
Franco Giuseppucci Ucciso il 13 settembre 1980 in Piazza San Cosimato a Roma.
Antonio Mancini - Attualmente sta scontando la detenzione in regime di arresti domiciliari. Da qualche anno presta servizio volontario di assistenza a ragazzi disabili. Fine pena 2012.
Enrico Nicoletti- Arrestato nuovamente il 27 febbraio 2012, attualmente è detenuto nel carcere di Rebibbia per scontare una condanna a sei anni e sei mesi di reclusione per associazione a delinquere finalizzata ad usura, estorsione e rapina.
Nicolino Selis - Ucciso il 3 febbraio 1981, il suo corpo non fu mai ritrovato.
Claudio Sicilia - Ucciso il 18 novembre 1991 in via Andrea Mantegna a Roma.
Edoardo Toscano - Ucciso il 16 marzo 1989 a Ostia.







La banda della Magliana negli affari del faccendiere dei padri Camilliani

Corriere dell sera 20/11/2013
In un’inchiesta inedita su un giro di riciclaggio della ‘ndrangheta a Roma spuntano i nomi di parlamentari, massoni, manager del calcio e della sanità, esponenti delle forze dell’ordine e funzionari corrotti, religiosi e bancari
C’è un’indagine della procura di Roma, finora rimasta segreta, sui rapporti di affari odierni tra Ernesto Diotallevi, il boss della banda della Magliana, e il faccendiere Paolo Oliverio, braccio destro dell’ex numero uno dell’Ordine religioso dei Padri Camilliani.