martedì 21 novembre 2017

ENRICO DE PEDIS "Renatino"


Secondo Antonio Mancini il potere Di Antonio Carminati in Mafia Capitale deriva in gran parte dall'aver ereditato i rapporti di Enrico De Pedis e dei Testaccini


Enrico De Pedis, detto Renatino (Roma, 15 maggio 1954 – Roma, 2 febbraio 1990), è nato e cresciuto nel cuore del quartiere romano di Trastevere, inizia la sua carriera nella mala romana come scippatore per poi passarealle rapine legandosi ad una batteria di malavitosi dell'Alberone.
Il 20 maggio del 1974 viene arrestato per la prima volta e, nel 1977, torna di nuovo dietro le sbarre per una rapina, commessa anni prima con Alessandro D'Ortenzi (detto Zanzarone) e sconta la pena fino all'aprile del 1980.
Sempre ben vestito e ben pettinato e con una cura maniacale della propria immagine, tanto da meritarsi l'appellativo di “bambolotto”. Il 25 giugno 1988 si unisce in matrimonio con la fidanzata Carla Di Giovanni, conosciuta nel quartiere Testaccio.

La banda della Magliana
Abbatino
Durante la sua carcerazione, Franco Giuseppucci (er Negro), uno dei futuri componenti della banda e incaricato di curare la custodia e la conservazione delle armi di pertinenza di Renatino (cosa che di solito fa anche per conto di altri criminali romani), subisce il furto di un Maggiolone a bordo del quale si trova un borsone di armi affidatogli proprio da Enrico De Pedis. Dopo accurate ricerche, Giuseppucci viene a sapere che le armi, incautamente sottratte da Giovanni Tigani (detto Paperino), sono finite nelle mani di una batteria del quartiere San Paolo capeggiata da Maurizio Abbatino a cui, quindi, er Negro si rivolge per reclamarne la restituzione.
Giuseppucci
« Era accaduto che Giovanni Tigani, la cui attività era quella di scippatore, si era impossessato di un'auto VW "maggiolone" cabrio, a bordo nella quale Franco Giuseppucci custodiva un "borsone" di armi appartenenti ad Enrico De Pedis. Il Giuseppucci aveva lasciato l'auto, con le chiavi inserite, davanti al cinema "Vittoria", mentre consumava qualcosa al bar. Il Tigani, ignaro di chi fosse il proprietario dell'auto e di cosa essa contenesse, se ne era impossessato. Accortosi però delle armi, si era recato al Trullo e, incontrato qui Emilio Castelletti, che già conosceva, gliele aveva vendute, mi sembra per un paio di milioni di lire. L'epoca di questo fatto è di poco successiva ad una scarcerazione di Emilio Castelletti in precedenza detenuto. Franco Giuseppucci, non perse tempo e si mise immediatamente alla ricerca dell'auto e soprattutto delle armi che vi erano custodite e lo stesso giorno, non so se informato proprio dal Tigani, venne a reclamare le armi stesse. Fu questa l'occasione nella quale conoscemmo Franco Giuseppucci, il quale si unì a noi che già conoscevamo Enrico De Pedis cui egli faceva capo, che fece sì che ci si aggregasse con lo stesso. La "batteria" si costituì tra noi quando ci unimmo, nelle circostanze ora riferite, con Franco Giuseppucci. Di qui ci imponemmo gli obblighi di esclusività e di solidarietà »
(Interrogatorio di Maurizio Abbatino del 13/12/1992)
De Pedis
Dall'incontro tra i tre nasce quindi l'idea di unire le forze in campo per trasformare quella che in un primo tempo era nata come una semplice "batteria" in una vera e propria "banda" per il controllo della criminalità romana e che, da li a poco, verrà conosciuta come banda della Magliana. De Pedis, il quale non fumava, non beveva e neppure assumeva sostanze stupefacenti, al contrario degli altri appartenenti alla banda (tutti cocainomani), fu comunque uno dei pochi a possedere uno spiccato "spirito imprenditoriale": mentre molti altri sperperavano i propri bottini, egli, investiva, anche in attività legali (imprese edili, ristoranti, boutique...), i proventi derivanti dalle azioni criminose.
Il debutto come banda è il sequestro del duca Massimiliano Grazioli Lante della Rovere, il 7 novembre 1977 che, per l'inesperienza nel campo, finirà nel sangue con l'uccisione del nobiluomo, ma con il riscatto di due miliardi comunque incassato. De Pedis, che non aveva partecipato all'esecuzione del sequestro in quanto ancora detenuto, si vide comunque riconosciuta una quota di quindici milioni di lire.
Pippo Calò
De Pedis, a capo della fazione testaccina della banda in cui ci sono, tra gli altri, l'amico di sempre, Raffaele Pernasetti (detto “er palletta”) e Danilo Abbruciati, venne favorito nella conquista del potere anche dalla prematura scomparsa di Giuseppucci ed Abbruciati, entrambi assassinati, sfruttando la cosa per stringere contatti con potenti esponenti delle organizzazioni di criminalità organizzata , in particolare siciliana (Pippo Calò di Cosa Nostra) e per intraprendere un'attività di reinvestimento di ingenti somme di denaro in affari speculativi, in campo finanziario ed edilizio.
Nei suoi ultimi anni di vita tentò di affrancarsi dai suoi trascorsi malavitosi; favorito dalle ingenti risorse finanziarie di cui disponeva iniziò ad interessarsi d'arte frequentando le migliori botteghe antiquarie della capitale. In quest'ultimo periodo era solito farsi chiamare "il presidente".Si attaccava al telefono e iniziava il giro di chiamate: dal magistrato all’imprenditore. E mentre parlava gli veniva automatico chinarsi. Una volta gli dissi: ‘A Renà, me stai a fa vergognà, tacci tua, stai sempre piegato’.Cosa le rispose?‘Oggi sto piegato io, domani tocca a loro’. Sa cosa penso? (antonio Mancini dal fatto Quotidiano).


Il suo assasinio
Toscano
De Pedis iniziò a non dividere più i proventi delle attività con i suoi ex complici carcerati e i loro familiari. Si Edoardo Toscano, appartenente alla fazione dei maglianesi, appena uscito dal carcere si mise sulle sue tracce per ucciderlo. De Pedis fu più rapido; lo attirò in un'imboscata con un pretesto e lo fece uccidere dai suoi guardaspalle Angelo Cassani detto Ciletto e Libero Angelico, meglio noto negli ambienti malavitosi col soprannome di Rufetto si sentiva sciolto da tale obbligo perché ormai i suoi introiti provenivano in buona parte da attività sue e non rientravano più nei bottini comuni. Gli altri lo interpretarono come uno sgarro e nel 1989


Quando evase dal carcere Marcello Colafigli, la fazione dei maglianesi iniziò a riorganizzarsi per eliminare De Pedis. L'occasione si presentò quando riuscirono a convincere Angelo Angelotti (già legato in passato alla famigerata banda romana, nel 1981 con le sue "soffiate" aveva permesso a Danilo Abbrucciati di uccidere Massimo Barbieri) a fissare un appuntamento con Renatino il 2 febbraio 1990 a via del Pellegrino, nei pressi di Campo de' Fiori a Roma.
Colafigli
Appena finita la conversazione con Angelotti, De Pedis salì sul suo motorino ma venne affiancato al civico 65 di via del Pellegrino da una potente motocicletta con a bordo due killer che gli spararono un solo colpo alle spalle uccidendolo all'istante davanti ad alcuni passanti. Nei pressi erano appostati diversi membri della banda con funzione di copertura e supporto. I due killer pare fossero Dante Del Santo detto "il cinghiale" e Alessio Gozzani, anche se poi quest'ultimo fu scagionato dall'accusa di essere stato alla guida della moto, che forse era condotta da Antonio D'Inzillo deceduto latitante in Sud Africa nel 2008.
Il Pm Andrea De Gasperis riferì alla giornalista Raffaella Notariale che i killer di De Pedis erano stati tenuti sotto controllo sin dai primi passi della preparazione del delitto. In un rapporto dell'Alto commissariato per il coordinamento alla lotta contro la delinquenza mafiosa è ricostruito l'intero delitto, dalla preparazione, alla città in cui si rifugiano i killer, fino alla loro cattura all'estero, sulla base del quale fu istruito il processo agli assassini di De Pedis. Chi stilò quel rapporto non mosse un dito per sventare l'agguato. Si è sempre parlato dell'omicidio come un regolamento dei conti all'interno della malavita romana ma resta il sospetto che i servizi segreti possano aver avuto un ruolo nell'eliminare Renatino, divenuto troppo potente.





La sepoltura nella basilica di Sant'Apollinare
I funerali di De Pedis furono celebrati nella Basilica di San Lorenzo in Lucina. La sua salma, inizialmente tumulata nel Cimitero del Verano, fu trasferita circa due mesi dopo all'interno della cripta della basilica di Sant'Apollinare a Roma. La sepoltura in Sant'Apollinare, chiesta dalla vedova per esaudire un desiderio dello stesso De Pedis, fu autorizzata, in deroga al diritto canonico dal Vicariato di Roma dopo che il rettore della basilica, monsignor Piero Vergari, attestò in una lettera del 6 marzo 1990 che De Pedis in vita fu un benefattore dei poveri che frequentavano la basilica. Il 24 aprile la salma di De Pedis venne tumulata e le chiavi del cancello vennero consegnate alla vedova ed al rettore della chiesa.
Della sepoltura di De Pedis in Sant'Apollinare parlò il 9 luglio 1997 sul Messaggero la giornalista Antonella Stocco. L'articolo suscitò vive polemiche e un'interrogazione in Parlamento a seguito delle quali venne precluso al pubblico l'accesso alla cripta. Già in precedenza il giudice Andrea De Gasperis aveva dato incarico alla DIA di indagare sulla sepoltura di De Pedis. Il Vicariato, a fronte di alcune richieste di portare via dalla basilica la salma, dichiarò che, pur comprendendo le perplessità ingenerate dalla sepoltura non riteneva ormai opportuna un'estumulazione. Su autorizzazione della magistratura italiana conforme al desiderio espresso dalla vedova di De Pedis, il 18 giugno 2012, al termine delle ulteriori indagini effettuate sulla sepoltura la salma di De Pedis fu traslata dalla basilica di Sant'Apollinare e trasferita al Cimitero di Prima Porta dove venne cremata. Successivamente le ceneri furono disperse in mare.

Il presunto coinvolgimento nel caso Orlandi
Il coinvolgimento di Enrico De Pedis nella scomparsa di Emanuela Orlandi, cittadina vaticana figlia di un commesso della Prefettura della Casa Pontificia, sparita in circostanze misteriose all'età di 15 anni il 22 giugno del 1983 a Roma, iniziò a prendere forma nel 2008 dalle indagini della magistratura romana che seguirono alle dichiarazioni (mai riscontrate e spesso confutate) di Sabrina Minardi, pentita ed ex amante di Renatino, secondo cui De Pedis avrebbe eseguito materialmente il sequestro per ordine dell'allora capo dell'Istituto per le Opere di Religione (IOR), monsignor Paul Marcinkus. Sempre a detta della Minardi, la Orlandi fu assassinata sei o sette mesi dopo il sequestro e il suo cadavere occultato all'interno di una betoniera nei pressi di Torvajanica, assieme ai resti di un altro giovanissimo ostaggio, Domenico Nicitra, figlio undicenne di un ex appartenente alla banda della Magliana, il siciliano Salvatore Nicitra.
Sabrina Minardi
Le dichiarazioni della Minardi, benché riconosciute dagli inquirenti come incoerenti (il piccolo Nicitra, ad esempio, in realtà scomparve solo nell'estate del 1993, tre anni dopo la morte di De Pedis), anche a causa dell'uso di droga da parte della donna, attirarono nuovamente l'attenzione degli investigatori quando, mesi dopo, venne rinvenuta la BMW che la stessa Minardi raccontò di aver utilizzato per il trasporto della Orlandi e che risultò appartenuta prima al faccendiere Flavio Carboni e successivamente a uno dei componenti della banda della Magliana.
Già nel luglio del 2005, comunque, il caso venne collegato alla vicenda Orlandi, quando alla redazione del programma televisivo Chi l'ha visto?, in onda su Rai 3, arrivò una telefonata anonima: «Riguardo al fatto di Emanuela Orlandi, per trovare la soluzione del caso, andate a vedere chi è sepolto nella cripta della basilica di Sant'Apollinare, e del favore che Renatino fece al cardinal Poletti, all'epoca, e chiedete al barista di via Montebello, che pure la figlia stava con lei..». Partendo da questa telefonata, la giornalista Raffaella Notariale riuscì a trovare le fotografie della tomba e i documenti originali che autorizzavano lo spostamento della salma di De Pedis dal cimitero del Verano, a Roma, alla cripta della basilica di Sant'Apollinare, firmati dal Cardinale Ugo Poletti e da monsignor Piero Vergari. Dopo la telefonata, alla redazione della trasmissione Chi l'ha visto? fu recapitato un biglietto anonimo con su scritto: «Lasciate in pace Renatino».
Nel 2007 un altro pentito della banda della Magliana, Antonio Mancini, detto Accattone, rilasciò dichiarazioni relative al coinvolgimento di De Pedis e di alcuni esponenti vaticani nella vicenda di Emanuela Orlandi, rivelando ai magistrati della Procura di Roma che in carcere, all'epoca della scomparsa della quindicenne «si diceva che la ragazza era robba nostra (della banda, ndr), l'aveva presa uno dei nostri».
Le dichiarazioni di Mancini sembrano confermate anche da Maurizio Abbatino, collaboratore di giustizia e grande accusatore della banda che, nel dicembre del 2009, rivelò al procuratore aggiunto titolare dell'inchiesta sulla Magliana alcune confidenze raccolte fra i loro membri sul coinvolgimento di De Pedis e dei suoi uomini nel sequestro e nell'uccisione di Emanuela nell'ambito di rapporti intrattenuti da lui con alcuni esponenti del Vaticano.
Altro indizio che collegherebbe De Pedis alla scomparsa venne individuato da alcuni nell'insolita sepoltura di Renatino nella basilica di Sant'Apollinare a Roma, di proprietà dell'Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica e gestita pastoralmente dal Vicariato di Roma, posizionata proprio accanto alla scuola di musica frequentata dalla ragazza. Il 14 maggio 2012, su disposizione dell'Autorità giudiziaria, fu aperto il sarcofago di marmo contenente la bara di De Pedis: gli accertamenti permisero di identificare il corpo ivi contenuto con quello di Enrico De Pedis, escludendo la presenza del cadavere della Orlandi. Anche i vestiti che abbigliavano la salma erano i medesimi della sepoltura, descritti nei verbali dell'epoca. L'ispezione nella tomba di De Pedis permise anche di ritrovare all'interno della cripta, ma in un'altra stanza, circa 200 urne funerarie contenenti resti ossei risalenti a due - tre secoli fa.


venerdì 16 dicembre 2016

EDOARDO AGNELLI

EDOARDO AGNELLI SUICIDIO OD OMICIDIO



Lui in Italia non si sentiva sicuro, aveva paura di essere ucciso e tutte le volte che questa paura diventava più pressante scappava in Iran per essere protetto. Però i suoi rapporti con gli Usa erano pessimi, in particolare lui aveva continue scaramucce, discussioni con Henry Kissinger. (Marco Bava)

Edoardo Agnelli,nato a New York nel 1954, era uno dei due figli di Marella Caracciolo di Castagneto e Gianni Agnelli, azionista di riferimento e presidente della FIAT.

1968
Compie gli studi superiori al Liceo classico Massimo d'Azeglio di Torino, poi frequenta l'Atlantic College nel Regno Unito e l'Università di Princeton negli USA, dove consegue una laurea in lettere moderne. Designato dal padre come eventuale successore al vertice dell'azienda di famiglia, ben presto rivelerà scarso interesse per i beni materiali, dedicando maggior attenzione a temi filosofici e spirituali. A 22 anni polemizza sulla stampa contro Margherita Hack, difendendo i valori dell'astrologia. Compie viaggi in India, dove incontra il Maestro Sathya Sai Baba, e successivamente si reca a Teheran, dove rimane colpito dalla figura mistica dell'ayatollah Khomeini e si avvicina all'Islam sciita. In seguito torna molte volte in Iran, così come in Kenya, dove viene arrestato il 20 agosto del 1990, a Malindi, poiché trovato in possesso di eroina, venendo successivamente assolto dalle autorità locali.



Agnelli viene inoltre prosciolto nell'autunno dello stesso anno dall'accusa di spaccio di stupefacenti in base alla legge n. 685 del 1975 riguardante la "modica quantità per uso personale". La sua posizione di inquisito era sorta da un'inchiesta su un giro di droga nella "Roma Bene" in seguito al decesso per overdose d'eroina, avvenuto il 6 giugno 1988, di Ranieri Ferrara Santamaria, figlio di un noto avvocato capitolino, nonché amico dello stesso Edoardo.In seguito alla testimonianza fornita da questi (che comporta perfino l'ammissione della propria tossicodipendenza) al Giudice istruttore Stefano Meschini e ai riscontri delle intercettazioni telefoniche di alcune conversazioni tra l'imputato e la vittima vengono rinviate a giudizio trenta persone. Tra queste ultime figurano i nomi di alcuni spacciatori, nonché di diversi appartenenti al mondo dello spettacolo e all'alta società romana.






Nelle rare interviste concesse alla stampa, afferma di voler prendere le distanze dai valori del capitalismo e sostiene di volersi dedicare a studi di teologia. Edoardo Agnelli non nasconde di simpatizzare per il marxismo-leninismo in chiave mistica e verso l'Iran sciita; secondo voci non confermate negli ultimi anni cambia persino nome, assumendo un nome islamico. Compare in pochissime occasioni pubbliche e in qualche manifestazione religiosa o antinuclearista.







I tentativi di inserirlo in attività collaterali del grande gruppo aziendale di famiglia, tra cui anche una breve esperienza nel Consiglio d'Amministrazione della Juventus nel 1986, non danno buon esito.








La morte

La mattina del 15 novembre 2000 il suo corpo senza vita viene trovato da un pastore cuneese, Luigi Asteggiano, presso la base del trentacinquesimo pilone del viadotto autostradale Generale "Franco Romano" della Torino-Savona, nei pressi di Fossano. La sua Croma scura, con il motore ancora acceso e il bagagliaio socchiuso, era parcheggiata a lato della carreggiata del viadotto che sovrasta il fiume Stura di Demonte. La magistratura conclude presto le indagini formulando l'ipotesi del suicidio.







Il libro sulla morte

Nel 2009 esce il libro Ottanta metri di mistero - La tragica morte di Edoardo Agnelli di Giuseppe Puppo nel quale viene rilanciata l'idea dell'omicidio di Edoardo Agnelli: nessuno lo ha visto buttarsi da quel viadotto in un tratto di autostrada dove transitavano otto vetture al minuto. Inoltre Edoardo in quel periodo zoppicava e utilizzava il bastone, quindi è probabile che abbia impiegato almeno due minuti per arrampicarsi sul parapetto dell'autostrada per gettarsi di sotto, aumentando quindi le probabilità di essere visto. Altre perplessità vengono sollevate dalle condizioni del corpo, ritrovato con bretelle allacciate e mocassini ai piedi, nonostante il volo di ottanta metri e la mancanza di indicazioni dei suoi ultimi spostamenti da parte della sua scorta. Seguono poi la rapida rimozione e sepoltura del cadavere, senza effettuarne l'autopsia. Puppo afferma infine che da ben tre fonti diverse ha raccolto l'informazione che, poche settimane prima della morte di Edoardo, qualcuno cercò di fargli firmare un documento, in cui gli si chiedeva di rinunciare a tutti i suoi diritti di gestione in Fiat in cambio di un'ingente somma di denaro e immobili. Edoardo, dopo essersi consigliato con alcuni amici, si rifiutò di sottoscrivere.





Secondo alcune teorie del complotto, Edoardo Agnelli, che, come si è accennato, negli ultimi anni della sua vita si era molto avvicinato, e forse già convertito, all'Islam sciita, sarebbe stato ucciso su commissione da ignoti per paura che l'eredità della famiglia Agnelli potesse passare in mano a un fervente musulmano. L'attendibiltà di questa ricostruzione complottista, sarebbe confermata dal fatto che, alla morte di Gianni Agnelli, la sua eredità sarebbe finita all'unico suo figlio superstite, ossia alla sorella di Edoardo, Margherita, sposata con Alain Elkann, figlio di un banchiere ed industriale di religione ebraica.


                                             




Edoardo è sepolto a Villar Perosa nella tomba-cappella accanto al cugino Giovanni Alberto Agnelli, agli zii Umberto e Giorgio e di fronte al padre, nella monumentale tomba di famiglia che sovrasta il cimitero di Villar Perosa.






Chi possiede la Fca e l'eredità scomparsa di Giovanni Agnelli





IL tentativo (vero o falso) di rapire Giovanni Agnelli




sabato 5 novembre 2016

CARDINAL POLETTI

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“Riguardo al fatto di Emanuela Orlandi, per trovare la soluzione del caso, andate a vedere chi è sepolto nella cripta della Basilica di Sant’Apollinare e del favore che Renatino fece al cardinal Poletti, all’epoca” (telefonata anonima)


Ugo Poletti, nato ad Omegna il 19 aprile 1914, fu ordinato sacerdote il 29 giugno 1938.
Fu prima pro-vicario e poi vicario generale della diocesi di Novara. Papa Pio XII, il 12 luglio 1958 lo elesse vescovo titolare di Medeli ed ausiliare di mons. Gilla Vincenzo Gremigni, arcivescovo-vescovo di Novara, che lo consacrò il successivo 14 settembre nella cattedrale della diocesi.
Il 7 gennaio 1963, alla morte del proprio vescovo, venne eletto vicario capitolare di Novara, per essere chiamato, l'anno successivo, a Roma a dirigere le Pontificie Opere Missionarie.
Il 26 giugno 1967 fu nominato da papa Paolo VI arcivescovo di Spoleto.
Due anni dopo, il 3 luglio 1969 fu nominato arcivescovo titolare di Cittanova e secondo vicegerente di Roma, divenendo così uno dei più stretti collaboratori del cardinale Angelo Dell'Acqua, vicario di Roma, alla cui improvvisa morte, venne nominato, il 13 ottobre 1972, pro-vicario generale di Roma.
Papa Paolo VI lo elevò al rango di cardinale nel concistoro del 5 marzo 1973 con il titolo dei SS. Ambrogio e Carlo. Il 6 marzo fu nominato Vicario Generale della Diocesi di Roma e il 26 marzo successivo anche arciprete dell'Arcibasilica di San Giovanni in Laterano.
Sempre polemico nei riguardi delle amministrazioni della capitale, il 12 febbraio 1974, insieme a don Luigi Di Liegro, organizzò un convegno rimasto celebre con il titolo "Sui mali di Roma", anche se il titolo ufficiale era "La responsabilità dei cristiani di fronte alle attese di giustizia e di carità nella diocesi di Roma". Iniziato nella basilica di San Giovanni in Laterano, il convegno segnalò le debolezze e le carenze di Roma, indicandone i responsabili.
Partecipò ai due conclavi del 1978.
Nel 1986 nominò padre Gabriele Amorth esorcista della diocesi di Roma, chiedendogli di affiancare l'allora esorcista in carica padre Candido Amantini.
enrico de pedis tomba apollinare
Enrico De Pedis
Il 26 agosto 1986 fu incaricato da papa Giovanni Paolo II di erigere il primo Seminario Redemptoris Mater a Roma, dopo che gli iniziatori del Cammino neocatecumenale avevano presentato l'idea al Pontefice.
Dal 1985 al 1991 fu presidente della Conferenza Episcopale Italiana. In tale veste firmò con Franca Falcucci, allora Ministro della Pubblica Istruzione, l'intesa per l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole italiane.
Il 17 gennaio 1991 rinunciò, per raggiunti limiti d'età, agli uffici di cardinale vicario di Roma e di arciprete dell'Arcibasilica Lateranense, contestualmente venne nominato arciprete della Basilica di Santa Maria Maggiore.


Come risulta dai documenti trovati dalla giornalista RAI Raffaella Notariale nel 2005, fu lui ad autorizzare la sepoltura del criminale Enrico De Pedis (membro della banda della Magliana) nella cripta della Basilica di Sant'Apollinare: tale richiesta venne perorata dall'allora vicario di Sant'Apollinare, don Pietro Vergari, e si giustificava con la presunta attività filantropica verso i poveri della basilica svolta dal De Pedis.


Sabrina Minardi: "Il cardinale stava molto, molto, molto in confidenza con Renato. Grandi sorrisi, chiacchieravano amabilmente. Si misero a chiacchierare pure in disparte, mi ricordo ancora le mosse di Renato: si metteva le mani in faccia, a coprire la bocca, mentre parlava. Quando doveva parlare di cose serie e c'era gente faceva così: non si fidava neanche dei muri".
Il suo nome compare nella lista Pecorelli, pubblicata il 12 settembre 1978 sulla rivista OP Osservatore Politico dal giornalista Mino Pecorelli, la quale conteneva i nomi degli appartenenti alla massoneria nell'ambiente ecclesiastico, assieme a quelli di vescovi e cardinali come Paul Marcinkus, Dino Monduzzi, il vescovo di Albano Luigi Bonicelli, l'arcivescovo di Ravenna Salvatore Baldassarri, il cardinale Pappalardo e molti altri.
Si spense, per un improvviso attacco cardiaco, mentre era ricoverato presso il Policlinico Gemelli per erisipela, il 25 febbraio 1997. È sepolto nella Basilica di Santa Maria Maggiore.